valore di base
Kairobi
Un passo fondamentale è la perdita del valore di base.
Un valore di base non è il valore fisico o di per sè dell'oggetto, piuttosto è il valore che per un certo soggetto quell’oggetto rappresenta: preoccupazioni, ambizioni, desideri fondamentali dell’esistenza.
Il valore d'uso è in funzione di quello di base. Possedere l’oggetto (o tecnica o qualunque cosa sia) significa, soprattutto, realizzare se stessi rispetto a quel valore, riconosecere la propria identità.
Un oggetto ha un valore d’uso essenzialmente quando serve a fare qualcosa, quando è utile a compiere determinate azioni che, più o meno direttamente, ci permettono di realizzare il nostro progetto principale: quello di raggiungere un certo valore di base.
favola: il principe azzurro deve salvare la principessa rapita dal drago.
Per farlo deve superare un certo numero di prove (trovare la mappa che indica dov’è la grotta del drago, impossessarsi della spada magica che uccide i draghi, ecc.)
La principessa incarna un valore di base, uno degli obiettivi fondamentali dell’esistenza del principe azzurro (l’amore o la ricchezza o molto di più a seconda del principe e di chi legge).
La mappa e la spada hanno invece un valore d’uso, perché consentono al principe di compiere delle azioni che lo portano a congiungersi con il valore di base.
Quindi ad un certo punto si confonde il valore d'uso con quello di base, dimenticandosi del secondo, il mezzo con l'obiettivo, alias: idolatria.
L'uso per l'uso, la tecnica per la tecnica, il fare per fare, il ricerca per la ricerca, il potere per il potere ecc..ecc..
Il valore di scambio è in effetti il valore d'uso divenuto valore di base.
Mah che me ne faccio di 'ste spade? Potrei scambiarle per qualche mappa..
e così via in una storia infinita.
Il valore di scambio diviene necessariamente dominante: poichè non c'è più alcun valore di base. È l'uso dell'uso. Per questo il nostro spasmodico bisogno di trovare un senso nelle cose: nessuno di questi processi ha il benchè minimo senso in sè.
I valori di base tradizionali sono stati abbattuti intenzionalmente (in una lotta di Potere) o tralasciati come imposizione esterna, poichè non più avvertiti.
cfr. Umberto Galimberti, Psyche e Techne
Ma “avere senso per” significa che il “senso” non ha senso in se stesso, ma solo in vista di qualcos’altro. Quindi anche il senso appartiene all’universo dei mezzi, la cui catena non può essere infinita, perché l’iterazione infinita dei rinvii coinciderebbe con l’abolizione del senso. Anche in ambito teologico, dove la categoria del “senso” è nata ed è stata coltivata, la domanda si arresta a Dio, di cui non ci si chiede che senso egli abbia, per non innescare un processo all’infinito che destituirebbe ogni cosa di senso.
Ma la tecnica, che ha come scopo null’altro che il proprio potenziamento, è esattamente questo processo all’infinito, dove l’interrogativo sul senso si traduce nell’interrogativo sugli effetti che la produzione tecnica genera e sulla loro funzionalità in ordine a un ulteriore incremento. In questo processo all’infinito, l’uomo non solo non è più il termine di riferimento, ma, in quanto funzionario della tecnica, è, al pari delle macchine, materiale di questo processo.
[...]
Tra le categorie che siamo soliti impiegare per orientarci nel mondo, l’unica che ci pone all’altezza dello scenario dischiuso dalla tecnica è la categoria di assoluto. “Assoluto” significa sciolto da ogni legame (solutus ab), quindi da ogni orizzonte di fini, da ogni produzione di senso, da ogni limite e condizionamento. Questa prerogativa, che l’uomo ha attribuito prima alla natura e poi a Dio, ora si trova a riferirla non a se stesso, come lasciavano presagire la promessa prometeica e la promessa biblica quando alludevano al progressivo dominio dell’uomo sulla natura, ma al mondo delle sue macchine, rispetto alla cui potenza, per giunta iscritta nell’automatismo del loro potenziamento, l’uomo, come scrive G. Anders, risulta decisamente inferiore e inconsapevole della sua inferiorità.
Per effetto di questa inconsapevolezza, chi aziona l’apparato tecnico o chi vi è semplicemente inserito, senza poter più distinguere se è attivo o è a sua volta azionato, più non si pone la domanda se lo scopo per cui l’apparato tecnico è messo in azione sia giustificabile o abbia semplicemente un senso, perché questo significherebbe dubitare della tecnica, senza di cui nessun senso e nessuno scopo sarebbero raggiungibili, e allora la “responsabilità” viene affidata al “responso” tecnico, dove è sotteso l’imperativo che si “deve” fare tutto ciò che si “può” fare.
Ma quando il positivo è iscritto per intero nell’esercizio della potenza tecnica e il negativo è circoscritto all’errore tecnico, al guasto tecnicamente riparabile, la tecnica guadagna quel livello di autoreferenzialità che, sottraendola ad ogni condizionamento, la pone come assoluto. Un assoluto che si presenta come un universo di mezzi, il quale, siccome non ha in vista veri fini ma solo effetti, traduce i presunti fini in ulteriori mezzi per l’incremento infinito della sua funzionalità e della sua efficienza. In questa “cattiva infinità”, come la chiamerebbe Hegel, qualcosa ha valore solo se è “buono per qualcos’altro”, per cui proprio gli obbiettivi finali, gli scopi, che nell’età pre-tecnologica regolavano le azioni degli uomini e ad esse conferivano “senso”, nell’età della tecnica appaiono assolutamente “insensati”.
L'efficienza produttiva, portare al termine la propria piccola mansione nel migliore dei modi, è unico elemento valido al realizzarsi.
E attenzione! Qualora ti guastassi o non funzionassi bene, ti si può sostituire come si può fare con una qualunque parte di un qualunque ingranaggio. Poichè ormai, ingranaggi come te, vengono prodotti in serie..
E quindi di nuovo: unica via all'autorealizzazione è l'inserirsi nel meccanismo e ogni volta che una ruota dentata non è ben calibrata o disfunzionale al meccanismo stesso viene allontanata poichè vista come disfunzionale, elemento che blocca il pacifico andamento delle ruote dentate, il diavolo.
Questo perchè il meccanismo è insensibile alla varietà variabile, anzi la osteggia come un pericolo e la combatte traducendo ogni istanza individuale ed unica uniformandola a tutte le altre, all'interno dell'andamento generale, fingendo di Essere l'Unico e Immutabile Principio. *
Dove c'era Unità abbiamo diviso e alla ricerca di Unità ulteriormente dividiamo, poichè il dividere è la Tecnica: inserire sempre maggior distanza con sinistra coscienza, la distanza che sfuoca la vista impedisce nel Tempo l'osservazione.
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cfr: Il grande brivido di Coomaraswamy o il simulacro di Debord, o l'Accesso di Rifkin