il seme della discordia
Gianfranco DegrandiSpesso si legge l'indignazione di chi scopre il gombloddo delle multinazionali (Monsanto anyone?) per rendere i contadini (specie quelli più poveri) loro schiavi vendendo semi di cereali che producono frutti sterili, così da dover comprare ogni anno nuova semente a prezzo altissimo e protetta da copyright.
Inaudito! Non si è mai vista una cosa simile! O tempora o mores!
E invece una cosa simile si ripete da più di cent'anni, e non solo da parte delle multinazionali. Infatti le sementi riconosciute e di cui è permessa la vendita sono tutte brevettate, da sempre, perché sono frutto della ricerca e della selezione di persone o aziende che devono tutelare il proprio lavoro da chi voglia prendersi i relativi benefici senza nessun merito.
Se ci sembra ovvio (anzi, lo pretendiamo quotidianamente) che certi prodotti siano garantiti per qualità, tipo e provenienza, perché ci dobbiamo stupire se lo sono anche le sementi?
Non esiste, infatti, "il mais", "il riso", "il frumento", ma migliaia di varietà di cereali (e frutta), ognuno con le proprie determinate caratteristiche che li rendono adatti ad essere seminati in una certa zona o per ottenere una certa produzione.
Le differenze tra varietà e varietà (dimensioni del chicco, altezza della pianta, resistenze varie, produttività, contenuto proteico, ecc.) vengono affinate in anni di ricerca e selezione (e magari pure un po' di mutazioni genetiche).
Cos'è la selezione del seme? È come la selezione naturale, ma in tempi più ristretti e pilotata verso un certo risultato: una sorta di pulizia etnica per ottenere solo piante che producano ciò che vogliamo e come vogliamo.
Però il limite fisico di questo inbreeding, come per le popolazioni umane, è la perdita di purezza con la comparsa di caratteristiche molto recessive e molto indesiderate (malformazioni, malattie, aborti, ecc.). Per questo motivo non si semina il cereale raccolto dal contadino ma solo quello certificato per essere venduto come seme (sempre coltivato dai contadini, peraltro), così da evitare cali di produzione e perdita di qualità del prodotto.
In alcuni casi è possibile che le piante siano indotte a produrre semi sterili, ma il motivo è sempre lo stesso: impedire che venga riseminato continuamente lo stesso seme, dato che la semente è ovviamente più costosa del cereale destinato alla vendita.
Paradossalmente questa pratica è a favore dei contadini più poveri, perché permette di mantenere una produzione e una quantità di prodotto sempre al massimo possibile.
Le sementi, infine, oltre ad essere commercializzate dalle multinazionali, sono molto spesso create da singoli ricercatori pubblici o piccole aziende sementiere locali (soprattutto nel caso del riso) e i relativi brevetti restano a loro e nessuno deve pagare i diritti per poter utilizzare quel seme, come spesso si sente raccontare. Semplicemente i brevetti impediscono che si possa dare lo stesso nome a verità diverse o, viceversa, che qualcuno spacci una varietà già esistente per una novità. Cosa che, ovviamente, va ad influire su ciò che poi mangiamo o vorremmo scegliere di mangiare.