American Gods

American Gods

Neil Gaiman

Arrivarono a una base commerciale dove vennero trattenuti per dieci giorni. La mattina del decimo giorno furono fatti uscire dalla capanna dov’erano stati imprigionati (molto affollata verso la fine, man mano che si riempiva di schiavi). Quando arrivarono al porto Wututu vide la nave che li avrebbe portati lontano.

Il suo primo pensiero fu di stupore per la grandezza della nave, il secondo che era troppo piccola per accoglierli tutti. Ondeggiava leggera sull’acqua. La scialuppa fece molti viaggi per imbarcare i prigionieri sulla nave dove vennero ammanettati e infilati sotto coperta dai marinai, alcuni dei quali avevano la pelle rossa come l’argilla o bruciata dal sole, strani nasi appuntiti e barbe che li facevano sembrare bestie feroci. Alcuni marinai avevano l’aspetto della sua gente, come gli uomini che li avevano portati fin lì. Uomini, donne e bambini furono separati, costretti in zone diverse. Siccome erano troppi, una dozzina di loro vennero incatenati all’aperto, sotto il posto dove i marinai legavano le amache.

Wututu finì con i bambini, non con le donne, e invece di essere incatenata fu soltanto rinchiusa. Agasu venne costretto in catene con gli uomini, stretti come sardine. Sotto coperta la puzza era terribile, benché dopo l’ultimo carico l’equipaggio avesse lavorato di ramazza. Era un odore che aveva impregnato il legno: odore di paura e bile, diarrea e morte, febbre, follia, odio. Wututu sedeva con gli altri bambini, tutti incollati uno all’altro. Un’onda le fece ruzzolare addosso un bambino che si scusò in una lingua a lei sconosciuta. Nella semioscurità cercò di sorridergli.

La nave levò l’ancora e prese il largo.
Wututu si chiedeva da dove venissero quegli uomini bianchi (sebbene nessuno fosse bianco davvero: bruciati dal sole e dal mare, avevano la pelle scura). Erano così sprovvisti di cibo da dover mandare a prendere gente fin nella sua terra? Oppure lei era una prelibatezza, un bocconcino per uomini che avevano assaggiato di tutto e solo la carne nera nella pentola faceva venir loro l’acquolina in bocca?

Durante il secondo giorno di navigazione la nave incontrò una tempesta, non di quelle brutte, ma il ponte rollava e beccheggiava e l’odore del vomito si mescolò a quello dell’urina, delle feci liquide e della paura. Dalle grate di aerazione sulla coperta, dov’erano stivati gli schiavi, la pioggia cadeva su di loro a secchiate.

Dopo una settimana di viaggio, ormai molto lontani da terra, gli schiavi furono liberati dai ferri. Ogni disobbedienza, spiegarono, ogni guaio sarebbe stato punito con una severità che non immaginavano nemmeno.

Al mattino venivano nutriti con fagioli e gallette, più un cucchiaio ciascuno di succo di lime e aceto, talmente aspro da provocare smorfie e accessi di tosse; alcuni sputacchiavano e piangevano quando gli veniva ficcato in bocca. Però non potevano sputarlo: se li sorprendevano a sputarlo o a lasciarlo colare fuori venivano frustati o bastonati.

La sera mangiavano carne salata. Aveva un sapore sgradevole, e sulla superficie grigia c’era una patina con i colori dell’arcobaleno. Questo all’inizio. Nel corso del viaggio peggiorò.

Ogni volta che era possibile Wututu e Agasu si stringevano vicini, parlavano della mamma, della casa e dei compagni di gioco. A volte lei raccontava al fratello storie che la loro madre le aveva raccontato, come la storia di Elegba, il più scaltro degli dèi, che prestava occhi e orecchi al Grande Mawu, che gli portava messaggi dal mondo e riportava al mondo le sue risposte.
La sera, per ammazzare il tempo, i marinai permettevano agli schiavi di cantare ed esibirsi nelle danze.

Wututu era stata fortunata a finire con i bambini. Venivano ammassati insieme e ignorati; le donne non erano altrettanto fortunate. Su certe navi negriere le schiave venivano violentate in continuazione dall’equipaggio, un tacito privilegio stabilito in partenza. La loro non era quel genere di nave, il che tuttavia non significa che episodi di violenza non si verificassero.

Morirono in un centinaio tra uomini, donne e bambini, e vennero buttati in mare; in alcuni casi vennero buttati in mare anche schiavi ancora vivi, e ci pensò l’abbraccio verde e freddo dell’oceano a spegnere la loro ultima febbre mandandoli a picco mentre annaspavano impotenti.
La nave su cui viaggiavano Wututu e Agasu era olandese, ma loro non lo sapevano, avrebbe anche potuto essere britannica, portoghese o spagnola, o francese, per loro.

Erano gli uomini dell’equipaggio che avevano la pelle nera, perfino più nera di Wututu, a ordinare ai prigionieri dove andare, cosa fare, quando danzare. Un mattino Wututu vide che uno di loro la stava fissando. Mentre mangiava lui le si avvicinò e rimase a fissarla senza parlare.
«Perché lo fai?» gli chiese lei. «Perché servi i diavoli bianchi?»

Lui rispose con una smorfia, come se quella fosse la domanda più buffa mai sentita. Poi si piegò su di lei fin quasi a sfiorarle l’orecchio, fino a nausearla con il suo alito. «Se tu fossi più grande» le disse «ti farei gridare di piacere. Magari stanotte lo faccio. Ho visto come balli.»

Lei lo guardò con i suoi occhi color nocciola e imperturbabile, quasi sorridendo, gli disse: «Se ci provi io te lo stacco con i denti che ho lì dentro. Sono una strega, e i miei denti sono affilati». Si gustò il piacere di vedergli cambiare espressione. L’uomo si allontanò senza dire niente.

Le parole le erano uscite di bocca ma non erano farina del suo sacco: non le aveva pensate né formulate. No, erano dello scaltro Elegba. Mawu aveva creato il mondo e poi, grazie agli imbrogli di Elegba, aveva smesso di interessarsene. Era stato Elegba l’astuto con l’erezione dura come il ferro che aveva parlato attraverso di lei, che le era entrato dentro per un momento, e prima di addormentarsi, quella sera, lei gli rese grazie.

Molti prigionieri rifiutavano il cibo. Venivano frustati fino a quando non si decidevano a ingoiare quello che gli veniva cacciato in bocca a forza, anche se le frustate erano talmente tante che due di loro ne morirono. Nessun altro cercò di conquistare la libertà lasciandosi morire di fame. Un uomo e una donna provarono a uccidersi buttandosi in acqua. La donna ci riuscì. L’uomo venne tratto in salvo, legato a un albero e frustato per ore e ore fino a quando la sua schiena non fu un’unica piaga. Lo lasciarono legato all’albero giorno e notte, senza cibo e senz’acqua, solo il suo piscio se aveva sete. Entro tre giorni delirava, la testa gli era diventata gonfia e molle come un melone troppo maturo. Quando smise di vaneggiare lo gettarono in mare. Dopo quel tentativo di fuga, ai prigionieri vennero rimessi ceppi e catene per cinque giorni.

Fu un viaggio lungo, tremendo per i prigionieri e spiacevole per i membri dell’equipaggio che pure si erano fatti il cuore duro e fingevano d’essere allevatori che portavano il bestiame al mercato.

Entrarono nel porto di Bridgeport, alle Barbados, in una bella giornata tiepida e dalle imbarcazioni mandate dal molo gli schiavi furono portati a riva, poi sulla piazza del mercato, dove con un certo numero di urla e randellate vennero sistemati in file ordinate. A un fischio la piazza si riempì di uomini: uomini con le guance paonazze che pungolavano e palpavano, gridavano, ispezionavano, chiamavano con espressioni ammirate o scontente.

Wututu e Agasu furono separati. Accadde così in fretta: un omone costrinse Agasu ad aprire la bocca, gli guardò i denti, gli tastò i bicipiti, annuì e altri due uomini lo trascinarono via. Agasu non cercò di lottare. Guardò la sorella e le disse: «Coraggio». Lei annuì; poi le lacrime le appannarono la vista e scoppiò a piangere. Insieme erano gemelli magici e potenti. Separati erano due bambini disperati.
Dopo di allora lo avrebbe rivisto una volta sola, e non da vivo.

Questo fu il destino di Agasu: dapprima lo condussero in una fattoria per l’addestramento degli schiavi dove ogni giorno lo frustavano per colpe che aveva commesso e colpe che non aveva commesso; gli impartirono una rozza infarinatura di inglese e gli diedero il nome di Inky Jack per via della sua pelle scura. Quando scappò gli diedero la caccia con i cani e lo riacciuffarono, poi gli tagliarono un alluce con lo scalpello perché non dimenticasse la lezione. Si sarebbe lasciato morire di fame, ma quando provò a rifiutare il cibo gli spezzarono gli incisivi per costringerlo a mandar giù una pappa liquida; poteva solo deglutire o soffocare.

Già a quei tempi agli schiavi arrivati dall’Africa si preferivano quelli nati in cattività. Gli uomini nati liberi cercavano sempre di fuggire, o uccidersi, e in un caso o nell’altro si portavano via i profitti del padrone.

Quando Inky Jack compì sedici anni venne venduto insieme ad altri a una piantagione di zucchero sull’isola di Saint-Domingue; al grosso schiavo con i denti rotti diedero il nome di Hyacinth. Nella piantagione incontrò una vecchia del suo villaggio — era stata una schiava domestica finché le mani non le erano diventate troppo nodose e artritiche — la quale gli raccontò che i bianchi separavano apposta i prigionieri provenienti dallo stesso villaggio o dalla stessa regione per evitare che scoppiassero insurrezioni e rivolte. Non volevano che gli schiavi si parlassero tra loro.

Hyacinth imparò un po’ di francese e qualche precetto cattolico. Ogni giorno tagliava canne da zucchero da prima dell’alba a dopo il tramonto.

Procreò molti figli. Insieme ad altri schiavi andava nel bosco, a notte fonda, e benché fosse proibito danzava la calinda, cantava in onore di Damballa-Wedo, il dio serpente, intorno a un serpente nero. Cantava in onore di Elegba, Ogu, Shango, Zaka, e per molti altri dèi ancora, per tutti gli dèi che i prigionieri avevano portato sull’isola, nascosti nei cuori e nelle menti.

Era raro che nelle piantagioni di zucchero di Saint-Domingue gli schiavi vivessero più di dieci anni. Il tempo libero di cui disponevano — due ore nella calura del mezzogiorno e cinque nel buio della notte (dalle undici alle quattro) — era l’unico in cui potevano dedicarsi alla coltivazione di qualcosa per nutrirsi (poiché i padroni non provvedevano al loro mantenimento, gli schiavi ricevevano piccoli appezzamenti di terra con i quali dovevano cavarsela) ed erano anche le uniche ore in cui potevano dormire e sognare. Ciò nonostante trovavano il tempo per riunirsi e danzare, per cantare e adorare i loro dèi. La terra dell’isola era fertile e gli dèi del Dahomey, del Congo e del Niger misero radici profonde e crebbero lussureggianti, promettendo libertà ai fedeli che si radunavano nel bosco a pregarli.

Hyacinth aveva venticinque anni quando un ragno lo punse sul dorso della mano destra. La ferita si infettò e la mano si necrotizzò: nel giro di pochissimo tempo il braccio divenne gonfio e violaceo, e la mano puzzava. Pulsava e bruciava.

Gli diedero da bere del rum grezzo, scaldarono la lama di un machete alla fiamma viva fino a quando non scintillò rossa e bianca. Con una sega gli tagliarono il braccio quasi alla spalla e con la lama lo cauterizzarono. Giacque in preda alla febbre per una settimana, poi tornò al lavoro.
Il monco Hyacinth prese parte alla rivolta degli schiavi del 1791.

Fu Elegba stesso a prendere possesso di Hyacinth nel boschetto, a cavalcarlo come i bianchi cavalcavano i loro destrieri, e a parlare attraverso di lui. Hyacinth ricordava poco del suo discorso, ma gli altri gli dissero che aveva promesso la fine della schiavitù. Ricordava soltanto l’erezione, spaventosa e dolente; e ricordava di aver alzato entrambe le mani — quella che gli era rimasta e quella che aveva perso — alla luna.

Fu sacrificato un maiale, e gli uomini e le donne della piantagione ne bevvero il sangue caldo, stringendo tra loro solenne promessa di fratellanza. Giurarono fedeltà all’esercito di liberazione, e invocarono ancora tutti gli dèi delle terre dalle quali erano stati strappati.
«Se moriremo combattendo contro i bianchi» si dicevano «rinasceremo in Africa, nelle nostre case, nelle nostre tribù.»

Siccome tra i rivoltosi c’era un altro Hyacinth, adesso Agasu era conosciuto con il nome di Grande Monco. Combatté, pregò, fece sacrifici e architettò piani. Vide i suoi amici e le sue donne morire e continuò a combattere.
Combatterono per dodici anni, una guerra folle e sanguinaria contro i proprietari delle piantagioni spalleggiati dalle truppe mandate dalla Francia. Lottarono senza sosta e, contro ogni previsione, vinsero.

Il primo gennaio del 1804 venne dichiarata l’indipendenza di Saint-Domingue, che da allora si sarebbe chiamata Repubblica di Haiti. Il Grande Monco non visse abbastanza per vedere quel giorno. Era morto nell’agosto del 1802, ucciso dal colpo di baionetta di un soldato francese.

Nel momento esatto della morte del Grande Monco (noto prima con il nome di Hyacinth e, prima ancora, di Inky Jack, ma dentro di sé per sempre Agasu) la sorella Wututu — chiamata Mary nella prima piantagione in Carolina, Daisy quand’era diventata una domestica, e Sukey quand’era stata venduta alla famiglia Lavere che abitava lungo il fiume di New Orleans — sentì la lama fredda della baionetta trapassarle il petto e cominciò a gridare in maniera irrefrenabile. Le figlie gemelle si svegliarono piangendo. Avevano la pelle color caffelatte, le sue nuove figlie, non come i figli neri che aveva messo al mondo nella piantagione quando lei stessa era poco più di una bambina… figli che non aveva più visto da quando avevano quindici e dieci anni. La secondogenita era morta da un anno, quando lei era stata venduta.

Sukey aveva ricevuto molte frustate da quando era approdata con quella nave olandese: una volta le avevano messo il sale sulle ferite, un’altra volta era stata fustigata con tanta violenza e così a lungo che per giorni e giorni non si era potuta sedere né lasciare che qualcosa le sfiorasse la schiena. Quand’era più giovane era stata violentata: da uomini neri che avevano ricevuto l’ordine di dividere la sua branda di legno e da uomini bianchi. Era stata messa in catene. Non aveva pianto, però. Da quando l’avevano separata dal fratello aveva pianto una sola volta. Nel North Carolina, quando aveva visto che il cibo per i figli degli schiavi e quello per i cani veniva versato nello stesso trogolo, e che i suoi figli contendevano le briciole ai cani. Un giorno aveva visto quella scena — già vista ogni giorno, nella piantagione, e l’avrebbe vista ancora innumerevoli volte prima di andarsene — ma quel giorno le spezzò il cuore.

Per qualche anno era stata bella. Poi le sofferenze avevano lasciato il segno e bella non era più. La faccia era rugosa, e negli occhi castani c’era troppo dolore.
Undici anni prima, quando ne aveva venticinque, il braccio destro le si era rattrappito. Nessuno dei bianchi aveva potuto impedirlo. La carne sembrava staccarsi dalle ossa, e adesso il braccio le penzolava inerte, un braccìno scheletrico rivestito di pelle, inservibile. Dopo era diventata una schiava domestica.

La famiglia Casterton, proprietaria della piantagione, apprezzava le sue capacità di cuoca e la sua abilità nelle faccende, ma la signora Casterton trovava sgradevole la vista di quel braccìno avvizzito e perciò la vendette alla famiglia Lavere della Louisiana che si trovava lì per un anno: il signor Lavere era un uomo grasso e allegro che aveva bisogno di una cuoca e di una cameriera tuttofare e non provava la minima repulsione per il braccio della schiava Daisy. Quando l’anno successivo tornarono in Louisiana la schiava Sukey andò con loro.

A New Orleans donne e uomini andavano da lei a comperare incantesimi d’amore e piccoli talismani, la gente di colore, naturalmente, e anche i bianchi. La famiglia Lavere chiudeva un occhio. Forse apprezzavano il prestigio che portava alla loro casa una schiava temuta e rispettata. Tuttavia per nessuna ragione al mondo le avrebbero venduto la sua libertà.

A tarda notte Sukey andava nel bayou e danzava la calinda e la bamboula. Come i danzatori di Saint-Domingue e della sua terra nel bayou anche loro avevano come
voudón
un serpente nero; però gli dèi della madrepatria e delle altre nazioni africane non possedevano la sua gente come avevano posseduto Agasu e gli schiavi di Saint-Domingue. Ma lei continuava a invocarli per implorare grazia.

Ascoltava i bianchi che parlavano della rivolta di Santo Domingo (come chiamavano l’isola) e del fatto che fosse destinata a fallire, li ascoltava — «Pensate! Una terra in mano ai cannibali!» — e poi notò che smisero di parlarne.

Ben presto ebbe l’impressione che fingessero che un posto chiamato Santo Domingo non fosse mai esistito, e in quanto ad Haiti, non veniva nemmeno nominata. Era come se tutta la nazione americana avesse deciso che con uno sforzo di volontà si poteva ordinare a un’isola caribica di discrete dimensioni di non esistere più.

Sotto gli occhi vigili di Sukey una generazione di bambini Lavere diventò grande. La più piccola, non riuscendo a pronunciare "Sukey" l’aveva soprannominata Marna Zouzou, e il nome le era rimasto. Adesso correva l’anno 1821 e Sukey aveva superato la cinquantina. Ne dimostrava molti di più.

Conosceva più segreti della vecchia Sanité Dédé che vendeva caramelle davanti al Cabildo, più di Marie Saloppé che si autodefiniva regina del vudù: loro erano entrambe libere donne di colore, mentre Marna Zouzou era una schiava e schiava sarebbe morta, perché così aveva decretato il padrone.

La giovane donna che andò da lei per scoprire che ne era stato del marito si presentò come la Vedova Paris. Aveva i seni alti, era giovane e orgogliosa. Nelle sue vene scorreva sangue africano, europeo, indiano. La sua pelle aveva una tonalità rossastra, i capelli erano di un nero scintillante. Anche gli occhi erano neri, e arroganti. Il marito, Jacques Paris, forse era morto. Era bianco per tre quarti, in base a complessi calcoli, bastardo di una famiglia un tempo importante, immigrato qui da Santo Domingo, e nato libero come la sua bellissima moglie.

«Il mio Jacques. È morto?» chiese la Vedova Paris. Lavorava come parrucchiera a domicilio, pettinava le signore eleganti di New Orleans per le loro impegnative occasioni sociali.
Marna Zouzou consultò le ossa divinatorie e scosse la testa. «È con una donna bianca, da qualche parte più a nord. Una bianca con i capelli d’oro. È vivo.»
La magia non c’entrava. A New Orleans tutti sapevano della donna di Jacques Paris, e di che colore aveva i capelli.

Marna Zouzou si sorprese di scoprire che la Vedova Paris non fosse al corrente del fatto che a Colfax, ogni notte, il suo Jacques infilava il piccolo
pipi
pallido dentro una ragazza dalla pelle rosa. Be’ no, non ogni notte, quando non era così ubriaco da poterlo usare soltanto per pisciare. Forse lo sapeva. Forse era venuta per un’altra ragione.

La Vedova Paris tornò a trovare la vecchia schiava un paio di volte alla settimana. Dopo un mese le portò dei doni; nastri per i capelli, una torta di semi aromatici, un gallo nero.
«Marna Zouzou» disse, «è ora che tu mi insegni quello che sai.»

«Sì» rispose lei, che sapeva riconoscere da quale parte tirava il vento. Inoltre la Vedova Paris le aveva confidato di essere nata con le dita dei piedi unite da una membrana, il che voleva dire che nel grembo di sua madre aveva ucciso un gemello. Aveva altra scelta, Marna Zouzou?

Insegnò alla ragazza che le noci moscate appese a un filo portato al collo fino a quando non si rompe guariscono il mal di cuore, che un piccione ancora implume squartato e messo sulla testa del malato cura la febbre. Le insegnò a confezionare il sacchetto magico, un sacchettino di cuoio contenente tredici penny, nove semi di cotone e le setole di un maiale nero, e le spiegò come strofinarlo perché si realizzassero i desideri.

La Vedova Paris imparò ogni cosa. Però non era interessata agli dèi. Non molto. Le interessavano le pratiche. Fu felice di scoprire che se immergi una rana viva nel miele e poi la metti in un formicaio, quando le ossa saranno state ben spolpate e bianche un esame accurato rivelerà un osso piatto a forma di cuore, e un altro con un gancio: l’osso con il gancio dovrà essere agganciato a un indumento della persona di cui desideri l’amore, mentre quello a forma di cuore andrà custodito con cura (perché in caso di perdita il tuo amato si rivolterà contro di te come un cane rabbioso). Se esegui tutto nel modo giusto l’amato sarà infallibilmente tuo.


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