American Gods

American Gods

Neil Gaiman

Shadow rise e il vecchio si concesse il sorriso soddisfatto dell’artigiano fiero del proprio capolavoro. Si fermarono davanti a un edificio di mattoni con un porticato di legno a cui erano appese le decorazioni natalizie che si accendevano a intermittenza.
«Il cinquecentodue è questo» disse Hinzelmann. «L’appartamento numero tre è all’ultimo piano, dall’altra parte, affacciato sul lago. Ben arrivato, Mike.»
«Grazie, signor Hinzelmann. Posso pagarle la benzina?»

«Chiamami solo Hinzelmann. No, non mi devi niente. Buon Natale da parte mia e di Tessie.»
«È sicuro di non poter accettare niente?»
Il vecchio si grattò il mento. «Sta’ a sentire, la settimana prossima verrò a venderti un biglietto della nostra lotteria di beneficenza. Per il momento, giovanotto, pensa solo a metterti sotto le coperte.»
Shadow sorrise. «Buon Natale, Hinzelmann.»

Il vecchio gli strinse la mano; aveva le nocche arrossate, una mano dura e callosa come il ramo di una quercia. «Sta’ bene attento a dove metti i piedi perché si scivola, sul sentiero. Da qui vedo la tua porta, la vedi? Aspetto in macchina fino a quando non sei dentro. Fammi un cenno quando sei arrivato e io me ne vado.»

Rimase con il motore acceso fino a quando Shadow non fu al sicuro sul portico di legno e non ebbe aperto la porta dell’appartamento. La porta si spalancò. Shadow si voltò a fare un cenno con i pollici alzati e il vecchio sulla Wendt — Tessie, pensò, e il pensiero che un’automobile avesse un nome di donna gli strappò un altro sorriso — Hinzelmann e Tessie, fecero inversione e tornarono in direzione del ponte.

Shadow chiuse la porta. La stanza era gelida. Odorava di gente che se n’era andata a vivere altrove, e di tutto ciò che avevano mangiato e sognato. Trovò il termostato e lo alzò a venti gradi; entrò nella minuscola cucina, aprì i cassetti e il frigorifero color avocado, vuoto. Nessuna sorpresa. Perlomeno l’interno del frigorifero aveva un odore di pulito, non puzzava di muffa.

C’era una piccola camera da letto, accanto alla cucina, con un nudo materasso e un bagno ancora più angusto occupato in gran parte dalla doccia. Nella tazza del water galleggiava un vecchio mozzicone di sigaretta che aveva tinto l’acqua di marrone. Shadow tirò lo sciacquone.
Nell’armadio trovò lenzuola e coperte e preparò il letto. Poi si sfilò gli stivali, la giacca e l’orologio e si sdraiò tutto vestito, chiedendosi quanto tempo avrebbe impiegato a riscaldarsi.

Le luci erano spente e regnava un silenzio pressoché totale, fatta eccezione per il ronzio del frigorifero e, in lontananza, una radio accesa in un altro appartamento. Rimase sdraiato al buio domandandosi se sul Greyhound non avesse per caso già soddisfatto tutto il suo bisogno di sonno, se la fame e il freddo e il letto nuovo e la follia delle ultime settimane lo avrebbero tenuto sveglio tutta la notte.

Nell’immobilità generale sentì risuonare un colpo secco, come uno sparo. Un ramo, pensò, o il ghiaccio. Fuori il mondo stava gelando.
Chissà quanto avrebbe dovuto aspettare l’arrivo di Wednesday. Un giorno? Una settimana? Sapeva di doversi concentrare su qualcosa, perché l’attesa poteva essere lunga. Decise che avrebbe ripreso a fare ginnastica e a esercitarsi con giochetti e palmaggi fino a ottenere una grande scioltezza (
esercitati con tutti i giochi,

mormorò qualcuno dentro la sua testa in una voce che non gli apparteneva,
con tutti meno uno, quello che ti ha mostrato il povero Mad Sweeney ucciso dal freddo e dagli stenti, dall’oblio e dall’eccesso di zelo. Oh no, quello no
).
Però Lakeside era una bella cittadina. Lo sentiva.
Ripensò al sogno, se di un sogno s’era trattato, della prima notte a Cairo. Ripensò a Zarja… come diavolo si chiamava? La sorella di mezzanotte.
E poi pensò a Laura…

Pensare a lei fu come spalancare una finestra della mente. Gli sembrava di vederla. In qualche modo riusciva a vederla.
Era a Eagle Point, nel cortile della grande casa di sua madre.

In piedi al freddo, un freddo che non sentiva più o che sentiva fin troppo, in piedi davanti alla casa che sua madre aveva comperato nel 1989 con i soldi dell’assicurazione sulla vita del marito, Harvey McCabe, morto d’infarto seduto sulla tazza del cesso, e guardava dentro la casa, le mani fredde premute contro la finestra non appannata dal suo fiato, guardava la madre, la sorella con i figli e il marito arrivati dal Texas per Natale. Fuori al buio, ecco dov’era Laura, incapace di non guardare il quadretto familiare.

Shadow sentì salire le lacrime agli occhi e si girò su un fianco.
Gli sembrava di essere un guardone e cercò di respingere quei pensieri, di riportarli a sé: vedeva la grande distesa ghiacciata del lago mentre il vento soffiava dall’Artico facendo diventare le dita di chiunque cento volte più fredde di quelle di un cadavere.
Adesso Shadow respirava a fatica. Sentiva il vento ululare intorno alla casa e per un momento gli sembrò di riconoscere alcune parole.

Se proprio doveva essere da qualche parte, pensò, tanto valeva essere lì, poi si addormentò.

Nel frattempo. Una conversazione

Din don.
«Signorina Crow?»
«Sì?»
«La signorina Samantha Black Crow?»
«Sì.»
«Le dispiace se le facciamo qualche domanda?»
«Siete poliziotti? Chi siete?»
«Io sono Town. Il mio collega si chiama Road. Stiamo investigando sulla scomparsa di due colleghi.»
«E come si chiamano?»
«Prego?»

«Ditemi come si chiamano. Voglio sapere i loro nomi. Il nome dei colleghi. Ditemi come si chiamano e forse potrò aiutarvi.»
«… Okay. Si chiamavano Stone e Wood. Allora, possiamo farle qualche domanda sì o no?»
«Ma cosa fate, prendete i nomi dal primo oggetto che vi capita a tiro? "Oh, ecco il signor Marciapiede e il signor Tappeto, dite ciao al signor Aeroplano"?»
«Molto spiritosa, signorina. Prima domanda: dobbiamo sapere se ha mai visto quest’uomo. Tenga. Guardi la fotografia.»

«Accidenti. Di fronte e di profilo, con una fila di numeri sotto… E grande e grosso. Bello, però. Cos’ha fatto?»

«Ha partecipato a una rapina alla banca di una cittadina, guidava la macchina, qualche anno fa. I due soci hanno deciso di tenersi il malloppo e l’hanno piantato in asso. Lui si è arrabbiato. Li ha trovati. Li ha quasi uccisi a mani nude. L’accusa ha patteggiato con le vittime: hanno testimoniato contro di lui. Shadow si è beccato sei anni. Ne ha scontati tre. Se vuole sapere la mia opinione, tipi così dovrebbero chiuderli in cella e buttare via la chiave.»

«Non l’avevo mai sentito dire nella vita vera. Non a voce alta.»
«Che cosa, signorina Crow?»
«"Malloppo". Non è una parola che si usa spesso. Forse nei film. Non nella vita.»
«Questo non è un film, signorina Crow.»
«Black Crow. Mi chiamo Black Crow. Sam, per gli amici.»
«Abbiamo capito, Sam. Allora, a proposito di quest’uomo…»
«Voi non siete miei amici. Chiamatemi signorina Black Crow.»
«Senti, mocciosetta…»

«Tranquillo, Road. Sam — mi scusi, signora — volevo dire… la signorina Black Crow vuole aiutarci. E una cittadina timorata della legge.»
«Signorina, noi sappiamo che lei ha aiutato Shadow. E stata vista con lui a bordo di una Chevy Nova bianca. Le ha dato un passaggio. Le ha offerto la cena. Ha detto niente che potrebbe risultare utile alle indagini? Due dei nostri uomini migliori sono stati uccisi.»
«Non l’ho mai visto.»

«L’ha visto eccome. La prego di non commettere l’errore di giudicarci stupidi. Non lo siamo.»
«Mmm. Incontro un sacco di gente. Magari l’ho conosciuto e dimenticato subito dopo.»
«Signorina, le conviene cooperare.»
«Altrimenti mi presenterete il signor Tenaglia e il signor Pentothal?»
«Signorina, lei sta peggiorando la sua posizione.»
«Cavoli. Mi dispiace. Abbiamo finito? Perché adesso vorrei salutarvi e chiudere la porta e immagino che una volta saliti sul signor Furgone ve ne andrete.»

«Abbiamo preso nota della sua volontà di non cooperare, signorina.»
«Ciao ciao.»
Clic.


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