American Gods

American Gods

Neil Gaiman

Si ritrasse e guardò in alto senza tuttavia riuscire a vedere la ragazza in faccia. Ma la sua bocca cercava quella di lei e le sue labbra erano morbide e le aveva preso i seni nelle mani e accarezzava la sua soffice pelle serica, scostando la pelliccia che le copriva i fianchi, scivolando dentro quella meravigliosa fenditura che era calda e bagnata, aperta per lui, come un fiore che gli sbocciava in mano.

La donna si strinse a lui facendo le fusa estatica, allungando una mano sul suo pene, stringendoglielo. Lui allontanò le lenzuola e le fu sopra, aprendole con una mano le cosce, mentre lei lo guidava dentro di sé con una sola magica spinta…
Adesso era insieme a lei nella sua cella in prigione, e la stava baciando con desiderio. Lei lo stringeva tra le braccia, lo avvinghiava con le gambe perché non si potesse allontanare, non potesse scivolare fuori nemmeno se l’avesse voluto.

Non aveva mai baciato labbra così morbide. Non aveva mai immaginato che esistesse, una simile morbidezza. La lingua, però, era come carta vetrata contro la sua.
«Chi sei?» le chiese.

Lei non rispose, lo respinse sul letto e con un movimento flessuoso gli si sedette sopra e cominciò a cavalcarlo. No, non a cavalcarlo, a insinuarsi in lui con una serie di morbidi movimenti ondulatori, via via sempre più potenti, colpi e spinte e ritmi che si frangevano contro il corpo e la mente come sulla riva del lago si frangono le onde mosse dal vento. Le sue unghie erano come aghi quando affondarono nei fianchi e lo graffiarono; non provò dolore ma soltanto piacere, ogni sensazione veniva trasformata da un processo alchemico in attimi di puro piacere.

Lottò per ritrovare se stesso, lottò per parlare, la testa spazzata dai venti del deserto sulle dune.
«Chi sei?» ripeté, annaspando nel tentativo di tirar fuori la voce.

Lei lo fissò con i suoi occhi color ambra scura, poi si abbassò e lo baciò sulla bocca con passione, con una profondità e un abbandono tali che quasi quasi, lì sul ponte sul lago, nella sua cella in prigione, nel letto di un’impresa di pompe funebri di Cairo, Shadow fu sul punto di venire. Si abbandonò alla sensazione come un aquilone si lascia portare dall’uragano, cavalcandolo, nella speranza che non arrivi al culmine, nella speranza che non esploda, nella speranza che non finisca mai. Riuscì a riprendere il controllo. Doveva mettere in guardia quella donna.

«Mia moglie Laura. Ti ammazzerà.»
«Non può ammazzarmi» disse lei.
Da un angolo del cervello affiorò un ricordo assurdo: nel Medioevo si diceva che una donna sopra l’uomo, durante il coito, avrebbe concepito un papa. Così veniva detta quella posizione: cercare il papa…

Avrebbe voluto sapere come si chiamava, ma non osava chiederglielo una terza volta, e la strinse a sé sentendo i capezzoli duri e sporgenti e lei ricambiò l’abbraccio attirandolo sempre più dentro di sé e questa volta lui non riusciva né a cavalcare l’onda né a farcisi portare, questa volta l’ondata lo travolse mandandolo a capitombolare e mentre si inarcava per riaffiorare affondava più profondamente di quanto avrebbe mai immaginato possibile, come se lui e la donna fossero tutt’uno, un’unica creatura che assaporava, beveva, abbracciava,

desiderava…
«Lascia che sia» gli disse con un sordo ruggito. «Abbandonati a me. Lascia che sia.»
E Shadow venne, sciogliendosi tra spasmi, la mente stessa prima dissolta, poi, attraverso la fase di sublimazione, piano piano dallo stato liquido a quello gassoso.
Chissà dove, in fondo in fondo, prese un respiro, una limpida boccata d’aria che scese nei polmoni, e allora capì che aveva trattenuto il fiato per troppo tempo. Tre anni, almeno. Forse di più.

«Ora riposa» gli disse lei, e posò le labbra morbide sulle sue palpebre in un bacio. «Lascia che sia. Lascia che tutto sia come dev’essere.»
Il sonno che lo accolse era pesante e senza sogni, consolatorio, e Shadow vi si tuffò con abbandono.

C’era una luce strana. Le sei e quarantacinque, diceva l’orologio, e fuori faceva ancora buio, benché la stanza fosse invasa da un pallido chiarore azzurrastro. Scese dal letto. Era sicuro di essere andato a dormire con il pigiama, invece adesso era nudo e l’aria sulla sua pelle sembrava fredda. Andò a chiudere la finestra.

C’era stata una tormenta, durante la notte: quindici centimetri di neve, forse di più. L’angolo sudicio e fatiscente di città che Shadow riusciva a vedere dalla finestra era stato trasformato in un panorama pulito, molto diverso; le case non avevano più l’aria abbandonata e dimenticata, erano eleganti rivestite di bianco. Le strade invece erano scomparse del tutto sotto un candido manto di neve.

Al confine della capacità di percezione indugiava un’idea, qualcosa che aveva a che fare con la transitorietà. Svanì rapida come un baluginio.
Vedeva benissimo, come se il sole fosse già alto.

Notò qualcosa di strano allo specchio e si avvicinò a guardare stupito: tutti i lividi erano spariti. Si toccò il fianco, premendo forte con i polpastrelli in cerca di una fitta lancinante che gli ricordasse l’incontro con il signor Stone e il signor Wood, o dei lividi verdastri che Mad Sweeney gli aveva lasciato in omaggio. Più niente. La faccia era pulita, senza segni. Però i fianchi e la schiena (dovette contorcersi per vedere) erano coperti di graffi che sembravano prodotti da artigli acuminati.

Dunque non l’aveva sognato. Non del tutto.
Aprì i cassetti e indossò gli indumenti che trovò: un paio di antiquati Levi’s azzurri, una camicia, un maglione blu pesante e un cappotto nero da necroforo che trovò appeso nella cabina armadio.
Infilò le sue vecchie scarpe.

La casa dormiva ancora. Scese lentamente, sperando che il pavimento di legno non scricchiolasse, e uscì; si incamminò nella neve lasciando profonde impronte sul marciapiede. Fuori, anche grazie al riflesso della neve, c’era più luce di quanto avesse immaginato dalla camera.

Dopo un quarto d’ora arrivò a un ponte accanto al quale un grande cartello lo informava che stava uscendo dalla Cairo storica. Sotto il ponte c’era un uomo alto e curvo che fumava nervosamente una sigaretta scosso dai brividi. Gli sembrava di conoscerlo.
Gli arrivò abbastanza vicino da distinguere nella fioca luce invernale il livido rossastro intorno all’occhio. «Buongiorno, Mad Sweeney» disse.
Il mondo era molto silenzioso. Nemmeno un’automobile disturbò il silenzio ovattato.

«Ehi, amico.» Mad Sweeney non alzò lo sguardo. La sigaretta era fatta a mano.
«Se continui a stare sotto i ponti» disse Shadow «la gente comincerà a pensare che sei un troll.»

Questa volta Mad Sweeney alzò la testa e Shadow vide gli occhi stralunati. L’irlandese sembrava spaventato. «Stavo cercando proprio te. Mi devi dare un mano, amico. L’ho fatta grossa.» Inspirò dalla sigaretta, ma quando l’allontanò dalla bocca sul labbro inferiore era rimasto appiccicato un pezzetto di carta e la sigaretta si aprì lasciando cadere sulla barba rossa e sul davanti già sudicio della camicia i fili di tabacco. Mad Sweeney spazzò via tutto con un gesto convulso delle mani sporche, come se si trattasse di insetti pericolosi.

«Le mie disponibilità sono ridotte all’osso» disse Shadow, «comunque perché non mi dici cosa ti serve? Ti offro un caffè?»

Mad Sweeney scosse la testa. Da una tasca del giubbotto di jeans prese una busta di tabacco e un pacchetto di cartine e cominciò a rollare un’altra sigaretta. Intanto sembrava che gli si fosse rizzata la barba e mosse la bocca, anche se non ne uscì nessuna parola. Leccò la colla della cartina e fece scorrere il cilindretto tra le dita. Il risultato somigliava solo vagamente a una sigaretta. Poi disse: «Io non sono un troll. Cazzo. Quei bastardi sono stronzi e cattivi».

«Lo so che non sei un troll, Sweeney» rispose Shadow in tono gentile. «Cosa posso fare per te?»
Mad Sweeney fece scattare lo Zippo di ottone e i primi due centimetri abbondanti di sigaretta presero fuoco riducendosi istantaneamente in cenere. «Ti ricordi che ti ho insegnato a prendere una moneta? Ti ricordi?»
«Sì» disse Shadow. Gli sembrò di rivedere la moneta d’oro che rotolava sulla bara di Laura, che le scintillava al collo. «Ricordo.»
«Hai preso la moneta sbagliata, amico.»

Un’automobile si avvicinò alla zona buia sotto il ponte accecandoli con i fari. Rallentò, si fermò, e qualcuno abbassò un finestrino. «Tutto a posto, signori?»
«Tutto a postissimo, grazie» disse Shadow. «Siamo usciti per una passeggiata mattutina.»

«Allora va bene» rispose il poliziotto. Non aveva per niente l’aria di credere che andasse bene. Non ripartì. Shadow appoggiò una mano sulla spalla di Mad Sweeney e gli diede una spinta, allontanandolo dalla macchina di pattuglia, verso la periferia. Sentì il ronzio del finestrino che veniva chiuso ma vide che il poliziotto non si decideva a ripartire.
Shadow continuò a camminare. Anche Mad Sweeney continuò a camminare, ma ogni tanto barcollava.

La macchina della polizia li superò lentamente, poi fece inversione e tornò verso la città accelerando lungo la discesa coperta di neve.
«Perché non mi dici che cosa ti preoccupa?» disse Shadow.

«Ho fatto come aveva detto lui. Ho fatto tutto quello che mi aveva detto di fare ma ti ho dato la moneta sbagliata. Non era quella. Quella è per i re. Hai capito? In teoria non dovevo nemmeno essere in grado di prenderla. È la moneta che si dà al re d’America in persona. Non a un bastardo ubriacone come me o come te. E adesso sono in un grosso casino. Ridammela, amico. Non mi rivedrai mai più, se me la restituisci, lo giuro su quella testa di cazzo del re Bran, hai capito? Lo giuro su tutti gli anni che ho passato sopra quegli alberi di merda.»

«Chi ti ha detto di fare quello che hai fatto?»
«Grimnir. Il tizio che chiami Wednesday. Sai chi è? Lo sai chi è veramente?»
«Credo di sì.»
Negli occhi folli dell’irlandese passò un’espressione di panico. «Non c’era niente di male. Niente che tu… niente di male. Mi aveva detto di trovarmi in quel bar e di fare a botte con te. Diceva che voleva vedere di che pasta eri fatto.»
«Non ti ha detto di fare altro?»

Sweeney era scosso da brividi e contrazioni. Per un attimo Shadow pensò che tremasse di freddo, poi si rese conto di aver già visto quel modo particolare di rabbrividire, quando era in prigione: un drogato. Sweeney era in astinenza da qualcosa e Shadow avrebbe scommesso che si trattava di eroina. Un leprecauno tossicomane? Mad Sweeney staccò la brace della sigaretta, la gettò a terra e si infilò il mozzicone in tasca. Poi sfregò le mani annerite di sporcizia e ci soffiò sopra per scaldarle. Adesso la sua voce era un gemito lamentoso: «Senti, dammi quella moneta, amico. Te ne darò un’altra in cambio, altrettanto bella. Te ne do una carrettata di quelle cazzo di monete».

Si tolse il berretto da baseball bisunto e con la mano destra fece il gesto di ravviarsi i capelli producendo una grossa moneta d’oro. La lasciò cadere nel berretto. Ne materializzò un’altra da un ricciolo di respiro condensato nell’aria, e poi un’altra ancora, tutte afferrate dall’aria immobile del mattino fino a riempire il berretto, così pesante ormai che Sweeney doveva usare tutte e due le mani per tenerlo.

Lo tese verso Shadow. «Tieni» gli disse. «Prendile, amico. Basta che mi restituisci quella che ti ho dato al bar.» Shadow guardò il berretto e si chiese a quanto ammontasse il contenuto.
«Dove potrei spenderle, Mad Sweeney?» domandò. «Ci sono tanti posti dove cambiare monete d’oro in contanti?»

Per un momento pensò che l’irlandese volesse picchiarlo, ma quell’istante passò e Mad Sweeney rimase lì in piedi con il berretto teso davanti a sé come Oliver Twist. E gli occhi azzurri gli si riempirono di lacrime che rotolarono lungo le guance. Si mise il berretto — ormai vuoto di tutto, fatta eccezione per una fascia madida di sudore — sui capelli radi. «Me la devi dare, amico. Non ti ho fatto vedere come si fa? Ti ho fatto vedere come si prendono le monete dalla riserva. Ti ho fatto vedere dov’è la riserva. Dammi solo quella prima moneta. Non è mia.»

«Non ce l’ho più.»
Mad Sweeney smise di piangere e sulle sue guance comparvero alcune chiazze rosse. «Tu, pezzo di…» cominciò prima che le parole gli mancassero; la bocca si aprì e si chiuse in una scena muta.
«Ti sto dicendo la verità» disse Shadow. «Mi dispiace. Se ce l’avessi te la ridarei, ma l’ho regalata.»

La mano lercia di Sweeney gli strinse la spalla in una morsa e i suoi pallidi occhi azzurri lo fissarono. Le lacrime gli avevano rigato le guance coperte di sporcizia. «Merda» disse. Shadow sentì l’odore del tabacco, della birra stantia e del sudore acre del bevitore di whiskey. «Stai dicendo la verità, pezzo di merda. L’hai data via di tua spontanea volontà. Maledetti siano i tuoi occhi scuri, l’hai data via veramente.»

«Mi dispiace.» Shadow risentì il tonfo soffocato della moneta che atterrava sulla bara di Laura.
«Che tu sia dispiaciuto o no, io sono dannato e condannato.» Sweeney si asciugò il naso e gli occhi con la manica della giacca coprendosi la faccia di strani disegni grigiastri.
Shadow gli diede una stretta al bicipite, un impacciato gesto maschile di solidarietà.

«Meglio sarebbe stato se non fossi mai nato» disse l’irlandese dopo un lungo silenzio. Poi alzò gli occhi. «Il tipo a cui l’hai data. Me la restituirebbe, secondo te?»
«È una donna. E non so dove sia. Comunque no, non credo che sarebbe disposta a ridartela.»

Sweeney sospirò tristemente. «Quand’ero appena un pivello, un giorno ho incontrato una donna, sotto le stelle, che mi ha lasciato giocare con le sue tette e mi ha letto il destino. Mi ha detto che sarei finito abbandonato a ovest del tramonto, e che l’amore di una morta per i gingilli avrebbe deciso la mia sorte. E io ho riso e mi sono versato altro vino d’orzo e ho giocato ancora un po’ con le sue tette e l’ho baciata su quella bocca graziosa. Erano i bei tempi… il primo monaco grigio non aveva ancora messo piede sulla nostra terra, non avevano ancora attraversato il verde mare diretti a Occidente. E adesso…». Si interruppe, lasciando la frase a mezzo. Voltò la testa e guardò Shadow con aria concentrata. «Non ti dovresti fidare di lui» disse in tono di rimprovero.

«Di chi?»
«Wednesday. Non fidarti.»
«Non devo fidarmi. Lavoro per lui.»
«Ti ricordi come si fa?»
«Cosa?» Shadow aveva l’impressione di parlare con almeno sei persone diverse. Il cosiddetto leprecauno saltava confusamente da un personaggio all’altro, da un argomento all’altro, come se le sue cellule cerebrali superstiti stessero prendendo fuoco un’ultima volta prima di spegnersi per sempre.

«Le monete, amico. Le monete. Te l’ho fatto vedere, non ti ricordi?» Avvicinò due dita alla faccia, le fissò e prese dalla bocca una moneta d’oro. La lanciò a Shadow che allungò una mano per prenderla, ma non gli arrivò niente.
«Ero ubriaco» disse Shadow. «Non ricordo.»

Sweeney attraversò la strada barcollando. Adesso si era fatto giorno e il mondo era bianco e grigio. Shadow lo seguì. Sweeney camminava a lunghi passi sbilenchi, come se fosse sempre sul punto di cadere, ma il movimento glielo impediva, le gambe lo spingevano in avanti. Quando arrivarono al ponte l’irlandese si appoggiò con una mano ai mattoni della volta, si girò e disse: «Hai qualche dollaro? Non ho bisogno di molto. Per un biglietto di sola andata venti dollari basterebbero. Ce li hai venti miserabili dollari?».

«Dove vuoi andare con un biglietto dell’autobus da venti dollari?»
«Via di qui» rispose Sweeney. «Posso andarmene prima che scoppi la tempesta. Lontano da un mondo dove l’oppio è diventato la religione dei popoli. Lontano.» Si interruppe e si asciugò il naso con il dorso della mano che ripulì sulla manica.
Shadow prese dalla tasca una banconota da venti dollari e gliela diede. «Tieni.»

Sweeney l’accartocciò e la spinse in fondo al taschino del giubbotto di jeans tutto macchiato d’unto, sotto una toppa con due avvoltoi appollaiati su un ramo secco e la scritta PAZIENZA UN CORNO! ADESSO AMMAZZO QUALCOSA! Annuì. «Basteranno per portarmi dove devo andare.»

Si appoggiò al muro rovistando nelle tasche fino a quando non scovò il mozzicone di sigaretta riposto qualche minuto prima. L’accese facendo attenzione a non bruciarsi le dita o la barba. «Voglio dirti una cosa» cominciò, come se non avesse ancora aperto bocca. «Tu sei sulla strada del patibolo, intorno al collo hai già la corda e su ogni spalla un corvo appollaiato che aspetta solo di cavarti gli occhi, e l’albero della forca ha radici profonde perché va dal cielo all’inferno e il nostro mondo non è che il ramo da cui penzola la corda.» Fece una pausa. «Mi fermo un po’ qua» disse accovacciandosi con la schiena appoggiata ai mattoni neri.

«Buona fortuna».
«Cazzo, sono fottuto» disse l’irlandese. «Comunque grazie.» Shadow tornò verso la città. Erano le otto del mattino e Cairo si stava svegliando. Si voltò a guardare e sotto il ponte vide la faccia pallida di Sweeney rigata di lacrime e sudiciume che lo osservava allontanarsi.
Non lo avrebbe più visto vivo.

Le brevi giornate d’inverno che precedono il Natale erano come istanti luminosi nella tenebra e nella dimora dei morti volarono via in fretta.

Il ventitré dicembre Jacquel e Ibis erano intenti al loro ruolo di ospiti alla veglia di Lila Goodchild. La cucina era affollata di donne indaffarate con pentole e tegami e contenitori di plastica, mentre la defunta era esposta dentro la bara circondata da fiori di serra nella sala principale dell’impresa di pompe funebri. Sul lato opposto della sala c’era un tavolo coperto di enormi quantità di insalata di cavolo, fagioli e frittelle di granturco, pollo e costolette e fagioli dall’occhio, e a metà pomeriggio la casa era piena di gente che piangeva e rideva e stringeva le mani al pastore, tutto grazie all’organizzazione ferrea e sotto l’occhio vigile dei sobriamente vestiti signori Jacquel e Ibis. La defunta sarebbe stata seppellita l’indomani mattina.

Quando il telefono dell’ingresso squillò (era di bachelite nera e aveva il bel vecchio disco rotante di una volta), rispose il signor Ibis. Poi prese Shadow in disparte. «Era la polizia. Potresti andare a ritirare un corpo?»
«Certo.»
«Sii discreto. Tieni.» Scrisse l’indirizzo su un foglietto di carta e lo diede a Shadow che lesse il bel corsivo chiaro e regolare, lo ripiegò e lo infilò in tasca. «Ci sarà una macchina della polizia» aggiunse Ibis.

Shadow andò a prendere il carro funebre. Jacquel e Ibis ci avevano tenuto a spiegare, separatamente, che in realtà il carro andava usato soltanto per i funerali, e che per ritirare i cadaveri avevano un furgone, ma al momento il furgone era dal meccanico, erano già tre settimane ormai, perciò che facesse molta attenzione con il carro funebre. Shadow guidò con cautela. Gli spazzaneve avevano ripulito le strade ma gli piaceva guidare piano. Sembrava l’unica cosa giusta da fare con un veicolo di quel tipo, anche se quasi non ricordava l’ultima volta che ne aveva visto uno per strada. La morte era scomparsa dalle strade d’America, pensò; era un evento che si verificava negli ospedali o nelle ambulanze. Non bisogna spaventare i vivi. Il signor Ibis gli aveva raccontato che in alcuni ospedali mettono i morti sul ripiano basso delle barelle e poi le coprono per farle sembrare vuote, così i defunti percorrono la loro ultima strada sotto mentite spoglie.

Un’automobile blu della polizia era ferma sul ciglio della strada e Shadow parcheggiò subito dietro. A bordo c’erano due poliziotti che bevevano caffè dai coperchi dei thermos. Non avevano spento il motore per tenere acceso il riscaldamento. Shadow picchiò sul finestrino.
«Che c’è?»
«Mi manda l’impresa di pompe funebri.»

«Stiamo aspettando il medico legale» disse il poliziotto. Shadow si domandò se fosse lo stesso che gli aveva parlato sotto il ponte. L’uomo, di colore, scese dalla macchina lasciando il collega al volante e accompagnò Shadow verso i bidoni dell’immondizia. Mad Sweeney era seduto nella neve vicino a un bidone. In grembo aveva una bottiglia verde; faccia, berretto e spalle erano coperti da uno strato sottile di neve. Non dava segni di vita.
«Ubriaco morto» disse il poliziotto.


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