American Gods

American Gods

Neil Gaiman

«La facciamo noi» spiegò Ibis. «Ai vecchi tempi erano le donne a prepararla. Erano più brave. Ma adesso siamo rimasti solo in tre: io, lui, e lei.» Indicò la piccola gatta scura che dormiva placida dentro una cesta in un angolo. «Eravamo più numerosi, all’inizio. Ma Seth se n’è andato per esplorare il mondo, quando, duecento anni fa? Sì, devono essere almeno duecento. Ci ha mandato una cartolina da San Francisco nel 1905 o nel 1906. Poi più niente. Mentre il povero Horus…» Lasciò la frase in sospeso, sospirò e scosse la testa.

«Mi capita di incontrarlo, ogni tanto» disse Jacquel, «quando vado a ritirare un corpo.» Sorseggiò la sua birra.
«Vorrei provvedere al mio mantenimento» disse Shadow «finché resto qui. Ditemi di cosa avete bisogno e io lo faccio.»
«Ti troveremo un lavoro» convenne Jacquel.

La gattina scura aprì gli occhi e si alzò stiracchiandosi. Attraversò la cucina e andò a strusciare la testa contro uno stivale di Shadow che allungò la mano per darle una grattatina sulla fronte, dietro le orecchie e sulla nuca. Lei inarcò estatica la schiena e poi gli saltò in grembo, si issò sul suo petto e gli sfiorò la punta del naso con il suo, freddo. Infine si acciambellò sulle ginocchia di Shadow e si riaddormentò. Lui le accarezzò il pelo morbido; era un peso caldo e piacevole sulle ginocchia, aveva l’aria di sentirsi nel posto più sicuro del mondo e Shadow lo trovò consolatorio.

La birra gli aveva lasciato un piacevole ronzio nella testa.
«La tua stanza è in cima alle scale, vicino al bagno» disse Jacquel. «Troverai appesi nell’armadio gli abiti da lavoro… Prima vorrai lavarti e farti la barba, immagino.»

Shadow si lavò e sbarbò. Fece la doccia in piedi nella vasca di ghisa e si fece la barba con un rasoio a mano libera che gli aveva prestato Jacquel. Era affilato in maniera oscena, e aveva un manico di madrcperla, e Shadow sospettò che venisse usato per dare ai cadaveri l’ultima rasatura. Era la prima volta in vita sua che usava un rasoio di quel tipo, tuttavia non si tagliò. Sciacquò quel che restava della schiuma da barba e nello specchio del bagno coperto dì puntini scuri osservò se stesso nudo. Era coperto di ecchimosi: lividi nuovi sul petto e sulle braccia e, sotto, quelli ormai sbiaditi, ricordo di Mad Sweeney. Lo specchio gli restituì uno sguardo sospettoso.

E poi, come se qualcuno gli guidasse la mano, alzò il rasoio e se l’appoggiò con la lama aperta sulla gola.

Una soluzione, pensò. Una via d’uscita. E se al mondo c’era qualcuno capace di occuparsi del caso, di ripulire il disastro e sistemare tutto erano proprio i due tizi seduti a bere birra al piano di sotto, in cucina. Farla finita con le preoccupazioni. Farla finita con Laura. Farla finita con i misteri e le cospirazioni. Con i brutti sogni. Soltanto pace e quiete ed eterno riposo. Un colpo secco, da un orecchio all’altro. Non era difficile.

Rimase lì in piedi con il rasoio puntato alla gola. Dove la lama toccava la pelle uscì una goccia di sangue. Non si era nemmeno accorto di essersi tagliato.
Vedi,
disse, tra sé e sé, e gli sembrò di sentire una voce che gli sussurrava all’orecchio.
Non fa male. È troppo affilato per fare male. Morirò senza neanche accorgermene.

In quel momento la porta del bagno si aprì di pochi centimetri, sufficienti a lasciar passare la gattina che sporgendo la testa dalla soglia lo guardò con aria incuriosita e fece le fusa.
«Ehi» le disse Shadow. «Credevo di aver chiuso a chiave.»
Ripiegò il rasoio, lo appoggiò sul lavandino e tamponò il piccolo taglio sulla gola con un pezzetto di carta igienica. Poi si avvolse un asciugamano intorno ai fianchi e andò nella stanza.

Come la cucina anche la sua camera da letto sembrava essere stata arredata negli anni Venti: c’era un lavamano con una brocca accanto alla cassettiera e allo specchio. Qualcuno gli aveva già preparato i vestiti sul letto: abito nero, camicia bianca, maglietta e mutande bianche, calzini neri. Sul vecchio tappeto persiano accanto al letto c’era anche un paio di scarpe nere.

Si vestì. Erano indumenti di buona qualità, benché non nuovi. Si domandò a chi fossero appartenuti. Stava mettendosi i calzini di un morto? Si sarebbe infilato le scarpe di un morto? Annodò la cravatta guardandosi allo specchio e adesso ebbe l’impressione che il suo riflesso gli sorridesse sardonico.
Gli sembrava inconcepibile di aver potuto anche solo pensare di tagliarsi la gola. Mentre sistemava la cravatta il suo riflesso continuava a sorridere.

«Ehi» gli disse. «Forse tu sai qualcosa che io non so?» e immediatamente si sentì sciocco.
La porta si aprì e la gatta scivolò tra stipite e battente, attraversò la stanza e saltò sul davanzale della finestra. «Ehi» le disse Shadow. «Quella porta l’avevo chiusa sul serio. Sono sicuro.» Lei lo guardò con aria interessata. Aveva gli occhi color giallo scuro, come l’ambra. Poi dal davanzale balzò sul letto, dove si acciambellò in una massa di pelo e si addormentò sopra il vecchio copriletto.

Shadow uscì lasciando la porta aperta, perché la gatta potesse andarsene e anche per arieggiare in po’, e scese al pianterreno. Le scale cigolavano e scricchiolavano, protestando sotto il suo peso, implorando di essere lasciate in pace.
«Accidenti, come stai bene» disse Jacquel. Lo stava aspettando nell’atrio vestito di tutto punto con un abito nero come quello di Shadow. «Hai mai guidato un carro funebre?»
«No.»
«C’è una prima volta per tutto. E parcheggiato qui davanti.»

Era morta una vecchia signora che si chiamava Lila Goodchild. Seguendo le indicazioni di Jacquel, Shadow portò la barella pieghevole di alluminio su per le strette scale e la aprì accanto al letto. Prese un sacco di plastica azzurro e traslucido, lo spiegò accanto alla morta e aprì la cerniera fino in fondo. La donna indossava una camicia da notte rosa e una vestaglia trapuntata. Shadow la sollevò e l’avvolse, fragile e leggera come una piuma, in un lenzuolo, prima di metterla nel sacco azzurro. Chiuse la cerniera e adagiò il sacco sulla barella. Nel frattempo Jacquel parlava con un uomo vecchissimo, il vedovo di Lila Goodchild. O meglio, lo ascoltava. Mentre Shadow impacchettava la signora, il vecchio era impegnato a spiegare quant’erano ingrati e cattivi i suoi figli, per non parlare dei nipoti, anche se non era colpa loro, ma dei genitori, perché la mela non cade lontano dall’albero, e lui credeva di aver fatto di tutto per allevarli come si deve.

Shadow e Jacquel spinsero la barella fino alla stretta scala seguiti dal vecchio, che continuava a parlare di soldi, soprattutto, di avidità e ingratitudine. Ai piedi portava un paio di pantofole. Shadow iniziò a scendere le scale facendosi carico di quasi tutto il peso della barella, poi la trascinò lungo il marciapiede gelato fino al carro funebre. Jacquel aprì lo sportello posteriore e quando vide che Shadow esitava gli disse: «Spingila dentro. I supporti con le ruote si ripiegano automaticamente». Shadow eseguì e infatti la barella scivolò sul pianale. Jacquel gli mostrò come si faceva ad assicurarla e mentre Shadow richiudeva il portellone prestò ancora ascolto alle parole del vecchio vedovo di Lila Goodchild che, indifferente al freddo, protetto dai rigori invernali soltanto da un paio di pantofole e da un accappatoio, raccontava dei figli, nient’altro che avvoltoi in attesa di impossessarsi di quel poco che lui e Lila erano riusciti a risparmiare, e di come avevano vissuto prima a St. Louis, poi a Memphis, a Miami e infine a Cairo, e di quanto fosse sollevato del fatto che Lila non fosse morta in un ospizio, dove aveva paura di finire lui, invece.

Lo riaccompagnarono su per le scale fin dentro l’appartamento. In un angolo della camera da letto c’era un piccolo televisore acceso. Passando, Shadow vide che lo speaker del telegiornale sorrideva e gli faceva l’occhiolino. Dopo essersi assicurato che nessuno lo stesse osservando si girò verso lo schermo e gli fece un gesto osceno.

«Soldi non ne hanno» disse Jacquel quando furono tornati sul carro funebre. «Domani verrà a parlare con Ibis. Sceglierà il tipo di funerale più economico. Le amiche di lei lo convinceranno a fare una cosa ben fatta per darle un addio nella sala principale, immagino. Lui brontolerà. Non ha soldi. Oggigiorno nessuno ne ha, da queste parti. Comunque nel giro di sei mesi sarà morto anche lui. Un anno al massimo.»

Nella luce dei fanali i fiocchi di neve cadevano volteggiando. Il maltempo era arrivato al Sud. «È malato?»

«Non c’entra, questo. Le donne sopravvivono ai mariti. Gli uomini — quelli come lui — quando le mogli li lasciano non tirano avanti molto. Vedrai… comincerà a vaneggiare, tutte le cose familiari gli sembreranno estranee senza di lei. Si stancherà, si spegnerà lentamente e quando smetterà di lottare sarà finita. Magari se lo porterà via una polmonite o magari un cancro, oppure gli si fermerà il cuore. È la vecchiaia, quando tutte le forze ti abbandonano. E allora muori.»

Shadow rifletté per qualche istante. «Ehi, Jacquel?»
«Sì?»
«Lei ci crede all’anima?» Non era quella, la domanda che aveva pensato di fare, e lo sorprese sentire la propria voce che la formulava. Voleva chiedere qualcosa di meno diretto, ma in fondo non c’era niente di meno diretto di così.

«Dipende. Ai miei tempi era tutto organizzato. Quando morivi ti mettevi in fila e rispondevi per le buone e le cattive azioni, e se il peso delle cattive azioni superava di una piuma il peso di quelle buone gettavamo la tua anima e il tuo cuore in pasto ad Ammet, il Mangiatore di Anime.»
«Deve aver mangiato un sacco.»

«Non tanto come potresti pensare. Era una piuma molto pesante. Ce l’eravamo fatta fare apposta. Dovevi essere davvero malvagio per far muovere quella bilancia. Fermati qui dal benzinaio. Riempiamo il serbatoio.»
Le strade erano tranquille, come sono tranquille le strade quando cade la prima neve. «Sarà un bianco Natale» disse Shadow mentre faceva benzina.
«Già. Accidenti. Quel ragazzo era un fortunato figlio di vergine.»
«Gesù?»

«Un ragazzo molto fortunato. Capace di cadere in un pozzo nero e uscirne profumato come una rosa. Diavolo, lo sapevi che non è neanche il suo vero compleanno? L’ha preso da Mitra. Hai già incontrato Mitra? Con il berretto rosso? Simpatico?»
«No, non mi pare.»

«In effetti… da queste parti non l’ho mai visto. Era un tipaccio da esercito. Forse è tornato in Medio Oriente a spassarsela, anche se temo che a questo punto non ci sia più. Succede. Un giorno tutti i soldati dell’impero devono bagnarsi nel sangue del toro sacrificale. L’indomani non si ricordano neanche quand’è il tuo compleanno.»
Squisc
facevano i tergicristalli respingendo la neve sui bordi del parabrezza, ammucchiandola in grovigli e ghirigori di ghiaccio.

Un semaforo giallo si trasformò rapidamente in rosso e Shadow frenò di colpo. Il carro funebre sbandò, fermandosi con un testacoda.
Verde. Shadow ripartì e si mantenne sui quindici chilometri orari, più che sufficienti su una strada così scivolosa. In seconda il motore girava bello morbido: Shadow pensò che doveva aver passato molto tempo in quella marcia e a quella velocità, bloccando il traffico.

«Molto bene» disse Jacquel. «Dunque, sì, dicevamo, Gesù se la passa piuttosto bene da queste parti. Ma ho incontrato un tale che mi ha detto di averlo visto fare l’autostop in Afghanistan e nessuno si fermava a tirarlo su. Sai com’è, tutto dipende dal contesto.»
«Penso che stia per arrivare una vera tempesta» disse Shadow. Si riferiva al tempo atmosferico.

Quando, parecchi minuti dopo, Jacquel si decise a rispondere non parlò affatto del tempo. «Guarda noi due, me e Ibis» disse. «Nel giro di pochi anni saremo senza lavoro. Abbiamo messo qualcosa da parte per gli anni di magra, ma gli anni di magra sono già arrivati da un pezzo, e ogni anno sembra, se possibile, addirittura più magro del precedente. Horus è pazzo, un pazzo fuori di testa, passa il suo tempo sotto le sembianze di un rapace e mangia tutto quello che viene investito in autostrada. Che razza di vita è? Bast l’hai vista. E noi ce la caviamo meglio di tutti, quasi. Perlomeno un filino di fede c’è ancora. La maggior parte dei poveracci in giro per il mondo non ha neanche quella. È come l’impresa di pompe funebri: un giorno o l’altro le grosse compagnie ci compreranno, che tu lo voglia o no, perché sono più grandi ed efficienti e perché funzionano. Lottare non cambierà un bel niente perché la battaglia l’abbiamo perduta venendo in questa terra verdeggiante cento, mille o diecimila anni fa. Noi siamo arrivati e all’America non glien’è importato niente. Veniamo svenduti, o ignorati, oppure finiamo su una strada. Quindi sì, hai ragione. C’è tempesta in arrivo.»

Shadow svoltò sulla strada dove tutte le case, salvo una, avevano le finestre sprangate, case vuote, chiuse per sempre. «Prendi il vicolo sul retro» disse Jacquel.

Shadow manovrò in retromarcia in modo da accostare all’ingresso. Ibis aprì il carro funebre e le porte dell’obitorio, Shadow sganciò la barella e la tirò fuori. I supporti con le rotelle si aprirono appena superato il paraurti. La spinse fino al tavolo dell’imbalsamazione. Sollevò Lila Goodchild, tenendola tra le braccia nel suo opaco sacco azzurro come una bambina addormentata, con attenzione, quasi avesse paura di svegliarla, e l’appoggiò sul tavolo di quella stanza gelida.

«Abbiamo il lettino per trasferirla» disse Jacquel. «Non è necessario portarla a braccia.»
«Non è gran cosa» rispose Shadow. Cominciava a parlare come Jacquel. «Sono grande e grosso. Non mi costa fatica.»

Era stato un bambino piccolo e magro, tutto pelle e ossa. L’unica sua foto che Laura aveva trovato abbastanza bella da incorniciarla mostrava un ragazzino dall’aria solenne con i capelli spettinati e gli occhi scuri, in piedi accanto a un tavolo coperto di torte e dolciumi. Doveva essere stata scattata in un’ambasciata a qualche festa di Natale, visto che portava un vestito elegante e il cravattino.

Avevano cambiato troppe case, lui e sua madre, prima in giro per l’Europa, da un’ambasciata all’altra, dove lei lavorava come addetta alle comunicazioni degli Affari esteri, trascrivendo e inviando telegrammi cifrati in tutto il mondo, e quando lui aveva otto anni erano tornati negli Stati Uniti. La madre, ormai troppo spesso ammalata per riuscire a conservare un lavoro fisso, aveva continuato a trasferirsi da una città all’altra, senza pace, un anno qua e uno là, accettando impieghi temporanei, quando la salute glielo permetteva. Non si fermavano mai abbastanza per permettere a Shadow di farsi degli amici, di sentirsi a casa, di rilassarsi. Ed era un bambino gracile…

Era cresciuto di colpo. Nella primavera del suo tredicesimo compleanno i ragazzi lo tormentavano, coinvolgendolo in risse che erano sicuri di vincere e dalle quali Shadow finiva per scappare via arrabbiato e spesso in lacrime, chiudendosi in bagno a lavarsi il fango o il sangue dalla faccia, prima che qualcuno se ne accorgesse. Poi era arrivata l’estate, la sua lunga magica tredicesima estate, che Shadow trascorse cercando di stare lontano dai ragazzi più grandi, nuotando in piscina e leggendo i libri presi in prestito dalla biblioteca. All’inizio dell’estate sapeva nuotare appena. Alla fine d’agosto era in grado di farsi una vasca dopo l’altra con un bel crawl, di tuffarsi dal trampolino più alto, e la sua pelle esposta al sole e all’acqua aveva preso una bella abbronzatura dorata. A settembre, tornato a scuola, aveva scoperto che i ragazzi che lo avevano reso tanto infelice erano piccole creature flaccide che ormai non lo preoccupavano più. I due che ci provarono ricevettero una lezione succinta ma molto dolorosa e cambiarono subito atteggiamento. Shadow trovò una nuova definizione di se stesso: non poteva più essere il ragazzino tranquillo che faceva del suo meglio per restarsene in disparte senza dare nell’occhio. Era troppo alto ormai, troppo visibile. Alla fine dell’anno faceva parte della squadra di nuoto e di sollevamento pesi, e l’allenatore di triathlon lo voleva a tutti i costi nella sua squadra. Essere grande e forte gli piaceva. Gli dava un’identità. Era stato un

Nessuno fino a Laura, perlomeno.

Il signor Ibis aveva preparato la cena: riso e verdure bollite per sé e Jacquel. «Non mangio carne» spiegò «e Jacquel si procura il suo fabbisogno di proteine durante il lavoro.» Accanto al piatto di Shadow c’era una confezione di pollo fritto KFC e una bottiglia di birra.
Nel cartone c’era più pollo di quanto Shadow potesse mangiare e alla fine, dopo aver tolto la pelle e l’impanatura e ridotto la carne a pezzettini, diede quel che restava alla gatta.

«In prigione c’era un tizio che si chiamava Jackson» disse mentre mangiava, «lavorava nella biblioteca. Mi ha raccontato che hanno cambiato in KFC il nome Kentucky Fried Chicken perché quello che cucinano non è vero pollo. È una specie di mutante geneticamente modificato, una gigantesco millepiedi senza testa, un’infinità di segmenti composti da zampe, petto e ali che viene nutrito attraverso tubicini. Secondo Jackson è per questo che il governo non gli ha più fatto usare la parola pollo.»

Il signor Ibis inarcò un sopracciglio. «Credi che sia vero?»
«No. Secondo il mio vecchio compagno di cella, Low Key, hanno cambiato nome perché la parola
fried,
fritto, era diventata pericolosa. Forse vogliono che la gente creda che il pollo si sia cucinato da solo.»

Dopo cena Jacquel si ritirò per scendere all’obitorio. Ibis andò nello studio a scrivere e Shadow si trattenne ancora un po’ in cucina sorseggiando birra e nutrendo la gattina scura con i pezzetti di pollo. Finiti la birra e il pollo lavò piatti e posate, li mise sullo scolapiatti ad asciugare e salì di sopra.

Quando entrò nella stanza la gattina stava già dormendo acciambellata ai piedi del letto come una mezza luna pelosa. Nel cassetto di mezzo della toletta trovò alcuni pigiama a righe di cotone. Sembravano vecchi di almeno settant’anni ma profumavano di fresco e pulito: ne indossò uno che gli calzava, come l’abito nero, alla perfezione.

Sul tavolino accanto al letto c’era una pila di "Reader’s Digest", tutti antecedenti il marzo del 1960. Il carcerato addetto alla bilioteca, Jackson, lo stesso che spacciava per vera la storia del pollo mutante del Kentucky Fried Chicken, e che gli aveva raccontato che il governo trasferiva i prigionieri politici nei campi di concentramento nel nord della California su treni merci con i vagoni tutti neri nel cuore della notte, gli aveva anche detto che la Cia usava le redazioni del "Reader’s Digest" come copertura delle loro filiali sparse in tutto il mondo. Secondo lui le redazioni del "Reader’s Digest" erano in realtà tutti uffici della Cia.

"Ho sentito una barzelletta" disse la voce del defunto Wood nel ricordo. "Come facciamo a essere sicuri che la Cia non fosse coinvolta nell’assassinio di Kennedy?"
Shadow socchiuse la finestra abbastanza per far entrare un po’ d’aria e dare la possibilità alla gatta di uscire sul balcone.
Accese la lampada sul comodino e, per distogliere la mente dai fatti accaduti negli ultimi giorni, decise di leggere, scegliendo a questo scopo gli articoli più noiosi. A metà di
Io sono il pancreas di John,

si accorse che si stava addormentando. Fece appena in tempo a spegnere la luce e ad appoggiare la testa sul cuscino che era già crollato nel sonno.

In seguito non fu più in grado di ricostruire la sequenza e i dettagli del sogno: qualsiasi tentativo di ricordare ebbe soltanto l’effetto di produrre un groviglio intricato di immagini. C’era una ragazza. L’aveva incontrata chissà dove, e adesso stavano attraversando un ponte sopra un piccolo lago nel centro di una città. Il vento increspava la superficie dell’acqua formando ondine bordate di bianco che a Shadow sembravano minuscole mani protese verso di lui.

«Laggiù» disse la donna. Indossava una gonna leopardata che si alzava al vento lasciando scoperta la zona di pelle sopra le calze che era chiara e morbida e nel sogno sul ponte, davanti a Dio e al mondo, Shadow si mise in ginocchio e affondò la testa nel suo inguine inspirando l’intossicante afrore femminile. Si rese conto di avere un’erezione anche nella vita reale, un’erezione pulsante e mostruosa come quelle che gli capitavano durante la pubertà.


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