American Gods

American Gods

Neil Gaiman

Il tassista sterza sulla destra, aggira un ostacolo e prosegue. Salim si chiede come faccia a guidare con la pioggia, al buio e con gli occhiali neri.
«Cerchi di vendere porcherie?»
«Sì» dice Salim, eccitato e insieme orripilato all’idea di aver finalmente dichiarato ciò che pensa del campionario del cognato.
«E non te le comprano?»
«No.»
«Strano. Se guardi le vetrine dei negozi, sembra che non si venda altro.»
Salim sorride nervosamente.

Un camion sta bloccando la strada: un poliziotto con la faccia rossa in piedi davanti al mezzo gesticola, grida e fa segno di imboccare un’altra strada.
«Andiamo fino all’Ottava e risaliamo verso uptown da quella parte» dice il tassista. Svoltano e scoprono che il traffico è completamente bloccato. Risuonano cacofonici i clacson, ma le automobili rimangono ferme.

Il tassista ciondola sul sedile e il mento gli si piega contro il petto, una, due, tre volte. Poi, gentilmente, comincia a russare. Salim si protende per toccarlo, per svegliarlo, augurandosi di fare la cosa giusta. Mentre lo scuote per una spalla l’uomo si sposta e la mano di Salim gli sfiora la faccia, facendogli inavvertitamente cadere gli occhiali in grembo.

Il tassista apre gli occhi, riprende gli occhiali e se li rimette, ma è troppo tardi. Salim ha visto i suoi occhi. La macchina avanza di pochi metri sotto la pioggia. I numeri scattano sul tassametro.
«Mi ucciderai?» chiede Salim.
L’uomo tiene le labbra strette e Salim lo osserva attraverso lo specchietto retrovisore.
«No» gli dice a voce bassissima.
Sono di nuovo fermi. La pioggia picchietta sul tetto.

Salim comincia a parlare. «Una sera tardi mia nonna è tornata a casa raccontando di aver visto un ifrit, o forse un marid, nel deserto. Noi le abbiamo detto che doveva essersi trattato di una tempesta di sabbia, o del vento, ma lei giurava, diceva di no, diceva di averlo visto in faccia e che nei suoi occhi bruciavano fiamme, come nei tuoi.»

Il tassista sorride, ma siccome gli occhiali scuri gli nascondono gli occhi Salim non sa dire se in quel sorriso ci sia davvero un po’ di buon umore. «Anche le nonne vengono qui» dice.
«Ci sono molti jinn a New York?» chiede Salim.
«No. Non siamo in molti.»
«Ci sono gli angeli, e ci sono gli uomini, che Allah ha creato dal fango, poi c’è il popolo del fuoco, i jinn» dice Salim.

«In questo posto la gente non sa niente di noi» dice il tassista. «Credono che possiamo esaudire i desideri. Pensi che starei al volante di un taxi, se fossi capace di esaudire i desideri?»
«Non capisco.»
Il tassista sembra depresso. Salim lo fissa nello specchietto, osservando le sue labbra scure, mentre parla.

«Credono che possiamo esaudire i desideri. Come fanno a credere una cosa simile? Io dormo in una lurida stanzetta a Brooklyn. Guido questo taxi per qualsiasi lurido scombinato che abbia i soldi per pagarsi una corsa e anche per quelli che i soldi non ce li hanno. Li porto dove devono andare e qualche volta mi danno la mancia. A volte mi pagano.» Il suo labbro inferiore ebbe un fremito. Sembrava esausto. «Un giorno un cliente mi ha cacato sul sedile. L’ho dovuto ripulire, prima di riportare la macchina nell’autorimessa. Perché mi ha fatto una cosa simile? Ho dovuto togliere la merda dal sedile. Ti sembra giusto?»

Salim allunga una mano e gli dà una pacca sulla spalla. Sotto il maglione sente una muscolatura solida. L’ifrit stacca una mano dal volante e l’appoggia per un momento su quella di Salim.
Salim pensa al deserto: sabbia rossa soffiata dal vento tra i suoi pensieri, e la seta scarlatta delle tende montate intorno alla perduta città di Ubar sbatte e gli si agita nella mente.
Arrivano all’Ottava Avenue.

«I vecchi credono. Non pisciano nei buchi perché il Profeta ha detto che lì vivono i jinn. Sanno che gli angeli ci tirano addosso le stelle infuocate, quando cerchiamo di ascoltare i loro discorsi. Ma anche per i vecchi, quando arrivano in questo paese, noi diventiamo molto, molto distanti. In patria non ero costretto a guidare un taxi.»
«Mi dispiace» dice Salim.
«È un brutto momento. C’è tempesta, in arrivo. Sono spaventato. Farei qualsiasi cosa per potermene andare via.»

Mentre si avvicinavano all’albergo non dissero più niente.
Quando scese dal taxi Salim diede all’ifrit una banconota da venti dollari dicendogli di tenere il resto. Poi, in un inaspettato impeto di coraggio, gli disse anche il numero della sua camera. Il tassista non rispose. Una giovane donna salì sulla macchina che ripartì nel freddo, sotto la pioggia.

Le sei di sera. Salim non ha ancora scritto il fax al cognato. Torna fuori nella pioggia, si compera kebab e patatine per la cena. È qui da una settimana appena, ma ha già l’impressione che questa terra newyorkese lo stia facendo diventare più grassoccio, più flaccido.

Quando rientra in albergo è sorpreso di vedere il tassista nell’ingresso, in piedi, con le mani affondate nelle tasche, che osserva le cartoline in bianco e nero. Quando vede Salim l’uomo sorride, imbarazzato. «Ti ho fatto chiamare» dice, «ma in camera non rispondeva nessuno. Così ho pensato di aspettarti.»
Salim ricambia il sorriso e gli sfiora un braccio. «Sono arrivato.»

Entrano insieme nell’ascensore illuminato fiocamente da una luce verdastra e salgono fino al quinto piano tenendosi per mano. L’ifrit gli chiede di usare il bagno. «Mi sento sporchissimo.» Salim fa segno di sì con la testa. Siede sul letto, che occupa gran parte della piccola camera bianca e rimane ad ascoltare il rumore dell’acqua che scorre nella doccia. Si toglie le scarpe, le calze, il resto.

Il tassista esce dalla doccia ancora umido e con un asciugamano avvolto intorno ai fianchi. Non porta gli occhiali e nella debole luce della stanza le fiamme nei suoi occhi bruciano scarlatte.
Salim respinge le lacrime. «Vorrei che tu potessi vedere quello che vedo io» dice.
«Non posso esaudire i desideri» sussurra l’ifrit lasciando cadere per terra l’asciugamano e spingendo Salim con gentilezza, ma irresistibilmente, sul letto.

È passata più di un’ora quando l’ifrit gli viene in bocca con colpi violenti. Salim è già venuto due volte. Il seme del jinn ha un sapore strano, è infuocato e gli brucia la gola.
Salim va in bagno a sciacquarsi la bocca. Quando torna, il tassista sta russando tranquillo nel letto bianco. Salim gli si rannicchia vicino, immaginando il deserto sulla sua pelle.

Mentre sta per addormentarsi gli viene in mente che non ha ancora scritto a Fuad e prova un senso di colpa. Dentro si sente vuoto, e solo: allunga una mano e la posa sul cazzo dell’ifrit, ancora tumido e, un po’ confortato, si addormenta.
Nel cuore della notte si svegliano e fanno l’amore. A un certo punto Salim si accorge di piangere e l’ifrit gli asciuga le lacrime con baci infuocati. «Come ti chiami?» chiede al tassista.
«Sulla licenza del taxi c’è un nome, ma non è il mio» risponde l’ifrit.

Salim non riuscì a ricordare, dopo, dov’era finito il sesso e dov’era cominciato il sogno.
Quando si sveglia un sole freddo illumina la camera bianca ed è solo.
Inoltre è sparito il campionario, tutti i souvenir, le bottigliette e gli anelli e le torce elettriche di rame, tutto scomparso insieme a valigia, portafogli, passaporto e biglietto di ritorno per l’Oman.

Per terra trova un paio di jeans, una maglietta e il maglione di lana color polvere. Sotto gli indumenti c’è una patente con il nome di Ibrahim bin Irem, la licenza del taxi con lo stesso nome e un portachiavi con l’indirizzo scritto su un pezzettino di carta, in inglese. L’uomo nelle fotografie sulla patente e sulla licenza non gli somiglia, ma del resto non somigliava nemmeno all’ifrit.

Squilla il telefono: è la reception, comunicano che Salim ha lasciato l’albergo e anche il suo ospite dovrebbe liberare la stanza, in modo che il personale possa provvedere a pulirla e prepararla per il prossimo cliente.
«Io non posso esaudire i desideri» dice Salim assaporando il suono delle parole.
Mentre si veste sente la testa stranamente leggera.
New York è molto semplice, le avenue vanno da nord a sud, le strade da ovest a est.
Che difficoltà ci possono essere?
si chiede.

Lancia per aria le chiavi e le riprende al volo. Poi si infila gli occhiali da sole di plastica che ha trovato in una tasca ed esce per andare a cercare il suo taxi.


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