American Gods

American Gods

Neil Gaiman

«Che ne è stato degli altri, Wednesday, e tutti quanti? Dove sono?» Laura gli porse una manciata di merendine e lui se ne riempì le tasche.
«Qui non c’era nessun altro. Un mucchio di celle vuote e una con dentro te. Oh, e uno degli uomini era andato a farsi una sega in una cella là in fondo portandosi una rivista. Gli è preso un colpo.»
«Lo hai ammazzato mentre si stava masturbando?»

Laura scrollò le spalle. «Credo di sì» disse, a disagio. «Avevo paura che ti facessero del male. Qualcuno ti deve pur proteggere, e ti avevo detto che lo avrei fatto io, giusto? Tieni, prendi questi.» Erano scaldini chimici: cuscinetti sottili, rompevi il sigillo e si riscaldavano e restavano caldi per ore. Shadow infilò in tasca anche quelli.
«Proteggermi? Sì» disse, «lo hai fatto.»
Lei lo accarezzò con un dito sul sopracciglio sinistro. «Sei ferito.»
«Niente di grave.»

Aprì una porta di metallo. Il battente si mosse lentamente. C’era un salto di più di un metro fino a terra e Shadow cadde su una superficie che sembrava ghiaiosa. Afferrò Laura alla vita, la fece volteggiare come faceva un tempo, con facilità, senza riflettere…
La luna spuntò dietro una nuvola densa. Era bassa all’orizzonte, pronta a sorgere, ma la luce che gettava sulla neve era sufficiente per vedere.

Erano saltati giù dalla carrozza dipinta di nero di un lungo treno merci parcheggiato o abbandonato su un binario di raccordo in un terreno boscoso. Le carrozze si perdevano a vista d’occhio in mezzo agli alberi. Lo avevano imprigionato in un treno. Ci sarebbe dovuto arrivare prima.
«Come diavolo hai fatto a trovarmi?» chiese alla sua defunta moglie.

Laura scosse la testa divertita. «Brilli come una stella nell’oscurità. Non è stato difficile. Adesso vai. Va’ il più lontano e il più in fretta possibile. Se non usi le carte di credito andrà tutto bene.»
«E dove dovrei andare?»
Lei si passò una mano tra i capelli sporchi di sangue, per allontanarli dagli occhi. «La strada è da quella parte» disse. «Fai del tuo meglio. Ruba una macchina, se è necessario. Vai verso sud.»

«Laura» cominciò Shadow, poi ebbe un attimo di esitazione prima di riprendere. «Ma tu sai che cosa sta succedendo? Sai chi è questa gente? Sai chi hai ucciso?»
«Sì. Credo di saperlo.»
«Ti devo la vita» disse lui. «Se non fossi venuta tu sarei ancora lì dentro. E non penso che avessero in serbo qualcosa di buono, per me.»
«No. Non credo proprio.»

Si allontanarono dai vagoni vuoti e Shadow pensò a tutti i treni che aveva visto passare, altri vagoni di metallo senza finestre che correvano solitari nella notte, preceduti, chilometro dopo chilometro, dal grido della sirena. Strinse il dollaro della Libertà che teneva in tasca e ripensò a Polunochnaja Zarja, al modo in cui lo aveva guardato, al chiaro di luna.
Le hai chiesto che cosa voleva? È la cosa più saggia da chiedere ai morti. A volte te lo dicono.
«Laura… Che cosa vuoi?» chiese.

«Davvero lo vuoi sapere?»
«Sì. Ti prego.»

Lei lo guardò con i suoi occhi azzurri e morti. «Voglio tornare a vivere» disse. «Non voglio questa mezza vita. Voglio essere viva per davvero. Voglio sentire il cuore che mi batte nel petto, il sangue che mi scorre nelle vene, caldo, salato e reale. È strano, uno non crede di sentirlo scorrere, il sangue, ma quando smette te ne accorgi.» Si strofinò gli occhi imbrattandosi la faccia con le mani sporche di sangue. «Credimi, è dura. Sai perché i morti escono soltanto di notte, cucciolo? Perché è più facile spacciarsi per vivi, al buio. E io non voglio dovermi spacciare. Voglio essere viva per davvero.»

«Non capisco che cosa vuoi da me.»
«Fallo succedere, caro. Trova il modo. So che ce la farai.»
«Va bene. Ci proverò. E se trovassi il modo come farò a trovare te?»
Ma Laura se n’era andata e nel bosco era rimasto soltanto il grigio chiarore del cielo a indicargli dov’era l’oriente e, portato dal pungente vento dicembrino, un lamento solitario che forse era il grido dell’ultimo uccello notturno o il richiamo del primo uccello dell’alba.

Shadow si voltò con la faccia verso sud e cominciò a camminare.


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