American Gods

American Gods

Neil Gaiman

6
Spalancati e indifesi i nostri cancelli
Lasciano passare una moltitudine variopinta e sfrenata.
Uomini del Volga e delle steppe tartare.
Creature indistinguibili dall’Hoang-ho,
Malesi, sciti, teutonici, celti e slavi,
In fuga dalla povertà e dal disprezzo patiti nel Vecchio Mondo.
Qualcuno porta con sé dèi e riti sconosciuti,
Qualcuno è violento come una tigre pronta a tirar fuori gli artigli,
Nelle strade e nei vicoli quali strani idiomi sono mai questi,
Accenti minacciosi ai nostri orecchi,

Voci che un giorno risuonarono nella Torre di Babele.
THOMAS BAILEY ALDRICH,
The Unguarded Gates,
1882

Shadow cavalcava la tigre con la testa d’aquila sulla giostra più grande del mondo e un momento dopo le luci bianche e rosse si spensero con un tremolio e lui stava cadendo in mezzo a un oceano di stelle e un frastuono ritmico, come di cimbali o di onde di un vasto mare lontano che si frangono sulla costa, prendeva il posto del valzer.

L’unica luce adesso era quella delle stelle, ma era sufficiente a illuminare ogni cosa con un freddo chiarore. Sotto di sé sentì l’animale tendere i muscoli e lanciarsi al galoppo, nella mano sinistra la pelliccia calda, nella destra le piume.
«Bella cavalcata, vero?» La voce veniva da dietro, era insieme nelle orecchie e nella mente.

Si voltò piano tracciando una scia, mentre si muoveva, istanti raggelati, ciascuna figura della scia catturata in una frazione di secondo, ogni minimo movimento che durava per un tempo infinito. Le immagini che raggiungevano il cervello non avevano senso: era come vedere il mondo attraverso gli occhi, sfaccettati come gemme, di una libellula, ma ogni faccia vedeva qualcosa di completamente diverso, e lui non riusciva a combinare le cose che vedeva, o che pensava di vedere, in una figura intera dotata di significato.

Stava osservando il signor Nancy, un vecchietto di colore con i baffetti sottili, la giacca sportiva a quadri e i guanti color limone, a cavallo di un leone che si alzava e abbassava sulla piattaforma della giostra, alto nell’aria; e allo stesso tempo, nello stesso punto, vedeva un ragno ingioiellato grande come un cavallo, gli occhi una nebulosa smeraldina, che lo fissava tronfio e impettito, e contemporaneamente un uomo di altezza incredibile con la pelle color tek e tre paia di braccia che indossava una fluente acconciatura di piume di struzzo, la faccia dipinta a righe rosse, aggrappato alla criniera di un nervoso leone dorato con due delle sei mani; e vedeva anche un ragazzino nero vestito di stracci, il piede sinistro gonfio e pieno di mosche; per ultimo, dietro tutte queste cose, Shadow vedeva un minuscolo ragno nero nascosto sotto una foglia appassita d’ocra.

Tutte queste cose, vide Shadow, sapendo che si trattava di un’unica cosa.
«Se non chiudi la bocca» dissero le molte cose che erano il signor Nancy «ci volerà dentro una mosca.»
Shadow la chiuse e deglutì, a fatica.
C’era una costruzione di legno in cima alla collina, a quasi due chilometri. Vi si stavano dirigendo al trotto, ma zampe e zoccoli delle cavalcature non facevano rumore sulla sabbia lungo il mare.

Chernobog procedeva sul suo centauro ad andatura sostenuta. Batté un colpetto sul braccio, umano, della creatura. «Niente di tutto questo sta succedendo veramente» disse rivolto a Shadow. Sembrava infelice. «È tutto nella tua testa. Meglio non pensarci.»

Shadow vide un vecchio immigrato dell’Europa dell’Est con un impermeabile frusto e un dente color ferro. Ma vide anche una cosa tozza e nera, più nera delle tenebre che li circondavano, gli occhi due carboni ardenti; e vide un principe con i lunghi capelli neri sciolti sulle spalle e i baffi folti, le mani e la faccia coperte di sangue, che cavalcava completamente nudo eccetto per una pelle d’orso gettata su una spalla, in groppa a una creatura metà uomo e metà bestia, con la faccia e il torso tatuati di spirali e turbini bluastri.

«Chi sei?» gli chiese Shadow. «Cosa sei?»
Procedevano lungo la spiaggia. Le onde si frangevano inesorabili sulla riva buia.

In groppa al suo lupo — un animale enorme e scuro, adesso, con gli occhi verdi — Wednesday si avvicinò a Shadow. La sua cavalcatura caracollò, cercando di allontanarsi, ma lui le accarezzò il collo per tranquillizzarla. L’animale agitò aggressivamente la coda. Shadow si rese conto che c’era un altro lupo, gemello di quello di Wednesday, che li seguiva, tenendosi lontano dalla loro vista, lungo le dune di sabbia.

«Mi conosci, Shadow?» disse Wednesday. Cavalcava il suo lupo a testa alta. L’occhio destro brillava e sprigionava lampi, il sinistro era spento. Indossava un mantello con un grande cappuccio, come quello di un monaco, e la sua faccia spiccava nel buio. «Avevo detto che non ti avrei taciuto i miei nomi. Ecco come mi chiamano. Mi chiamano Felice-della-Guerra, Spietato, Furore e Terzo. Sono Monocolo, l’Altissimo, e Colui che Vede il Vero. Mi chiamano Grimnir, sono l’Incappucciato. Sono il Padre Universale, e sono Gondlir, portatore del bastone. Ho tanti nomi quanti sono i venti, tanti titoli quanti sono i modi per morire. I miei corvi sono Hugin e Munin, Pensiero e Memoria; i miei lupi sono Freki e Geri; il mio cavallo è la forca.» Due corvi imperiali di uno spettrale colore grigio, quasi soltanto l’involucro trasparente degli uccelli, gli si posarono sulle spalle e gli affondarono i becchi nelle tempie come se volessero assaggiare la sua mente prima di riprendere a volare nel mondo.

A cosa devo credere?
pensò Shadow, e la voce gli rispose da un punto profondo nelle viscere della terra, con un rombo sordo.
Credi a tutto.
«Odino?» chiamò Shadow, e il vento si portò via le sue parole.

«Odino» sussurrò Wednesday, e il fragore delle onde sulla spiaggia di teschi non era abbastanza forte per coprire il sussurro. «Odino» disse Wednesday assaporando il suono di quel nome. «Odino» ripeté in un grido trionfante che echeggiava da un orizzonte all’altro. Il nome si gonfiava, crescendo a dismisura, riempiendo il mondo come il sangue pulsante nelle orecchie di Shadow.

E poi, come in sogno, non stavano più dirigendosi verso una meta lontana. Erano già arrivati e le loro cavalcature erano legate sotto un riparo poco distante.
Una sala enorme ma primitiva: il tetto di giunchi, le pareti di legno. Al centro bruciava un fuoco il cui fumo irritò gli occhi di Shadow.
«Dovevamo farlo nella mia mente» borbottò il signor Nancy rivolto a Shadow, «non nella sua. Almeno avrebbe fatto più caldo.»
«Siamo nella sua mente?»

«Più o meno. Questa è Valaskjalf. L’antica sala, la sua dimora.»
Shadow constatò con sollievo che Nancy era tornato a essere un vecchietto con i guanti gialli, anche se la sua ombra tremolava alla luce delle fiamme e prendeva forme non del tutto umane.

Contro le pareti c’erano panche di legno e, sedute sulle panche oppure in piedi, una decina di persone in tutto. Si tenevano a distanza l’una dall’altra: un gruppetto eterogeneo, che comprendeva una donna dall’aspetto matronale con la pelle scura e il sari, alcuni uomini d’affari dall’aria trascurata e altre persone ancora, troppo vicine al fuoco perché Shadow potesse distinguerle.

«Dove sono?» chiese Wednesday a Nancy a bassa voce ma con violenza. «Dunque? Dove sono? Dovrebbero essercene decine. Centinaia!»
«Li inviti li hai fatti tu» rispose Nancy. «Credo che sia già stupefacente che siano venuti questi. Pensi che dovrei raccontare una storia per riscaldare l’ambiente?»
Wednesday scosse la testa. «È fuori discussione.»
«Non hanno un’aria molto cordiale. Una storia è un bel modo per propiziarsi qualcuno. E non hai neanche un bardo che canti.»

«Niente storie» ribadì Wednesday. «Per il momento. Dopo ci sarà tempo per le storie. Per il momento no.»
«Niente storie. D’accordo. Vado solo a riscaldare l’atmosfera.» E così dicendo il signor Nancy si avvicinò al fuoco a grandi passi e con un sorriso disinvolto.

«So che cosa state pensando tutti» disse. «State pensando, cosa vuole Compé Anansi che viene qui a parlare quando è stato il Padre Universale a convocare tutti, proprio come ha convocato me? Be’, sapete, a volte è necessario rinfrescarsi la memoria. Quando sono arrivato mi sono guardato intorno e mi sono chiesto, dove sono gli altri? Ma poi ho pensato, solo perché noi siamo pochi e loro sono tanti, solo perché noi siamo deboli e loro potenti ciò non significa che siamo perduti.

«Sapete, una volta ho visto un maschio di tigre giù alla sorgente: aveva i più grossi testicoli mai visti in un animale e gli artigli più affilati, e due canini lunghi come coltelli e taglienti come rasoi. E gli ho detto, Fratello Tigre, vai pure a farti una nuotata, te le curo io le palle. Era così fiero di quelle palle. Così lui è entrato nella pozza per farsi una nuotatina e io ho indossato le sue palle, lasciandogli in cambio le mie, piccoline, da ragno. E poi sapete che cosa ho fatto? Sono scappato con tutta la velocità consentita dalle mie zampe.

«Non mi sono fermato fino alla città successiva. E lì ho visto il Vecchio Scimmione. Hai proprio un bell’aspetto, Anansi, dice il Vecchio Scimmione. E io gli dico: Sai che cosa stanno cantando tutti quanti in quell’altra città? Che cosa cantano? mi chiede lui. Cantano una canzone molto buffa, gli dico. A quel punto mi metto a ballare e canto:
Le palle del Tigre, sì,
Me le sono mangiate.
E adesso nessuno mi ferma più,
Nessuno mi fa prepotenze
Perché mi sono mangiato le referenze:

Le palle del Tigre.
«Il Vecchio Scimmione ride a crepapelle, tenendosi la pancia e rotolandosi per terra, poi attacca a cantare
Le palle del Tigre, Me le sono mangiate,
schioccando le dita e piroettando. Proprio una bella canzone, dice, andrò a cantarla agli amici. Bravo, fallo, dico io e ritorno alla sorgente.

«Lì c’è il Tigre, vicino alla pozza d’acqua, che va avanti e indietro con la coda che sferza l’aria e il pelo ritto sulle orecchie e sulla schiena che di più non si potrebbe e con i denti a sciabola sbrana qualsiasi insetto gli venga a tiro e manda fiamme arancioni dagli occhi. Ha un’aria feroce e potente, fa paura, ma in mezzo alle gambe gli penzolano due palle ridicolmente piccole dentro lo scroto più piccolo e nero che si sia mai visto.

«Ehi, Anansi, dice quando mi vede. Dovevi fare la guardia alle mie palle mentre io mi facevo una nuotata. Ma quando sono uscito dalla pozza sulla riva c’erano soltanto queste due inutili palline nere e rinsecchite da ragno che porto adesso.
«Ho fatto del mio meglio, gli dico io, ma sono state le scimmie, sono arrivate e te le hanno mangiate, e quando ho detto loro di andarsene mi hanno strappato anche le mie palline. E io mi vergognavo così tanto che sono scappato.

«Sei un bugiardo, Anansi, dice il Tigre. Adesso ti mangerò il fegato. Ma a quel punto sente arrivare le scimmie. Ce n’è una dozzina che saltellano lungo il sentiero che dalla loro città porta alla sorgente e schioccano le dita e cantano con quanto fiato hanno in gola:
Le palle del Tigre, sì,
Me le sono mangiate.
E adesso nessuno mi ferma più,
Nessuno mi fa prepotenze
Perché mi sono mangiato le referenze:
Le palle del Tigre.

«Il Tigre grugnisce e ringhia e si slancia al loro inseguimento nella giungla e le scimmie si arrampicano strillando sugli alberi più alti. E io mi gratto le mie palle nuove belle grosse, e cavoli se non mi danno una bella sensazione lì penzoloni in mezzo alle zampette, e me ne torno a casa. E ancora oggi le tigri danno la caccia alle scimmie. Perciò ricordatevi tutti quanti: solo perché siete piccoli non significa che non avete potere.»

Il signor Nancy sorrise e chinò la testa, allargò le mani e accettò gli applausi e le risate come un uomo di spettacolo, poi si voltò e tornò nel punto in cui Shadow e Chernobog erano rimasti ad aspettarlo.
«Credevo di avere detto niente storie» disse Wednesday.
«La chiami una storia quella? Mi sono appena schiarito la gola. Te li ho riscaldati. Vai e stendili.»

Wednesday, un vecchio grande e grosso con un occhio di vetro in abito marrone sotto un vecchio cappotto di Armani, avanzò verso il fuoco. Rimase a guardare le persone sedute sulle panche di legno e, per molto più tempo di quello che secondo Shadow sarebbe stato lecito senza mettere nessuno a disagio, restò in silenzio. Infine parlò.
«Voi sapete chi sono» disse. «Lo sapete tutti. Qualcuno di voi non ha alcuna ragione di amarmi ma, con o senza amore, mi conoscete lo stesso.»

Tra la gente seduta sulle panche corse un brusio, un piccolo trambusto.
«Sono qui da prima di voi. Come voi ho creduto che fosse possibile cavarsela con quel che c’era. Non sufficiente per essere felici, comunque abbastanza per tirare avanti.
«Può darsi che questo ora non sia più possibile. C’è in arrivo una tempesta e non è una tempesta scatenata da noi.»
Si fermò. Fece un passo avanti e incrociò le braccia sul petto.

«Venendo in America la gente ci ha portato con sé. Hanno portato me, Loki e Thor, Anansi e il Dio-Leone, leprecauni, coboldi e banshee, Kubera e Frau Holle e Astaroth, e hanno portato voi. Siamo arrivati fin qui viaggiando nelle loro menti, e abbiamo messo radici. Abbiamo viaggiato con i coloni, attraversato gli oceani, verso nuove terre.

«Questa terra è sconfinata. Ben presto la nostra gente ci ha abbandonato, ricordandosi di noi soltanto come creature del paese d’origine, creature che credevano di non aver portato nel nuovo mondo. I nostri fedeli sono morti, o hanno smesso di credere in noi, e siamo stati lasciati soli, smarriti, spaventati e spodestati, a cavarcela con quel poco di fede o venerazione che riuscivamo a trovare. E a sopravvivere come meglio potevamo.

«E così abbiamo fatto, siamo sopravvissuti tenendoci ai margini, senza dare nell’occhio.
«Ammettiamolo, esercitiamo una ben scarsa influenza. Li deprediamo, li derubiamo, e sopravviviamo; ci spogliamo, ci prostituiamo e beviamo troppo; lavoriamo alle pompe di benzina e rubiamo e truffiamo e viviamo nelle crepe ai margini della società. Vecchi dèi, in questa nuova terra senza dèi.»

Wednesday fece una pausa per guardare i suoi ascoltatori a uno a uno con la gravita di un uomo di stato. Loro lo fissavano impassibili, i volti impenetrabili come maschere. Wednesday si schiarì la gola e sputò con violenza nel fuoco. Le fiamme si ravvivarono con fragore illuminando l’interno della dimora.

«Adesso, come avete avuto modo di scoprire da soli, in America stanno nascendo nuovi dèi che crescono sopra nodi di fede: gli dèi delle carte di credito e delle autostrade, di Internet e del telefono, della radio e dell’ospedale e della televisione, dèi fatti di plastica, di suonerie e di neon. Dèi pieni di orgoglio, creature grasse e sciocche, tronfie perché si sentono nuove e importanti.

«Sono consapevoli della nostra esistenza, ci temono e ci odiano» continuò Odino. «Vi ingannate, se credete che non sia così. Ci distruggeranno, se glielo permetteremo. È tempo per noi di unire le forze. È tempo di agire.»
La donna con il sari rosso avanzò verso i bagliori del fuoco. Sulla fronte aveva un piccolo gioiello blu scuro. Disse: «Ci hai fatti venire qui per sentire questi discorsi senza senso?». Poi sbuffò. Uno sbuffo che era insieme divertito e irritato.

Wednesday la guardò con cipiglio. «Ti ho chiesto di venire fin qui, è vero. Ma questi discorsi un senso ce l’hanno, Mama-ji. Anche un bambino se ne accorgerebbe.»
«Sarei una bambina, allora?» Gli agitò un dito contro. «Io ero già vecchia, a Kalighat, prima che tu fossi concepito, vecchio sciocco. Sarei una bambina, eh? D’accordo, lo sono, perché nei tuoi folli discorsi non c’è niente da capire.»

Ancora un momento di doppia visione: Shadow vedeva la vecchia signora, il volto scuro raggrinzito dalle rughe e dalla disapprovazione, ma dietro di lei vedeva anche qualcosa di enorme, una donna nuda e nera come una giacca di pelle nuova, con le labbra e la lingua rosse come il sangue arterioso. Intorno al collo portava una collana fatta di teschi, e nelle sue innumerevoli mani teneva coltelli, e spade, e teste mozzate.

«Non ti ho chiamata bambina, Mama-ji» disse Wednesday in tono conciliante. «Ma sembra evidente…»

«L’unica cosa evidente» ribatté la vecchia indicando con un dito (e dietro di lei, o attraverso, o sopra, un dito scuro con l’artiglio acuminato echeggiava il movimento) «è la tua brama di gloria. In questo paese abbiamo vissuto a lungo in pace. Alcuni di noi se la passano meglio di altri, è vero. Io me la cavo bene. In India c’è una mia incarnazione che se la passa molto meglio, ma così va il mondo. Non sono invidiosa. Ho visto le novità nascere e morire.» Lasciò cadere il braccio lungo il fianco. Shadow vide che gli altri la guardavano, con espressioni diverse — rispettose, divertite, imbarazzate — negli occhi. «Qui adoravano la ferrovia, meno di un battito di ciglia fa. E adesso gli dèi di ferro sono finiti nel dimenticatoio come i cercatori di smeraldi…»

«Arriva al dunque, Mama-ji» disse Wednesday.
«Al dunque?» Le narici della donna fremettero, gli angoli della bocca le si piegarono verso il basso. «Io — e ovviamente sono soltanto una bambina — dico di aspettare. Di non fare niente. Non sappiamo ancora se vogliono farci del male.»
«E continuerai a consigliarci di aspettare, quando una notte verranno per ucciderti o rapirti?»

L’espressione della donna era sprezzante e divertita: tutta concentrata nella bocca, nella fronte e nella linea del naso. «Se ci provassero» disse, «scoprirebbero che prendermi non è facile, e uccidermi più difficile ancora.»

Un giovane tarchiato che era seduto sulla panca dietro di lei si schiarì la gola per richiamare l’attenzione e con voce tonante disse: «Padre Universale, la mia gente sta bene. Cerchiamo di ricavare il massimo da quello che c’è. Se questa guerra di cui parli ci coinvolgesse potremmo perdere tutto».
«Avete già perso tutto» rispose Wednesday. «Io vi sto offrendo l’occasione di riprendervi qualcosa.»
Le fiamme bruciavano alte, mentre parlava, illuminando le facce dei presenti.

Non ci credo veramente,
pensò Shadow.
Non credo a niente di tutto ciò. Forse ho ancora quindici anni. La mamma è ancora viva e non ho mai incontrato Laura. Tutto quello che è successo finora è stato un sogno particolarmente vivido.

Tuttavia nemmeno questa spiegazione gli sembrava plausibile. È sui sensi che fondano le nostre convinzioni, sono gli unici strumenti di cui disponiamo per fare esperienza: la nostra vista, il tatto, la memoria. Se i sensi ci mentono, allora non abbiamo niente di cui fidarci. E anche se non crediamo a ciò che ci dicono, non abbiamo altro modo per viaggiare che quello di seguire la strada che essi ci indicano, ed è una strada che dobbiamo percorrere fino in fondo.

Poi il fuoco si spense e a Valaskjalf, nella sala di Odino, scese il buio.
«E adesso?» sussurrò Shadow.
«Adesso torniamo nella Sala della Giostra» bofonchiò il signor Nancy. «E il vecchio Monocolo ci offre la cena, unge qualche tasca, bacia qualche guancia e nessuno pronuncia più la parola che comincia per d.»
«Quale parola?»
«La parola dèi. Ma che cosa facevi tu il giorno in cui distribuivano i cervelli, ragazzo, me lo vuoi dire?»

«Qualcuno stava raccontando una storia sul furto di un paio di palle di tigre e mi sono fermato per sapere come andava a finire.»
Il signor Nancy ridacchiò.
«Però non è stato deciso niente. Nessuno si è messo d’accordo.»
«Se li sta lavorando con calma. Verranno tutti dalla sua parte, vedrai, uno dopo l’altro. Alla fine si convinceranno.»
Shadow sentì arrivare da chissà dove un vento che gli scompigliava i capelli, lo sferzava, lo spingeva.

Erano nella sala che ospitava la più grande giostra del mondo e stavano ascoltando il
Valzer dell’Imperatore.

C’era un gruppo di persone, turisti, dall’aspetto, che parlavano con Wednesday da una parte, più o meno lo stesso numero di persone che Shadow aveva visto nell’ombra della sala. «Da questa parte» tuonò Wednesday, e condusse tutti attraverso l’unica uscita concepita per sembrare la bocca spalancata di un mostro gigantesco, con i denti aguzzi pronti a fare tutti a brandelli. Wednesday si muoveva in mezzo alla gente come un uomo politico, persuadeva con le lusinghe, incoraggiava, sorrideva, contrapponeva con gentilezza le sue ragioni alle loro, convinceva.


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