American Gods

American Gods

Neil Gaiman

«Be’, non mi portano nemmeno metà della frutta che mi portavano una volta» disse il signor Nancy con gli occhi che brillavano. «Però nel mondo non hanno ancora inventato niente che valga una bella donnina con le tette sode. C’è chi dice che è il sedere che va esaminato per primo, ma per me sono sempre le tette che riescono a mettermi in moto in una mattina fredda.» Nancy cominciò a ridere, una risata genuina, secca e sibilante, e Shadow, suo malgrado, lo trovò simpatico.

Wednesday tornò dal bagno e strinse la mano a Nancy. «Vuoi qualcosa da mangiare, Shadow? Una fetta di pizza? Un panino?»
«Non ho fame.»
«Lascia che ti dica una cosa» si intromise il signor Nancy. «Può passare molto tempo tra il pranzo e la cena, perciò quando qualcuno ti offre del cibo devi dire di sì. Io non sono più un giovanotto, eppure ti assicuro che non dico mai di no alla possibilità di pisciare, mangiare o schiacciare un pisolino di mezz’ora. Mi segui?»
«Sì. Ma non ho fame, davvero.»

«Sei grande e grosso» disse Nancy fissando con i suoi vecchi occhi color mogano quelli grigio chiaro di Shadow, «grande e scemo, devo dire, non mi sembri per niente sveglio. Ho un figlio, stupido che più stupido non si può, e tu me lo ricordi.»
«Se non le dispiace lo prendo come un complimento» disse Shadow.
«Ti sembra un complimento essere chiamato scemo come chi è rimasto a dormire il giorno in cui distribuivano l’intelligenza?»

«Pensavo di più al fatto di essere paragonato a un membro della sua famiglia.»
Il signor Nancy spense il sigaretto, poi scacciò un immaginario puntolino di cenere da un guanto. «Forse ripensandoci non sei il tipo peggiore che il vecchio Monocolo si potesse procurare.» Guardò Wednesday. «Hai qualche idea di quanti saremo, stasera?»

«Ho mandato il messaggio a quelli che sono riuscito a contattare» rispose l’altro. «Ovviamente non ce la faranno tutti. E qualcuno» indicò Chernobog con un’occhiata «magari non vuole venire. Penso che ce ne potremmo aspettare qualche decina senza problemi. E ci sarà un passaparola.»

Superarono una mostra di armature («falsi vittoriani» dichiarò Wednesday davanti alle bacheche, «falsi moderni, elmo del dodicesimo secolo sopra una riproduzione del diciassettesimo, lungo guanto sinistro di ferro del quindicesimo…») e poi Wednesday aprì una porta con la scritta "Uscita" e fece fare a tutti il giro dell’edificio («Io non mi ci raccapezzo con tutti questi fuori e dentro» disse Nancy, «non sono più giovane come una volta e poi vengo da climi più miti»), percorsero una passerella coperta, uscirono da un’altra porta e arrivarono nella Sala del Carosello.

La musica proveniva da un organetto, un’esecuzione commovente e ogni tanto dissonante di un valzer di Strauss. Sul muro appena dentro la sala erano appesi antichi cavalli delle giostre, centinaia di cavalli, alcuni bisognosi di una mano di vernice, altri di una bella ripulita; sopra i cavalli pendevano decine di angeli, con tanto d’ali, ricavati evidentemente da manichini; alcuni mostravano il petto asessuato, altri avevano perso la parrucca e fissavano, calvi e ciechi, dal buio.

E poi c’era il carosello.
Un cartello spiegava che si trattava della più grande giostra del genere al mondo, ne specificava il peso e il numero delle lampadine che scendevano in gotica profusione dal lampadario centrale, e proibiva a chiunque di salire o montare gli animali.

E che animali! Shadow rimase a fissare sbalordito lo spettacolo di centinaia di creature a grandezza naturale che occupavano la piattaforma della giostra. Creature reali, creature immaginarie, e trasformazioni delle due categorie: ognuna diversa dall’altra. Vide una sirena e un tritone, un centauro e un unicorno, elefanti (uno enorme e uno minuscolo), un bulldog, una rana e una fenice, una zebra, una tigre, manticora e basilisco, cigni che trainavano una carrozza, un bue bianco, una volpe, due trichechi gemelli, anche un serpente marino, tutti dipinti con colori vivaci e più che realistici: e tutti giravano sulla piattaforma mentre un valzer finiva e un altro ricominciava. La giostra non rallentava nemmeno.

«Ma che senso ha?» chiese Shadow. «D’accordo, voglio dire, è la più grande del mondo, ci sono centinaia di animali, migliaia di lampadine, e continua a girare, però nessuno ci può salire.»
«Non è qui perché qualcuno ci salga, perlomeno non la gente comune» rispose Wednesday. «È qui per essere ammirata. E qui per essere.»
«Come la ruota della preghiera che gira all’infinito» aggiunse il signor Nancy. «Accumulando potere.»

«Dov’è che dobbiamo incontrare gli altri?» domandò Shadow. «Credevo che avessi detto che li avremmo incontrati qui. Invece non c’è nessuno.»
Wednesday gli fece il suo sorriso terrificante. «Fai troppe domande» disse. «Non sei pagato per fare domande.»
«Scusa.»
«Adesso mettiti lì e aiutaci a salire» continuò Wednesday avvicinandosi alla piattaforma dove c’era un altro cartello con la descrizione della giostra e il divieto di salire.

Shadow fu sul punto di obiettare; invece si limitò ad aiutarli ad arrampicarsi, uno dopo l’altro. Wednesday era incredibilmente pesante, Chernobog se la cavò da solo usando una spalla di Shadow per appoggio e Nancy sembrava non pesare niente. Una volta sul bordo i tre uomini passarono con un saltino sulla piattaforma rotante.
«Allora» abbaiò Wednesday. «Non vieni?»

Non senza una certa esitazione, e solo dopo aver gettato rapidamente un’occhiata in giro per vedere se qualcuno dei guardiani della casa non li stesse osservando, Shadow salì sul bordo del più grande carosello del mondo. Lo divertì e lo stupì scoprire che l’idea di contravvenire al divieto di salire sulla giostra lo preoccupava molto più di quanto non lo avesse preoccupato rapinare la banca, quel pomeriggio.

I tre vecchi scelsero ciascuno un animale. Wednesday montò un lupo dorato. Chernobog cavalcò un centauro con l’armatura e la testa nascosta da un elmo di metallo. Ridacchiando Nancy scivolò sopra un leone rampante fermato dal suo autore nel momento del ruggito. Gli accarezzò un fianco. Il valzer di Strauss li trasportò grandiosamente lontano.

Wednesday sorrideva e Nancy rideva contento, una risata chioccia da vecchio, e perfino il lugubre Chernobog sembrava godersela. Shadow ebbe l’impressione di togliersi di colpo un peso dalle spalle: tre vecchi si stavano divertendo in groppa agli animali della più grande giostra del mondo. Che importanza aveva se di lì a poco sarebbero stati buttati fuori tutti quanti? Non ne valeva la pena, forse? Non valeva la pena di pagare qualcosa per poter dire di essere salito sulla giostra più grande del mondo? Per poter dire di aver viaggiato su uno di quei mostri gloriosi?

Studiò il bulldog, una creatura marina e l’elefante con il palanchino dorato, poi montò sopra un essere con la testa d’aquila e il corpo di tigre, e si aggrappò bene.
Le note del
Danubio Blu

risuonavano argentine anche nella sua testa, la luce di mille lampadine si scomponeva nei colori dell’iride, e per una frazione di secondo Shadow fu di nuovo bambino, e salire sulla giostra gli bastò per essere felice: rimase perfettamente immobile, a cavallo della sua aquila-tigre al centro del mondo, con il mondo che gli vorticava intorno.

Si sentì ridere, sopra la musica. Era felice. Felice come se le ultime trentasei ore non fossero mai accadute, come se non fossero mai accaduti gli ultimi tre anni, come se la vita fosse evaporata nel sogno a occhi aperti della fanciullezza, la giostra al Golden Gate Park di San Francisco, quand’era arrivato per la prima volta negli Stati Uniti, una vera e propria maratona via nave e auto, la madre in piedi che lo guardava tutta fiera e lui che succhiava il ghiacciolo mezzo sciolto, e si teneva aggrappato stretto stretto, augurandosi che la musica non si spegnesse, che la giostra non rallentasse, che la corsa non finisse. Girava e girava e girava…

Poi le luci si spensero e Shadow vide gli dèi.


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