American Gods

American Gods

Neil Gaiman

Passarono gli anni, e Essie, da quella cosetta che era, diventò una ragazza con curve sinuose come le onde del verde mare, e gli occhi scuri che ridevano, e scuoteva i ricci castani. Gli occhi di Essie si illuminarono quando vide Bartholomew, il figlio diciottenne del signore, tornato da Rugby, e la notte andò al menhir al limitare del bosco e vi appoggiò un pezzo di pane che Bartholomew non aveva finito di mangiare, avvolto in una ciocca dei suoi riccioli. E l’indomani lui le si avvicinò e le parlò, guardandola con ammirazione, gli occhi di quel pericoloso celeste che ha il cielo quando sta per scoppiare un temporale, mentre lei gli puliva il camino in camera da letto.

Aveva gli occhi talmente pericolosi, disse Essie Tregowan.
Di lì a poco Bartholomew partì per Oxford e quando lo stato di Essie divenne evidente fu licenziata. Però il bambino nacque morto e come favore alla madre di Essie, che era una cuoca eccellente, la moglie del signore riuscì a convincere il consorte a ridare alla giovane il suo vecchio posto di sguattera.

Ma l’amore di Essie per Bartholomew si era trasformato in odio per la sua famiglia e prima della fine di quell’anno lei si prese per amante un uomo di un paese vicino, un uomo con una cattiva reputazione che rispondeva al nome di Josiah Horner. E una notte, mentre tutti dormivano, Essie si alzò e aprì la porta di servizio per far entrare l’amante. Lui svaligiò la casa.

Si sospettò subito qualcuno dei suoi abitanti, perché era ovvio che la porta era stata aperta dall’interno (e la moglie del signore ricordava bene di aver tirato personalmente i chiavistelli), e doveva trattarsi di qualcuno che sapeva dove si trovava l’argenteria, e in quale cassetto venivano tenuti i soldi e i pagherò cambiari. Tuttavia Essie non venne accusata, visto che negava tutto con decisione, fino a quando mastro Josiah Horner non fu colto sul fatto in una bottega di coloniali a Exeter mentre cercava di smerciare uno dei pagherò rubati. Il signore identificò il suo pagherò e Horner fu processato con Essie.

Condannato dalla locale corte d’Assise, Horner fu
spento,
come diceva il gergo dell’epoca con crudeltà e indifferenza, ma il giudice ebbe pietà di Essie per via della sua giovane età o dei suoi capelli castani e le comminò una condanna a sette anni di deportazione. Avrebbe viaggiato sulla
Neptune,

sotto il comando del capitano Clarke. Così Essie andò in Carolina e lungo il viaggio si fece amico il capitano, e lo convinse a riportarla in Inghilterra con sé, come sua sposa, e a condurla a Londra, a casa della madre di lui, dove nessuno la conosceva. All’arrivo in America il carico umano venne sostituito da un carico di cotone e tabacco e il viaggio di ritorno fu pacifico per tutti e felice per il capitano e la sua giovane sposa che si comportavano come due innamorati o due farfalle che si corteggiano, sempre a toccarsi e a scambiarsi piccoli doni o gesti di tenerezza.

Giunti a Londra il capitano Clarke sistemò Essie dalla madre che la trattò con tutti i riguardi dovuti alla nuova moglie del figlio. Otto settimane più tardi il
Neptune

prese di nuovo il mare e la graziosa mogliettina con i capelli castani andò a salutare il marito dal molo. Poi tornò a casa della suocera e, approfittando della sua assenza, si appropriò di una pezza di seta, di alcune monete d’oro e di un vaso d’argento in cui l’anziana signora teneva i bottoni, prima di sparire nel calderone londinese.

Durante i due anni successivi, con un’ampia gonna capace di celare una moltitudine di misfatti, soprattutto pezze di seta e rotoli di pizzo, Essie divenne una provetta taccheggiatrice e se la spassò. Era grata d’essere sfuggita alle sue vicissitudini a tutte le creature di cui le avevano parlato nell’infanzia, ai pixy (la cui influenza, ne era certa, si estendeva fino alla città di Londra), e ogni notte metteva sul davanzale una ciotola di legno piena di latte, anche se i suoi amici la deridevano per questo, ma ride bene chi ride ultimo, e mentre loro prendevano la sifilide o lo scolo, lei rimaneva sana come un pesce.

Mancavano dodici mesi al suo ventesimo compleanno, quando il destino le giocò un brutto scherzo: mentre si trovava nel Crossed Forks Inn di Bell Yard, vicino a Fleet Street, vide un giovanotto appena uscito dall’università entrare e andare a sedersi vicino al camino. Oh! Un pollo da spennare, pensa lei, e va a sederglisi accanto, e gli dice che è un giovane elegante, e mentre con una mano comincia ad accarezzargli un ginocchio, con l’altra va cautamente in cerca dell’orologio da taschino. E a quel punto lui la guarda bene in faccia e il cuore di Essie perde un colpo quando due occhi di un azzurro pericoloso come il cielo estivo prima del temporale la fissano, e padron Bartholomew la chiama per nome.

Venne portata a Newgate con l’accusa di essere tornata prima di avere scontato tutta la condanna. Giudicata colpevole, non stupì nessuno quando davanti alla corte dichiarò di essere incinta, e le guardiane della prigione incaricate di verificare tali affermazioni (di solito infondate), furono sorprese di dover riconoscere che Essie aspettava davvero un figlio, benché lei rifiutasse di dire il nome del padre.
La pena di morte fu commutata ancora una volta in deportazione, in questo caso a vita.

Viaggiò sulla
Sea-Maiden.

C’erano duecento deportati a bordo, stivati come maiali da portare al mercato. Febbri e diarree infuriavano; non c’era nemmeno spazio sufficiente per stare seduti, figuriamoci per sdraiarsi; una donna morì di parto in fondo alla stiva e siccome i suoi compagni erano troppo ammassati per riuscire a far passare il suo corpo, venne buttata insieme al neonato fuori dal piccolo oblò a poppa direttamente nel mare mosso e grigio. Essie era gravida di otto mesi, e stupisce che sia riuscita a tenere il bambino, tuttavia ci riuscì.

Per tutta la vita avrebbe sognato quel viaggio nella stiva, incubi dai quali si svegliava gridando, sentendo in bocca e nel naso l’odore di quell’inferno.
La
Sea-Maiden
attraccò a Norfolk, in Virginia, e il contratto di Essie venne acquistato da un "piccolo piantatore" di tabacco di nome John Richardson, la cui moglie era morta di febbre puerperale dopo aver dato alla luce una bambina, e perciò lui aveva bisogno di una balia nonché di una tuttofare per la piccola proprietà.

Così il bambino di Essie, che lei chiamò Anthony in onore del defunto marito (nessuno in quel paese avrebbe potuto smentirla, e forse aveva conosciuto un Anthony, da qualche parte), succhiò il latte dal suo seno insieme alla figlia del padrone Phyllida Richardson, ma la prima poppata toccava sempre a lei, che diventò una bambina robusta, alta e forte, mentre con ciò che avanzava Anthony cresceva debole e rachitico.

E insieme al latte, i bambini si nutrirono anche delle storie di Essie, dei racconti di knocker e blue-cap che vivevano giù nelle miniere, del Bucca, lo spirito più burlone della terra, molto più pericoloso dei pixy con i capelli rossi e i nasi camusi, per i quali si lasciava sui ciottoli della spiaggia il primo pesce pescato, e per cui si lasciava nel campo, al tempo della mietitura, una forma di pane appena cotto, al fine di assicurarsi un buon raccolto. Essie raccontò ai bambini degli uomini dei meli, vecchi alberi di melo che parlavano, se ne avevano voglia, e che dovevano essere placati con il primo sidro spremuto, versato sulle loro radici all’inizio dell’anno nuovo, se si voleva che dessero un buon raccolto. Raccontò loro, con il suo mellifluo accento della Cornovaglia, di quali alberi diffidare, con la vecchia filastrocca:


L’olmo medita tristemente
la quercia sa odiare,
ma il salice si mette a camminare
se troppo tardi vai a dormire.

Raccontava ai bambini tutte queste cose e loro ci credevano, perché ci credeva lei.

La fattoria prosperava, e Essie Tregowan metteva un piattino di latte davanti alla porta sul retro, ogni notte, per i pixy. E dopo otto mesi John Richardson venne a bussare gentilmente alla porta della sua camera e le chiese il genere di favori che una donna concede a un uomo, e Essie gli rispose di essere scioccata e ferita: Ma come, disse, una povera vedova legata a lui da un contratto di servaggio, praticamente una schiava, doveva anche prostituirsi con un uomo per il quale nutriva un così grande rispetto — e nelle sue condizioni non si poteva sposare, quindi come osava tormentare una povera ragazza deportata lei non riusciva proprio a capirlo — e gli occhi color delle noci si riempirono di lacrime al punto che Richardson si ritrovò a farle le sue scuse, e il risultato fu che in quella calda notte d’estate si inginocchiò davanti a Essie Tregowan per proporle di recidere il suo contratto e di sposarla. Lei accettò, ma non volle dormire con lui prima che l’aspetto legale fosse stato definito, e dopo si trasferì dalla stanzetta del solaio alla camera da letto padronale sul lato anteriore della casa, e se vedendolo in città qualche amico con moglie sparlò del coltivatore, molti di più si dissero dell’opinione che la nuova signora Richardson era una donna straordinariamente bella e che Johnnie aveva fatto un buon affare.

Prima della fine dell’anno, Essie diede alla luce un altro maschio, biondo come il padre e la sorellastra, e come il padre venne chiamato John.

La domenica i tre bambini andavano in chiesa ad ascoltare i predicatori itineranti e frequentavano la piccola scuola dove imparavano a leggere e a far di conto insieme ai figli degli altri piccoli coltivatori. Essie nel frattempo faceva in modo che conoscessero anche i misteri dei pixy, che erano i misteri più importanti: uomini con i capelli rossi, occhi e indumenti verdi come l’acqua del fiume e i nasi camusi, uomini buffi e strabici che, se gliene saltava la voglia, potevano confonderti e portarti fuori strada, se non avevi un po’ di sale o di pane in tasca. Quando andavano a scuola i bambini portavano sempre in una tasca un pizzico di sale, e nell’altra un pezzettino di pane, antichi simboli della vita e della terra, per essere sicuri di tornare a casa sani e salvi, come sempre successe.

I bambini crescevano alti e robusti nelle lussureggianti colline della Virginia (anche se Anthony, il primogenito, rimase sempre il più delicato, il più pallido e incline alle malattie) e i Richardson erano felici; e Essie amava il marito meglio che poteva. Erano sposati da dieci anni quando a John Richardson venne un mal di denti così terribile da farlo cadere da cavallo. Lo portarono nella città più vicina, dove gli strapparono il dente, ma troppo tardi, e un’infezione del sangue se lo portò via con la faccia nera e tra i gemiti, e venne seppellito sotto il suo salice preferito.

La vedova Richardson rimase a dirigere la proprietà fino alla maggiore età dei due eredi: riuscì a gestire i servi a contratto e gli schiavi, e più o meno tutti gli anni ottenne un buon raccolto di tabacco; versava il sidro sulle radici dei meli la notte dell’ultimo dell’anno e metteva una forma di pane appena sfornato nei campi al momento del raccolto e lasciava sempre un piattino di latte davanti alla porta sul retro. La fattoria prosperava e la vedova Richardson si guadagnò la reputazione di donna abile a mercanteggiare, ma il suo raccolto era sempre ottimo, e non vendeva mai merce di scarto per buona.

Per altri dieci anni tutto procedette nel migliore dei modi, poi ci fu un’annata cattiva perché Anthony, suo figlio, uccise Johnnie, il fratellastro, durante una lite furibonda sul futuro della fattoria e sulla disponibilità della mano di Phyllida; qualcuno disse che non aveva ucciso intenzionalmente il fratello, ma che era stato un colpo arrivato troppo a fondo, e qualcuno disse il contrario. Anthony scappò lasciando Essie da sola a seppellire il figlio minore accanto al padre. Qualcuno disse che Anthony era fuggito a Boston e qualcuno disse che era andato a sud, e sua madre era dell’opinione che si fosse imbarcato per l’Inghilterra per arruolarsi nell’esercito di Re Giorgio e combattere i ribelli scozzesi. Ma senza i due maschi la fattoria era deserta e triste, e Phyllida si struggeva e languiva come se avesse il cuore spezzato e niente che la matrigna dicesse o facesse poteva restituirle il sorriso.

Ma con il cuore spezzato o no nella fattoria c’era bisogno di un uomo e perciò Phyllida sposò Harry Soames, di professione maestro d’ascia, che stancatosi del mare sognava di vivere sulla terraferma in una fattoria simile a quella dov’era cresciuto nel Lincolnshire. E benché la fattoria dei Richardson fosse davvero piccola, Harry Soames la trovò abbastanza simile a quella dei suoi sogni e si sentì felice. A Phyllida e Harry nacquero cinque figli, di cui tre sopravvissero.

La vedova Richardson sentiva la mancanza dei figli, e sentiva la mancanza del marito, anche se ormai era poco più che il ricordo di un uomo biondo che l’aveva trattata con gentilezza. I nipoti venivano da lei a farsi raccontare le storie e Essie raccontava loro del Cane Nero della Brughiera e di Crapa Pelata e la Maschera di Sangue e dell’Uomo del Melo, ma ai bambini non interessavano, volevano soltanto le storie di Jack: Jack e il fagiolo magico, o Jack e il suo Gatto e il Re. Essie voleva bene ai suoi nipoti come se fossero figli, anche se talvolta li chiamava con i nomi di chi era morto da tempo.

Si era di maggio e quel giorno portò la sedia nel giardino davanti alla cucina per raccogliere i piselli e sgusciarli al sole, perché malgrado il bel clima della Virginia il freddo le era entrato nelle ossa come nei capelli erano scese spruzzate di neve, e apprezzava sempre un po’ di calore.

Mentre la vedova Richardson sgranava i piselli con le sue vecchie dita cominciò a riflettere su come sarebbe stato bello passeggiare ancora una volta nella brughiera o sulle scogliere salmastre della sua Cornovaglia. Pensò a quando, bambina, sedeva sulla spiaggia ad aspettare dal mare grigio il ritorno della nave su cui lavorava il padre. Le mani, con le nocche blu, impacciate, aprivano i baccelli, facevano cadere i piselli in una ciotola di terracotta e gli scarti in grembo. E si ritrovò a ricordare, come non le capitava da tempo immemorabile, una vita molto lontana: quando rubava borsette e pezze di seta con abili dita… e poi il secondino di Newgate, quando le dice che mancano almeno dodici settimane alla sua udienza, e che se potesse dichiarare di essere incinta scamperebbe alla forca, e che bella donnina è… mentre lei si era voltata con la faccia al muro e coraggiosamente aveva sollevato le gonne, odiandosi e odiandolo, ma consapevole del fatto che l’uomo aveva ragione, la sensazione della vita che le nasceva dentro voleva dire che avrebbe potuto ingannare la morte ancora per un po’…

«Essie Tregowan?» chiese lo straniero.
La vedova Richardson alzò gli occhi proteggendosi con una mano dal sole di maggio. «Ci conosciamo?» domandò. Non lo aveva sentito arrivare.

L’uomo era vestito di verde da capo a piedi: calzoni scozzesi attillati, verdi e coperti di polvere, giacca verde, e un cappotto verde scuro. Aveva i capelli color carota e le sorrideva con una smorfia tutta sbilenca. C’era qualcosa nella sua presenza che la rendeva felice, e qualcos’altro che puzzava di pericolo. «Sì, puoi dire di conoscermi» le rispose.

La guardò di sottecchi, e lei ricambiò l’occhiata, scrutando il suo viso rotondo in cerca di un indizio per capire chi era. Era giovane come uno dei suoi nipoti, tuttavia l’aveva chiamata con il suo vecchio nome, e la sua pronuncia la conosceva dall’infanzia, dai tempi delle rocce e della brughiera della terra natia.
«Vieni dalla Cornovaglia?» gli chiese.

«Esattamente, sono il cugino Jack» rispose l’uomo dai capelli rossi. «O meglio lo ero, ma adesso sono qui in questo nuovo mondo, dove nessuno mette fuori dalla porta un po’ di latte o di birra chiara e forte per un onest’uomo, o una pagnotta quando arriva il tempo del raccolto.»
L’anziana donna raddrizzò la ciotola sulle ginocchia. «Se sei chi penso io» disse, «allora non ho conti in sospeso con te.» Sentiva Phyllida che dentro casa brontolava con la domestica.

«Né io con te» rispose un po’ tristemente l’uomo dai capelli rossi, «anche se sei stata tu a portarmi qui, tu e pochi altri come te, in questa terra che non ha tempo per la magia e non ha posto per pixy e simili.»
«Tu mi hai molto aiutata» disse lei.
«Faccio del bene e faccio del male» rispose lo straniero strabico. «Noi siamo come il vento. Soffiamo in tutte le direzioni.»
Essie annuì.

«Vuoi prendermi per mano, Essie Tregowan?» E le tese la sua. Era coperta di lentiggini, e benché la vista di Essie fosse ormai debole, riuscì a vedere i peli color arancio sul dorso, scintillanti nel sole del pomeriggio. Si morse un labbro. Poi, esitante, mise la sua mano dalle nocche blu in quella dell’uomo.
Quando la trovarono era ancora calda, anche se la vita l’aveva abbandonata e solo metà dei piselli erano stati sgusciati.


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