American Gods

American Gods

Neil Gaiman

4
Il treno speciale di mezzanotte
mi illumina come la luna
Mi illumina con la sua luce d’amore
il treno-luna di mezzanotte.
The Midnight Special,
vecchia canzone popolare

Shadow e Wednesday fecero colazione al Country Kitchen di fronte al motel. Alle otto del mattino il mondo era freddo e brumoso.
«Sei sempre dell’idea di lasciare Eagle Point?» chiese Wednesday. «Perché se sei pronto devo fare alcune commissioni. È venerdì. Venerdì è un giorno libero. Un giorno da donne. Domani è sabato. Di sabato c’è molto da fare.»
«Sono pronto» rispose Shadow. «Non c’è niente che mi trattenga qui.»

Wednesday si ammucchiò nel piatto molti tipi di salumi e carni. Shadow si servì qualche fetta di melone, un panino e un formaggino. Andarono a sedersi in un angolo.
«Che sogno pazzesco hai fatto ieri notte» disse Wednesday.
«Già. Pazzesco davvero.» Le impronte fangose lasciate da Laura sulla moquette del motel erano ancora ben visibili al suo risveglio, dalla sua camera attraversavano l’atrio e sparivano oltre la porta d’ingresso.
«Allora» riprese Wednesday, «perché ti hanno chiamato Shadow?»

Shadow scrollò le spalle. «È un nome come un altro.» Dall’altra parte della vetrata il mondo avvolto nella nebbia sembrava un disegno a matita eseguito con una decina di sfumature di grigio e, qui e là, una macchia di rosso elettrico o di bianco purissimo. «Come hai perso l’occhio?»
Wednesday si ficcò in bocca cinque o sei fette di pancetta tutte insieme, masticò, si ripulì la bocca con il dorso della mano. «Non l’ho perso» disse. «So esattamente dove si trova.»
«Bene, qual è il programma?»

Wednesday assunse un’aria pensierosa. Mangiò qualche fetta di prosciutto di un bel rosa acceso, staccò un frammento di carne dalla barba e lo mise nel piatto. «Il programma è il seguente: domani sera incontriamo alcune persone di spicco nei loro rispettivi settori… non lasciarti intimidire dal loro atteggiamento. Ci incontreremo in uno dei posti più importanti del paese. Dopo di che offriremo loro da bere e da mangiare. Li devo assoldare nell’impresa.»

«E dove si trova questo posto così importante?»

«Vedrai, ragazzo mio. Ho detto che è uno dei più importanti. Le opinioni in merito divergono, com’è comprensibile. Ho avvisato i colleghi. Sulla strada ci fermiamo a Chicago perché ho bisogno di procurarmi dei soldi. Ospitare come dobbiamo ospitare noi richiederà più contanti di quanti io ne disponga al momento. Poi andiamo a Madison.» Pagò e uscirono per tornare al parcheggio del motel dall’altra parte della strada. Wednesday lanciò le chiavi a Shadow.

Arrivati alla superstrada lasciarono la città.
«Ti mancherà?» domandò Wednesday. Stava rovistando in una cartelletta piena di carte geografiche.
«La città? No. Non ci ho mai vissuto veramente. Da bambino non vivevo mai a lungo nello stesso posto, e quando sono arrivato a Eagle Point avevo vent’anni. È la città di Laura.»
«Speriamo che ci rimanga» disse Wednesday.
«Era un sogno» rispose Shadow. «Non dimenticarlo.»
«Ben detto. Un atteggiamento sano, il tuo. Te la sei chiavata, ieri notte?»

Shadow trattenne il respiro. Poi: «Non sono affari tuoi. Comunque no».
«Avresti voluto?»
Shadow non rispose e continuò a guidare verso nord, in direzione di Chicago. Wednesday ridacchiò e cominciò a tirare fuori le carte geografiche, ad aprirle e ripiegarle, prendendo ogni tanto un appunto su un blocco di carta gialla con una grossa penna a sfera d’argento.

A un certo punto finì. Ripose la penna e appoggiò la cartelletta sul sedile posteriore. «La cosa buona degli stati verso cui stiamo andando» disse, «Minnesota, Wisconsin e paraggi, è che c’è il tipo di donna che mi piaceva da giovane. Con la pelle chiara e gli occhi azzurri, i capelli quasi bianchi, le labbra color vinaccia e i seni tondi e pieni sotto la cui pelle si vedono scorrere le vene come in un buon formaggio.»

«Ti piacevano solo da giovane?» domandò Shadow. «Mi sembrava che te la stessi spassando, ieri notte.»
«Sì.» Wednesday sorrise. «Ti piacerebbe conoscere il segreto del mio successo?»
«Le paghi?»
«Niente di così volgare. No, il segreto risiede nel fascino. Nella pura e semplice magia del fascino.»
«Fascino, eh? Be’, dicono che o ce l’hai o non ce l’hai.»
«La magia si impara» rispose Wednesday.

Shadow sintonizzò la radio su un canale che trasmetteva vecchi successi e ascoltò canzoni che erano famose ancora prima che nascesse. Bob Dylan cantò di una pioggia molto forte che stava per cadere e Shadow si chiese se fosse caduta, a quel punto, o se si trattasse di un evento non ancora compiuto. La strada davanti a loro era deserta e sotto il sole del mattino i cristalli di ghiaccio sull’asfalto scintillavano come diamanti.

Chicago arrivò piano piano, come un’emicrania. Stavano ancora attraversando l’aperta campagna quando una cittadina qualsiasi si trasformò impercettibilmente in una disordinata propaggine di periferia, e la periferia diventò città.

Parcheggiarono davanti a un tozzo edificio con la facciata di arenaria nera. Avevano ripulito il marciapiede dalla neve. Entrarono nell’atrio del palazzo e Wednesday schiacciò il primo pulsante sul citofono di metallo. Niente. Schiacciò ancora. Poi provò a premere anche gli altri pulsanti, che corrispondevano alle case di altri inquilini, senza ottenere risposta.

«È scassato» disse desolata una vecchia che stava scendendo le scale. «Non funziona. Abbiamo chiamato l’amministratore per chiedergli quando viene ad aggiustarlo, e quando viene a sistemare l’impianto di riscaldamento, ma lui non se ne interessa, va a svernare in Arizona perché ha i polmoni delicati.» Sembrò a Shadow che la donna avesse un forte accento dell’Europa dell’Est.

Wednesday fece un profondo inchino. «Zarja, mia cara, posso dirti che trovo il tuo aspetto indicibilmente bello? Radioso, direi. Il tempo non passa, per te.»
La vecchia signora lo guardò con occhi fiammeggianti. «Non ti vuole vedere. Neanch’io ti voglio vedere. Tu porti guai.»
«Per questo non vengo mai, a meno che non sia di estrema importanza.»
La donna sbuffò. Portava una sporta di corda e indossava un vecchio cappotto rosso chiuso fino al mento. Guardò Shadow con aria sospettosa.

«L’omone chi è?» chiese. «Un altro dei tuoi sgherri?»
«Tu mi fai un cattivo servizio, buona signora. Questo gentiluomo si chiama Shadow. Lavora per me, sì, ma nel tuo interesse. Shadow, ti posso presentare l’adorabile signorina Vechernjaja Zarja?»
«Molto piacere» disse Shadow.

La donna guardò in su come un uccellino. «Shadow» disse. «Un buon nome. Quando le ombre si allungano, quello è il mio tempo. E tu sei un’ombra lunga.» Lo squadrò da sotto in su, poi gli sorrise. «Mi puoi baciare la mano» disse, e gli tese la mano fredda.
Shadow si piegò per sfiorare quelle dita sottili. Sul medio c’era un grosso anello d’ambra.

«Bravo ragazzo» disse. «Stavo andando dal droghiere. Vedi, sono l’unica a portare a casa dei soldi. Le altre due non sono capaci di predire la sorte. Non sono capaci perché dicono sempre la verità, e non è la verità ciò che la gente vuole sentire. È brutta, la verità, e rende la gente infelice, perciò non tornano. Invece io sono capace di mentire, dico quello che vogliono sentire. Perciò guadagno. Rimanete a cena?»
«Mi piacerebbe» rispose Wednesday.

«Allora dammi qualche soldo per comperare da mangiare» disse lei. «Sono una donna orgogliosa ma non sono stupida. Le altre sono più orgogliose di me e lui poi è il più orgoglioso di tutti. Perciò dammi i soldi e non dire che me li hai dati.»
Wednesday aprì il portafoglio e tirò fuori una banconota da venti dollari. Vechernjaja Zarja gliela sfilò dalle dita ma rimase in attesa. Wednesday prese altri venti dollari e glieli diede.

«Bene. Vi nutriremo come principi. Adesso andate su. Utrennjaja Zarja è sveglia, l’altra sorella invece dorme ancora, perciò non fate troppo baccano.»
Shadow e Wednesday salirono le scale buie. Il pianerottolo del secondo piano era ingombro di sacchi dell’immondizia e puzzava di verdura marcia.
«Sono zingari?» domandò Shadow.
«Zarja e la sua famiglia? Neanche per sogno. Non sono rom. Sono russi. Slavi, direi.»
«Ma legge il futuro.»

«Un sacco di gente lo fa. Mi ci diletto perfino io.» All’ultima rampa di scale Wednesday ansimava. «Sono fuori esercizio.»
Sul pianerottolo dell’ultimo piano si affacciava un’unica porta dipinta di rosso e dotata di occhio magico.
Wednesday bussò. Nessuno rispose. Bussò di nuovo, più forte.
«Va bene! Va bene! Ho sentito! Ho sentito!» Rumore di chiavi girate nella toppa, di catenacci tirati, di una catena sganciata. La porta rossa venne socchiusa.

«Chi è?» Era una voce di uomo, vecchia e arrochita dalle sigarette.
«Un vecchio amico, Chernobog. Con un socio.»
La porta si aprì soltanto fin dove lo consentiva la catena. Shadow intravide una faccia grigia che scrutava dall’ombra. «Che cosa vuoi, Votan?»
«Il piacere della tua compagnia, per cominciare. Poi ho delle informazioni da passarti. Com’è che si dice?… Ah sì… che potrebbero tornarti utili.»

La porta si spalancò. L’uomo era di bassa statura, aveva i capelli color grigio ferro e i tratti scabri. Portava un vecchio accappatoio e un paio di pantaloni grigi a righe, lucidi sulle ginocchia, e le pantofole. Aveva una sigaretta senza filtro tra le dita tozze, e la fumava tenendola a coppa nel palmo, come un carcerato, pensò Shadow, o un soldato. Tese la mano sinistra a Wednesday. «Allora che tu sia benvenuto, Votan.»

«Di questi tempi mi chiamano Wednesday» disse l’altro ricambiando la stretta.
Un accenno di sorriso, un bagliore di denti gialli. «Capisco. Molto divertente. E lui sarebbe?»
«È il mio socio. Shadow, ti presento il signor Chernobog.»
«Molto lieto» disse il russo e strinse la mano sinistra di Shadow. La sua era ruvida e callosa, e aveva le dita gialle come se fossero state immerse nello iodio.
«Come va, signor Chernobog?»

«Va da vecchio. Il ventre mi fa male, e la schiena, e tutte le mattine tossisco da sputare i polmoni.»
«Cosa fate sulla porta?» chiese una voce femminile. Shadow guardò la vecchia comparsa alle spalle di Chernobog. Era più minuta e fragile della sorella, ma aveva i capelli lunghi e ancora dorati. «Io sono Utrennjaja Zarja» disse. «Non restate sul pianerottolo. Dovete venire dentro, dovete sedervi. Vi porto un caffè.»

Varcata la soglia dentro un appartamento che puzzava di cavolo bollito, lettiera per gatti e sigarette straniere senza filtro, furono sospinti lungo un minuscolo corridoio su cui si aprivano varie porte fino al salotto in fondo, dove vennero fatti accomodare su un enorme divano rivestito di cavallino, disturbando, nel processo, un vecchio gatto grigio che si stirò, si alzò e, rigido sulle zampe, si spostò nel punto più lontano, riaccovacciandosi circospetto a scrutarli a uno a uno, per poi richiudere un occhio e riaddormentarsi. Chernobog prese posto sulla poltrona di fronte.

Utrennjaja Zarja trovò un posacenere vuoto e lo appoggiò vicino a Chernobog. «Come lo volete, il caffè?» chiese agli ospiti. «Noi lo prendiamo nero come la notte e dolce come il peccato.»
«Andrà benissimo, signora» rispose Shadow. Guardò fuori della finestra i palazzi dall’altra parte della strada.

Utrennjaja Zarja si avviò. Chernobog la fissò fino a quando non fu uscita. «Quella è una brava donna» disse. «Non come le sue sorelle. Una è un’arpia, e l’altra, l’altra non fa che dormire.» Appoggiò i piedi calzati nelle pantofole su un lungo tavolino basso al cui centro era intagliata una scacchiera; il legno era coperto di bruciature di sigaretta e aloni dì tazze e bicchieri.
«È sua moglie?» domandò Shadow.

«Non è la moglie di nessuno.» Il vecchio rimase un momento in silenzio, guardandosi le mani ruvide. «No. Siamo tutti parenti. Siamo venuti insieme in questo paese tanto tempo fa.»

Dalla tasca dell’accappatoio prese un pacchetto di sigarette senza filtro. Wednesday gliene accese una con un sottile accendino d’oro. «Prima siamo andati a New York» disse il vecchio. «I nostri connazionali andavano a New York. Poi qui, a Chicago. Tutto è andato storto. Anche nel mio paese d’origine mi avevano quasi dimenticato. Qui sono soltanto un brutto ricordo. Sai cos’ho fatto, quando sono arrivato a Chicago?»
«No» disse Shadow.

«Mi sono trovato un lavoro al macello. Al mattatoio. Quando i manzi salivano la rampa trovavano me, l’abbattitore. Sai perché ci chiamano abbattitori? Perché prendiamo la mazza e abbattiamo la vacca.
Pum!

Ci vuole forza nelle braccia. Capisci? Poi l’incatenatore incatena il manzo, lo tira su e gli taglia la gola. Prima di mozzargli la testa lo fanno dissanguare. Noi eravamo i più forti, noi abbattitori.» Alzò la manica dell’accappatoio flettendo l’avambraccio per mettere in mostra i muscoli ancora visibili sotto la pelle cascante. «La forza però non basta. Ci vuole arte. Arte nel colpire. Altrimenti la vacca rimane solo stordita, o si arrabbia. Poi negli anni Cinquanta ci hanno dato le pistole a chiodi. Gliele puntavi in mezzo alla fronte,

pum, pum
! Dirai che così sono capaci tutti. Ma non è vero.» Mimò il gesto di conficcare un chiodo di metallo nella testa di una mucca. «Ci vuole abilità.» Sorrise al ricordo, mettendo in mostra un dente color ferro.
«Non cominciare con le tue storie di quando uccidevi le mucche.» Utrennjaja Zarja servì il caffè in piccole tazze smaltate a colori vivaci su un vassoio di legno rosso. Diede a ciascuno una tazza e poi sedette accanto a Chemobog.

«Vechernjaja Zarja è andata a fare la spesa. Tornerà subito.»
«L’abbiamo incontrata davanti al portone» disse Shadow. «Ci ha detto che legge il futuro.»
«Sì» rispose la sorella. «Al crepuscolo, il momento più adatto per le bugie. Io non riesco a dirle bene, quindi sono una pessima indovina. E nostra sorella Polunochnaja Zarja non sa dirle del tutto.»
Il caffè era più dolce e più forte di quanto Shadow si sarebbe aspettato.

Chiese di poter usare il bagno, una stanzetta poco più grande di un armadio con appese ai muri alcune vecchie fotografie incorniciate di uomini e donne in rigide pose vittoriane. Dal salotto sentiva arrivare voci concitate. Si lavò le mani con l’acqua ghiacciata e una scaglia di sapone rosa dall’odore disgustoso.
Quando uscì dal bagno trovò Chernobog nel corridoio.
«Tu porti solo guai!» stava gridando. «Nient’altro che guai! Non voglio stare a sentire! Vattene da casa mia!»

Wednesday era ancora seduto sul divano e sorseggiava il caffè accarezzando il gatto grigio. In piedi sul tappeto consunto Utrennjaja Zarja si attorcigliava nervosamente i lunghi capelli biondi.
«C’è qualche problema?» chiese Shadow.
«Lui è il problema!» gridò Chernobog. «Lui! Digli che niente potrebbe convincermi ad aiutarlo! Voglio che se ne vada! Voglio che esca di qui! Andatevene tutti e due!

«Per favore» implorò Utrennajaja Zarja. «Per favore fate piano, altrimenti sveglierete Polunochnaja Zarja.»
«E tu sei uguale a lui, vuoi che lo sostenga nella sua follia» strillò Chernobog. Sembrava che stesse per piangere. Una lunga colonnetta di cenere cadde dalla sua sigaretta sul tappeto logoro del corridoio.

Wednesday si alzò e gli si avvicinò. Gli appoggiò una mano sulla spalla. «Ascoltami» disse conciliante. «Prima di tutto non è una follia. È l’unica via. Secondo, ci saranno tutti. Non vorrai essere lasciato fuori, no?»
«Tu sai chi sono» rispose Chernobog. «Sai quello che hanno fatto queste mani. Tu vuoi mio fratello, non me. E mio fratello non c’è.»
Si aprì una porta e un’assonnata voce femminile chiese: «Cosa succede?».

«Niente, sorella mia» rispose Utrennjaja Zarja. «Torna a dormire.» Poi si rivolse a Chernobog. «Hai visto? Hai visto cos’hai fatto con tutto quel gridare? Torna in salotto e siediti. Siediti!» Chernobog sembrava intenzionato a protestare ma di colpo la rabbia gli passò. Aveva un’aria fragile, all’improvviso, fragile e solitaria.

I tre uomini rientrarono nel salotto fatiscente. Nella stanza aleggiava uno scuro anello di nicotina che si fermava a trenta centimetri dal soffitto, come la riga di sporcizia in una vecchia vasca da bagno.
«Non devi farlo necessariamente per te» disse Wednesday imperturbabile. «Se lo fai per tuo fratello ci guadagni anche tu. In questo voi tipi dualistici siete nettamente superiori a noi, non è così?»
Chernobog non parlò.
«A proposito di Bielebog, hai avuto sue notizie?»

L’altro scosse la testa. Guardò Shadow. «Hai fratelli?»
«No. Non che io sappia.»

«Io ne ho uno. Dicono che insieme siamo una persona sola, sai? Quand’eravamo giovani i suoi capelli erano biondissimi, gli occhi celesti, e la gente diceva che lui era quello bravo. E i miei capelli erano scuri, forse più scuri dei tuoi, e la gente diceva che ero la canaglia, hai capito? Il cattivo ero io. E adesso il tempo passa e ho i capelli grigi. Anche i suoi sono grigi, credo. E guardandoci non sapresti più riconoscere il chiaro dall’oscuro.»
«Eravate molto uniti?» chiese Shadow.

«Uniti?» ripeté Chernobog. «No. Come avremmo potuto? Ci interessavano cose molto diverse.»
Dal fondo del corridoio arrivò un gran frastuono e Vechernjaja Zarja fece il suo ingresso. «Tra un’ora si mangia» annunciò. Poi scomparve.
Chernobog sospirò. «Crede di essere una buona cuoca. Ma cucinavano i domestici, a casa sua. Adesso non c’è nessuno. Non c’è niente.»
«Non dire mai che non c’è niente» intervenne Wednesday. «Non dirlo mai.»

«Smettila. Non voglio ascoltarti.» Si rivolse a Shadow. «Giochi a dama?»
«Sì.»
«Bene. Allora fai una partita» disse prendendo una scatola di legno dalla mensola del camino e rovesciando le pedine sul tavolo. «I neri a me.»
Wednesday sfiorò un braccio di Shadow. «Non sei obbligato» disse.
«Non c’è problema. Gioco volentieri». Wednesday scrollò le spalle e da un mucchietto di riviste ingiallite sul davanzale della finestra prese un vecchio numero del "Reader’s Digest".

Chernobog finì di sistemare le pedine con le sue dita scure e il giocò cominciò.

Nei giorni seguenti a Shadow capitò spesso di ricordare quella partita. Certe notti la sognò. I suoi pezzi, rotondi e piatti, bianchi, in teoria, avevano il colore del legno vecchio e sporco. Quelli di Chernobog erano di un nero opaco e sbiadito. Mosse per primo. Nei suoi sogni non conversavano, giocando, si sentiva solo il sonoro clic delle pedine che venivano appoggiate, o il fruscio di legno contro legno quando venivano spostate di una casella.

Per le prime cinque o sei mosse i due giocatori avanzarono verso il centro della damiera, lasciando intatte le linee di base. C’erano lunghe pause tra una mossa e l’altra, come durante una partita a scacchi, mentre i due giocatori osservavano e riflettevano.

Shadow aveva giocato a dama in prigione: serviva a far passare il tempo. Aveva giocato anche a scacchi, ma gli mancava la capacità di impostare una tattica. Preferiva improvvisare cercando di fare la mossa giusta al momento giusto. A volte in questo modo si riesce a vincere, a dama.
Si sentì un
clic
quando Chernobog afferrò una pedina nera e si mangiò una bianca. Poi l’appoggiò sul tavolino, accanto alla damiera.
«La prima vittima. Hai già perso» disse. «La partita è finita.»

«No» rispose Shadow. «La fine è ancora lontana.»
«Non vorresti fare una puntatina, in questo caso? Scommettere qualcosa per renderla più interessante?»
«No» si intromise Wednesday senza alzare gli occhi dalla pagina delle barzellette da caserma, «non vuole.»
«Non sto giocando con te, vecchio. Gioco con lui. Allora, vuoi scommettere, signor Shadow?»
«Di che cosa stavate discutendo voi due, prima?»

Chernobog aggrottò la fronte rugosa. «Il tuo padrone vuole che vada con lui. Per aiutarlo nella sua follia. Piuttosto morto.»
«Vuole scommettere? D’accordo. Se vinco io viene con noi.»
Il vecchio arricciò le labbra. «Possibile» disse, «ma solo se accetti di pagare pegno, in caso di sconfitta.»
«E quale sarebbe, il pegno?»

Chernobog rimase imperturbabile. «Se vinco io ti fracasso la testa. Con la mazza. Prima ti metti in ginocchio. Poi ti abbatto con un colpo in mezzo alla fronte e tu non ti rialzi più.» Shadow lo guardò cercando di decifrarne il volto. Non stava scherzando, di questo era certo: nella sua espressione c’era qualcosa di famelico, brama di dolore, o morte, o punizione.


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