American Gods

American Gods

Neil Gaiman

3
Ogni ora fa male. L’ultima uccide.
Vecchio adagio

Dietro il banco del Motel America c’era una ragazza dai lineamenti delicati. Gli comunicò che alla registrazione aveva già provveduto il suo amico e gli diede la chiave della stanza, un rettangolo di plastica. Aveva i capelli biondo chiaro e un tratto da roditore che si accentuava quando assumeva un’aria sospettosa, e scompariva quando sorrideva. Si rifiutò di dirgli il numero della camera di Wednesday e insistette per avvisarlo al telefono del suo arrivo.

Wednesday spuntò da una stanza in fondo al corridoio e gli fece un cenno di saluto.
«Com’era, il funerale?» chiese.
«E finito.»
«Vuoi parlarne?»
«No.»
«Bene.» Wednesday sorrise. «Si parla troppo, oggigiorno. Parole parole parole. Questo paese andrebbe molto meglio se la gente imparasse a soffrire in silenzio.»

Wednesday fece strada fino alla sua stanza, dall’altra parte dell’atrio rispetto a quella di Shadow. C’erano cartine geografiche dappertutto, aperte sul letto, appese alle pareti, ed erano tutte coperte di segni fatti con pennarelli dai colori vivaci, verde fosforescente, rosa accecante e arancione acceso.

«Sono stato sequestrato da un ragazzo ciccione» disse Shadow. «Vuole che ti dica che sei stato consegnato alla pattumiera della storia mentre quelli come lui viaggiano in limousine lungo le superautostrade della vita. Qualcosa del genere.»
«Moccioso.»
«Lo conosci?»
Wednesday scrollò le spalle. «So chi è.» Si lasciò cadere pesantemente sull’unica sedia della stanza. «Non hanno la minima idea» disse. «Non ce l’hanno, cazzo. Quanto devi trattenerti in città?»

«Non so. Una settimana, forse. Devo occuparmi di un sacco di cose. Pensare alla casa, liberarmi dei suoi vestiti, quelle cose lì. Sua madre diventerà pazza ma se lo merita.»
Wednesday annuì con il suo testone enorme. «Be’, prima finisci prima ce ne andiamo. Buona notte.»

Shadow attraversò il corridoio. La sua stanza era identica a quella di Wednesday, compresa la stampa di un tramonto rosso sangue appesa sopra il letto. Ordinò una pizza con formaggio e polpette, poi aprì l’acqua nella vasca versando dalle bottigliette di plastica tutto lo shampoo e il sapone liquido per fare più schiuma possibile.

Era troppo grande per potersi sdraiare nella vasca, ma cercò ugualmente di godersela anche da seduto. Aveva promesso a se stesso un bagno, appena fuori di prigione, e Shadow era uno che manteneva le promesse.
Non appena fu uscito dalla vasca arrivò la pizza, che mangiò bevendoci sopra una bibita frizzante.
Sdraiato a letto, pensò:
Questa è la mia prima giornata da uomo libero,

e il pensiero gli procurò meno piacere di quanto avesse immaginato. Lasciò le tende scostate per vedere le luci delle automobili che passavano e le insegne dei fast food di là della finestra, trovando conforto nel sapere che fuori c’era il mondo, un mondo che, volendo, avrebbe potuto raggiungere in ogni momento.

Avrebbe potuto essere nel letto di casa sua, pensò, nell’appartamento in cui aveva abitato con Laura, in quel letto che avevano condiviso. Ma il pensiero di esserci senza di lei, circondato dalle sue cose, dal suo profumo, dalla sua vita, era davvero troppo doloroso…
Non farlo,

si disse. Decise di pensare ad altro. Provò con i giochi con le monete. Sapeva di non avere la personalità dell’illusionista; non riusciva nemmeno a inventare le storielle necessarie, e non desiderava fare giochi di prestigio con le carte né far comparire fiori. Voleva soltanto manipolare le monete, apprezzava l’abilità necessaria per farlo. Cominciò a elencare mentalmente tutte le tecniche di palmaggio che conosceva, e il pensiero tornò al quarto di dollaro che aveva gettato nella tomba di Laura e poi a Audrey che gli diceva che Laura era morta con l’uccello di Robbie in bocca, e provò un’altra volta una piccola fitta al cuore.

Ogni ora fa male. L’ultima uccide.
Dove l’aveva sentito?
Pensò al commento di Wednesday e involontariamente sorrise: aveva sentito troppa gente esortarsi a vicenda a non reprimere i propri sentimenti, a lasciar fluire le emozioni, a sfogare il dolore. Secondo lui anche la rimozione aveva i suoi pregi. Se la si praticava per abbastanza tempo e abbastanza profondamente, sospettava, si finiva presto per non sentire più niente.
A quel punto il sonno lo colse senza che se ne accorgesse.

Stava camminando…

Stava camminando in una stanza più grande di una città, e ovunque guardasse vedeva statue e figure rozzamente intagliate. Era in piedi accanto a una statua dalle sembianze femminili: i seni nudi scendevano penduli, intorno alla vita aveva una catena di mani tagliate, impugnava due coltelli affilati e al posto della testa le spuntavano due serpenti identici che si fronteggiavano, i corpi inarcati, pronti ad attaccarsi. C’era qualcosa di violentemente, profondamente sbagliato in quella statua, qualcosa che lo fece arretrare.

Cominciò ad attraversare l’ingresso. Gli occhi intagliati delle statue dotate di occhi sembravano seguire ogni sua mossa.
Nel sogno si rendeva conto che davanti a ogni statua era scritto, sul pavimento, il nome in lettere ardenti. L’uomo con i capelli bianchi e una collana di denti al collo, che teneva un tamburo, era Leucotios, la donna dai fianchi possenti che perdeva mostri dalla grande fenditura tra le gambe era Hubur, l’uomo con la testa d’ariete che reggeva la palla d’oro Hershef.

Nel sogno una vocetta puntigliosa gli parlò, ma Shadow non riuscì a vedere nessuno. «Ci sono dèi che sono stati dimenticati, e ormai potrebbero anche essere morti. Li si può trovare soltanto dentro antiche storie. Sono scomparsi, tutti scomparsi, ma ci rimangono i loro nomi e le loro effigi.»

Shadow svoltò un angolo e capì di essere in un’altra stanza, ancora più grande della prima. Era sconfinata. Vicino a lui c’era il cranio di un mammut, scuro e lucido, e un mantello peloso color ocra, indossato da una donna minuscola che aveva la mano sinistra deforme. Accanto a lei c’erano altre tre donne scolpite nello stesso blocco di granito e unite alla vita: le loro facce sembravano appena abbozzate, incomplete, mentre invece seni e genitali erano stati realizzati con cura particolareggiata, e c’era un uccello incapace di volare che Shadow non riconosceva, alto due volte lui, con un becco come quello di un avvoltoio ma braccia umane, e così via all’infinito.

La voce parlò ancora, come se si rivolgesse a una scolaresca, e disse: «Vi sono dèi usciti dalla memoria. Perfino i loro nomi si sono persi. I popoli che li adoravano sono stati dimenticati. I loro idoli sono stati distrutti e umiliati da tempo immemorabile. I loro ultimi sacerdoti sono morti senza tramandare i segreti.
«Gli dèi muoiono. E quando muoiono davvero nessuno li piange o li ricorda. È più difficile uccidere le idee, ma prima o poi si uccidono anche quelle».

Un mormorio cominciò a diffondersi nella sala, un sussurro che nel sogno provocò a Shadow una paura inspiegabile, che gli raggelò il sangue nelle vene. Sprofondò nel panico totale, lì in quella sala degli dèi la cui esistenza era stata dimenticata, dèi con facce da polpo e dèi che erano nient’altro che mani mummificate o pietre che cadevano o foreste incendiate…

Shadow si svegliò con il cuore che picchiava come un martello pneumatico, la fronte madida di sudore, all’erta. I numeri rossi sull’orologio del comodino segnavano l’una e tre minuti. L’insegna del Motel America brillava attraverso la finestra. Disorientato, Shadow si alzò ed entrò nel minuscolo bagno. Pisciò senza accendere la luce e tornò in camera. Il sogno era ancora vivido nel ricordo, anche se non avrebbe saputo dire che cosa l’avesse tanto spaventato.

Nella stanza entrava una luce fioca, ma i suoi occhi erano abituati all’oscurità. Seduta sul bordo del letto c’era una donna.
Shadow la conosceva. L’avrebbe riconosciuta tra mille, tra un milione. Indossava ancora il tailleur blu scuro con cui l’avevano seppellita.
Parlò in un sussurro, ma era un sussurro familiare. «Immagino che vorrai sapere che cosa ci faccio qui» disse Laura.
Shadow non fiatò.
Una volta che si fu seduto sull’unica sedia domandò: «Sei tu?».

«Sì» rispose lei. «Ho freddo, cucciolo.»
«Sei morta, piccola.»
«Sì. Sì. Morta.» Batté sul letto accanto a sé. «Vieni qui vicino.»
«No» rispose Shadow. «Resto dove sono, per il momento. Dobbiamo ancora affrontare alcuni problemi in sospeso.»
«Tipo che io sono morta.»
«Per esempio, ma adesso stavo pensando soprattutto al modo in cui sei morta. A te e Robbie.»
«Oh» disse lei. «Quello.»

A Shadow sembrava di sentire — o forse, pensò, immaginava di sentire — un odore di putrefazione, di fiori e sostanze conservanti. Sua moglie — la sua ex moglie… no, si corresse, la sua defunta moglie — lo guardava imperturbabile, seduta sul bordo del letto.
«Cucciolo» disse. «Potresti… credi di potermi procurare una sigaretta?»
«Credevo che avessi smesso.»
«Infatti. Ma ormai non mi preoccupo più dei rischi per la salute. Penso che mi calmerebbe. Nell’atrio c’è un distributore.»

Shadow si infilò jeans e maglietta e a piedi nudi andò nell’atrio dell’albergo. Il portiere del turno di notte era un uomo di mezza età intento a leggere un libro di John Grisham. Shadow comperò un pacchetto di Virginia Slim e chiese una scatola di fiammiferi al portiere.
«Lei dorme in una stanza per non fumatori» gli disse l’uomo. «Si ricordi di aprire la finestra.» Gli diede i fiammiferi e un portacenere di plastica con il logo del Motel America.
«Va bene» rispose Shadow.

Tornò in camera. Laura si era sdraiata sopra le coperte gualcite. Shadow aprì la finestra, poi le diede sigarette e fiammiferi. Aveva le dita fredde. Quando si accese una sigaretta lui vide che le sue unghie, solitamente immacolate, erano rotte e rosicchiate, sporche di fango. Laura inspirò, soffiò sul fiammifero per spegnerlo, inspirò di nuovo. «Non riesco a sentire il gusto. Credo che non funzioni.»
«Mi dispiace» disse lui.
«Anche a me.»

Quando Laura inspirava, la sigaretta diventava incandescente, e lui riusciva a vederla in faccia.
«E così ti hanno fatto uscire.»
«Sì.»
La punta della sigaretta si arroventò, arancione. «Ti sono ancora grata. Non avrei mai dovuto coinvolgerti.»
«Be’» disse lui, «io avevo acconsentito. Avrei potuto rifiutarmi.» Si domandò perché non avesse paura di lei, perché il sogno di un museo lo lasciasse in preda al terrore mentre con un cadavere ambulante se la cavava benissimo.

«Sì» disse lei. «Avresti potuto dire di no, imbranatone mio.» Era avvolta nelle volute di fumo. Era molto bella, in quella luce fioca. «Vuoi sapere di me e Robbie?»
«Perché no?»
Lei spense la sigaretta nel posacenere. «Tu eri dentro. E io avevo bisogno di qualcuno con cui parlare. Di una spalla su cui piangere. Tu non c’eri. Io ero infelice.»
«Mi dispiace.» Shadow si rese conto che nella voce di Laura c’era qualcosa di diverso, e cercò di capire che cosa fosse.

«Lo so. Così ci incontravamo ogni tanto per bere un caffè. Per parlare di quello che avremmo fatto al tuo ritorno. Di quanto sarebbe stato bello rivederti. Gli piacevi davvero. Non vedeva l’ora di ridarti il tuo vecchio impiego.»
«Sì.»

«E poi Audrey è andata a trovare sua sorella e si è fermata una settimana. Questo è successo, direi, un anno o tredici mesi dopo il tuo arresto.» La sua voce era inespressiva, le parole suonavano incolori, monotone, come sassolini lasciati cadere, a uno a uno, dentro un pozzo profondo. «Robbie è venuto da me. Ci siamo ubriacati. Lo abbiamo fatto sul pavimento della camera da letto. Non è stato male. Non è stato niente male.»
«Questo potevi risparmiarmelo.»

«Ah sì? Scusa. È più difficile trovare le parole giuste, da morti. È come una fotografia, sai. Non sembra più così importante.»
«Per me lo è.»

Laura si accese un’altra sigaretta. Si muoveva in maniera fluida e precisa, per niente rigida. Per un istante Shadow si chiese se fosse davvero morta. Forse era un complicato trucco di qualche tipo a suo danno. «Sì» riprese lei. «Capisco. Be’, la nostra relazione — anche se non la chiamavamo così, non la chiamavamo in nessun modo, a essere sinceri — è durata quasi due anni.»
«Mi avresti lasciato per lui?»

«Perché mai avrei dovuto fare una cosa simile? Tu sei il mio grosso orso. Il mio cucciolo. Tu hai fatto quello che hai fatto, per me. Ho aspettato il tuo ritorno per tre anni. Ti amo.»
Shadow si trattenne dal dirle: ti amo anch’io. Non gliel’avrebbe detto. Non più. «Allora che cos’è successo, l’altra notte?»
«Quando mi hanno ammazzata?»
«Sì.»

«Be’, io e Robbie eravamo usciti per parlare della festa a sorpresa per il tuo benvenuto. Sarebbe stato meraviglioso. E gli ho detto che tra noi era finita. Avevamo chiuso. Adesso che eri fuori doveva per forza essere così.»
«Mmm. Grazie, piccola.»

«Non c’è di che, caro.» Un sorriso spettrale la illuminò. «Abbiamo preso una piega sdolcinata. Era carino. Abbiamo fatto gli stupidi. Io ero ubriaca persa. Lui no. Doveva guidare. Stavamo tornando a casa quando gli ho comunicato che volevo fargli un pompino d’addio, per l’ultima volta, con passione, e così gli ho abbassato la cerniera dei pantaloni e ho cominciato a darmi da fare.»
«Un grave errore.»

«Non dirlo a me. Con la spalla ho toccato il cambio e Robbie ha cercato di liberarsi di me per rimettere dentro la marcia ma stavamo già sbandando e si è sentito un forte botto e ricordo di aver pensato, mentre il mondo mi vorticava intorno, "sto per morire". Spassionatamente. Me lo ricordo bene. Non ero spaventata. Poi non ricordo più niente.»
C’era odore di plastica bruciata, nella stanza. La sigaretta, pensò Shadow, che era bruciata fino al filtro. Laura non sembrava essersene accorta.

«Cosa ci fai qui?»
«Una moglie non può venire a trovare suo marito?»
«Tu sei morta. Sono venuto al tuo funerale questo pomeriggio.»
«Sì.» Laura fissò nel vuoto senza parlare. Shadow si alzò e le si avvicinò. Le prese la sigaretta consumata tra le dita e la gettò dalla finestra.
«Dunque?»
Laura lo guardò negli occhi. «Non so molto più di quello che sapevo da viva. La maggior parte delle cose che so e che non sapevo da viva non riesco a tradurle in parole.»

«Generalmente i morti stanno nelle tombe» disse Shadow.
«Lo credi? Lo credi davvero, cucciolo?» Si alzò dal letto per avvicinarsi alla finestra. Alla luce dell’insegna del motel il suo viso era bello come sempre. Era il viso della donna per cui era finito dentro.
Il cuore gli faceva male, come se qualcuno glielo stesse stringendo nel pugno. «Laura…?»

Lei non lo guardò. «Ti sei fatto coinvolgere in una brutta storia, Shadow. Ti metterai nei guai, se nessuno ti protegge. Ti proteggerò io. E grazie del regalo.»
«Quale regalo?»
Lei infilò una mano nella tasca della camicetta e prese la moneta d’oro che poche ore prima lui aveva gettato nella tomba. Era ancora sporca di terra. «Forse la metterò in una catenina. Sei stato gentile.»
«Figurati.»

A quel punto lei si voltò e lo guardò con occhi che sembravano vederlo e al tempo stesso non vederlo. «Credo che ci siano parecchi aspetti del nostro matrimonio su cui dobbiamo lavorare.»
«Piccola» le disse, «sei morta.»
«Questo è uno degli aspetti, ovviamente.» Si interruppe, poi disse: «D’accordo. Adesso vado. Sarà meglio». E con naturalezza e disinvoltura si girò e gli appoggiò le mani sulle spalle, poi si alzò in punta di piedi e lo salutò con un bacio, come faceva sempre.

Lui si chinò goffamente per baciarla sulla guancia, ma lei spostò la testa in modo da incontrare le sue labbra. Il suo alito puzzava leggermente di naftalina.
Gli fece saettare la lingua in bocca. Era fredda, e asciutta, e sapeva di sigaretta e di bile. Se Shadow aveva avuto qualche dubbio sul fatto che sua moglie fosse davvero morta, adesso non ne aveva più.
Si tirò indietro.

«Ti amo» disse lei con semplicità. «Ti terrò d’occhio.» Si avviò verso la porta. A Shadow era rimasto in bocca uno strano sapore. «Cerca di dormire un po’, cucciolo. E tieniti alla larga dai guai.»
Aprì la porta. All’inclemente neon del corridoio Laura sembrava molto morta, però è vero che il neon fa quell’effetto su tutti.
«Avresti potuto chiedermi di passare la notte con te» disse lei nel suo tono distaccato.
«Non credo che ci riuscirei» rispose Shadow.

«Ci riuscirai, dolcezza, prima che tutto sia finito. Lo farai.» Poi si voltò e imboccò il corridoio.
Shadow si affacciò a guardare. Il portiere di notte continuò a leggere il romanzo di John Grisham senza quasi alzare gli occhi, quando lei gli passò davanti. Attaccato alle scarpe di Laura c’era il fango del cimitero. Poi sparì.

Shadow fece un lungo sospiro. Il cuore gli batteva forte e irregolare. Superò l’atrio e bussò alla porta di Wednesday. Mentre bussava provò la strana sensazione di essere colpito da un paio di ali nere, come se un enorme corvo l’avesse attraversato in volo per percorrere il corridoio ed entrare nel mondo che si trovava dall’altra parte.
Wednesday aprì la porta. Era nudo, salvo che per un asciugamano dell’albergo avvolto intorno ai fianchi. «Che cosa diavolo vuoi?» chiese.

«Ti devo dire una cosa» rispose Shadow. «Forse era un sogno — ma non lo era — o forse ho inalato un po’ di quel fumo di pelle di rospo sintetica del ciccione, o probabilmente sto diventando matto…»
«Va bene, va bene. Sputa» disse Wednesday. «Sono in mezzo a una faccenda.»

Shadow gettò un’occhiata dentro la stanza. Nel letto c’era qualcuno che lo osservava. Il lenzuolo tirato per coprire i piccoli seni. I capelli biondo chiaro, qualcosa di topesco nei tratti. Abbassò la voce. «Ho appena visto mia moglie» disse. «Era in camera mia.»
«Intendi un fantasma? Hai visto un fantasma?»
«No. Non un fantasma. Era lei, in carne e ossa. È morta stecchita ma non era un fantasma. L’ho toccata. Mi ha baciato.»

«Capisco.» Wednesday gettò un’occhiata alla donna nel letto. «Torno subito, cara.»
Attraversarono l’atrio fino alla camera di Shadow. Wednesday accese le luci. Guardò il mozzicone rimasto nel portacenere. Si grattò il petto. Aveva i capezzoli scuri, capezzoli da vecchio, e i peli sul petto erano brizzolati. Su un fianco c’era una lunga cicatrice chiara. Annusò l’aria. Poi scrollò le spalle.
«D’accordo» disse. «Allora la tua defunta moglie si è presentata qui. Hai paura?»
«Un po’.»

«Molto saggio. I defunti mi fanno sempre una fifa blu. C’è dell’altro?»
«Sono pronto a partire. Dell’appartamento e del resto si può occupare la madre di Laura. Comunque mi detesta. Quando vuoi partire io sono pronto.»
Wednesday sorrise. «Ottima notizia, ragazzo mio. Lasciamo Eagle Point domattina. Adesso cerca di dormire. Ho dello scotch in camera, se ti può far comodo. Ne vuoi?»
«No. Me la cavo.»
«Allora non disturbarmi più. Mi aspetta una lunga notte.»
«Divertiti» disse Shadow.

«Lo spero» rispose Wednesday, e uscendo si chiuse la porta alle spalle.

Shadow sedette sul bordo del letto. L’odore di fumo e conservanti indugiava ancora nell’aria. Avrebbe desiderato piangere sua moglie, gli sembrava più appropriato che esserne turbato o, adesso che se n’era andata poteva ammetterlo, addirittura spaventato. Era arrivato il momento di piangerla. Spense le luci, si sdraiò e pensò a com’era lei, prima che lui andasse in prigione. Ricordò il loro matrimonio quand’erano giovani e felici, sciocchi e incapaci di non mettersi le mani addosso.

Era passato molto tempo dall’ultima volta che aveva pianto, così tanto tempo che Shadow non ricordava più come si facesse. Non aveva pianto nemmeno quando era morta sua madre.
Ma all’improvviso iniziò a piangere, con singhiozzi aspri e dolorosi, e per la prima volta da quando non era più un bambino pianse tanto da addormentarsi.

L’arrivo in America
823
d.C.

Navigarono le verdi acque facendosi guidare dalle stelle e dalla costa, e quando la costa fu soltanto un ricordo lontano e il cielo notturno coperto di nubi navigarono guidati dalla fede, e invocarono il Padre Universale perché li conducesse ancora una volta al sicuro sulla terraferma.

Fu un viaggio cattivo, avevano le mani intorpidite e un tremito nelle ossa che nessun vino riusciva a placare. Al mattino si svegliavano con la barba coperta di brina e fino a quando il sole non veniva a riscaldarli sembravano vecchi imbiancati anzitempo.


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