Weltschmerz.

Weltschmerz.

Daniele Mattioli

C'è il mondo che grida.
C'è il mondo che stiamo facendo soffrire.
C'è un'umanità allo sbando, persa, frastornata, fotografata, ammassata, incapace di empatia, dissacrata da se stessa, impaurita, sanguinante.
E c'è la mia vita, infinitamente piccola, uno sbuffo di vapore, un nulla.
Questo minuscolo ingranaggio che sembra incapace di girare a dovere, sempre bisognoso di attenzione, anche in maniera fastidiosa.
Racchiude il tutto infinito che lo circonda, perdendosi sulle strade colme di persone, accadimenti, parole -troppe parole-, di fantasie, di un discanto affannoso e sempre in debito di speranza. Si inceppa e si blocca, riprende con furia esagerata e si placa annebbiata solo verso il mattino, fingendo di riposare.

Eppure sembra l'unica cosa che ho. Si dice così: abbiamo una vita sola, non possiamo sprecarla, è offensivo, verso gli dei inesistenti, verso la nostra intelligenza, va vissuta appieno, deve essere per forza così, dopo non c'è nulla. E allora, perchè rimango senza fiato e senza forze, senza curiosità, senza desiderio, senza il poco di me stesso che conosco?

Perchè me lo chiedo? Probabilmente per il mio essere altamente imperfetto, che la perfezione non l'ho mai nemmeno sfiorata, vista solo da lontano, come un Graal pacchiano. So che chi mi sta accanto non può abbandonarmi: l'ho eletta a mia protettrice, a mio sigillo, a mia difesa e a mia coscienza.
Allora è paura, di non poter più dirgli quanto siano meschine le parsone, di non poter più addormentarmi -mai più- perchè senza di lei non è cosa, di non poter più pensare ai miei errori per sanarli, di non poter più nè ridere nè non farlo.

E in questa oppressione scalciare come appena nato per fermare il dolore, per fermare ogni giorno passato come in un quadro e dipingere quelli a venire con colori nuovi, sconosciuti.
Amati.

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