SULLA VIOLENZA
LIBERTÀ E DEMOCRAZIA⏹️ La violenza è un linguaggio della politica. Lo è sempre stato. L’oppressione, quando non esistono strumenti di rappresentanza istituzionale del dissenso, si contesta con le barricate.
🔘 Esse non necessariamente esprimono un’elevatissima coscienza politica e perlopiù, nel corso della storia, esclusa la fase dei grandi partiti di massa, si muovono spontaneamente, senza una vera organizzazione.
🔘 La violenza è stata espulsa dal dibattito perché il capitalismo ha deciso, dalla fine dei Settanta, di porre fine all’esperienza democratica.
🔘 Le prediche laiche sulla non violenza, sul gandhianesimo, sulla resistenza passiva, prime argomentazioni della sinistra innocua e partecipativa, servirono a comprimere le capacità di mobilitazione delle classi subalterne.
🔘 Queste dovevano starsene zitte e buone ad accettare, con entusiasmo partecipativo, la globalizzazione e la ricerca dell’imprenditore che è in ognuno di noi. La violenza è una risposta alla crudeltà capitalista.
🔘 A maggior ragione ciò è ancor più vero se si fa riferimento al sistema neoliberale. Pian piano, negli ultimi quarant’anni, è stata smantellata la società, è stata disintegrata la sicurezza.
🔘 Ancora oggi, una classe di super ricchi dalle movenze aristocratiche, impone austerità con la guerra alle porte, con un’economia di guerra già in fase avanzata, e togliere la percezione del futuro al popolo è un atto violento; è l’atto violento per eccellenza.
🔘 La violenza, quando non è conseguenza di un disegno strategico, quando non è partecipata da un consenso generale, è assolutamente permeabile, può essere manovrata e infiltrata.
🔘 Ma ciò non toglie sostanza alla legittimità della sintassi. Quando si distruggono negozi si sceglie un simbolo della tracotanza classista, si individua un campo elementare di azione, facilmente comprensibile.
🔘 Un grado di coscienza più profondo lo sta raggiungendo la Francia, perché è l’unità delle lotte a spaventare i demiurghi del libero mercato e i grandi azionisti affamati di profitti trimestrali.
🔘 Studenti, sindacati, i piccoli autonomi dei gilet gialli. Il capitalismo è da sempre terrorizzato dall’avanzata di un blocco sociale capace di produrre un blocco storico contro-egemonico in un contesto conflittuale.
🔘 La violenza delle piazze non è che una delle espressioni del conflitto. Ma è solo attraverso il conflitto che si potrà costruire una democrazia sostanziale con orizzonti socialisti.
🔘 Il totalitarismo liberale, con la sua retorica scenograficamente democratica, non può permettere di esprimere questa conclusione politica. Il conflitto nei nostri regimi va mortificato, va anestetizzato, va disilluso.
🔘 Il fragile consenso di cui godono i dignitari del libero mercato poggia le basi sull’euforia del consumatore appagato dallo Spettacolo. I conflitti possono essere solo orizzontali o quelli che discutono di forme culturali, di emancipazione psicoanalitica.
🔘 E potranno essere esposti solo all’interno di due contenitori speculari nella loro impoliticità: il centro-sinistra e il centro-destra. Una ripetizione dell’identico massacrante, inaffondabile, ignifuga a qualsiasi evento storico. Così ragionano le nostre liberaldemocrazie.
Ferdinando Pastore
Tratto da Articolo integrale ⤵️