SUL PROBLEMA DELLA DEMOCRAZIA

SUL PROBLEMA DELLA DEMOCRAZIA


SUL PROBLEMA DELLA DEMOCRAZIA

Ogni volta che mi sono accostato ad un’esperienza politica negli ultimi anni, una delle principali costanti è stata incontrare – proprio tra quelli che avrebbero più ragioni per auspicare un serio cambiamento di rotta – una forma di rassegnazione endemica, di sfiducia capillare.

Di fronte a qualunque tentativo di prendere sul serio la democrazia, cercando di portare istanze di popolo nelle istituzioni, nei governi locali o nazionali, innumerevoli persone pongono – con argomenti anche sottilmente diversi – una e una sola istanza scettica: “Pensi davvero che cambierà qualcosa?”

Ora, credo che l’unica risposta onesta sia sempre una: “VOGLIO CREDERE che sia possibile cambiare qualcosa.” La forma di questa frase è quella di un atto di fede. La ragione di questa forma è che qui siamo su un piano che potremmo chiamare delle “profezie autorealizzantesi”. È un piano frequente nelle dinamiche collettive.

Con un esempio, il denaro di per sé è una convenzione priva di valore in sé. Tuttavia il fatto che tutti credano che abbia valore, fa sì che esso funzioni davvero come una sostanza dotata di valore e produca tutte le conseguenze di una sostanza dotata di valore.

Sul piano personale la mia ascendenza famigliare appartiene a quei ceti, rurali o piccolo-borghesi, che prima della Rivoluzione Francese non avrebbero toccato palla, e anche dopo hanno faticato non poco ad essere minimamente calcolati.

Non vivo perciò la “democrazia” come un sistema istituzionale astratto, ma come un esperimento storico che di fatto ha dato parola a persone che altrimenti sarebbero rimaste il concime dei campi altrui.

E la maggior parte delle persone di qualità che ho conosciuto in vita mia appartenevano a questo stesso novero: non erano famiglie di antica nobiltà, né di antica proprietà, e in un mondo privo di elementi democratici non avrebbero mai avuto alcuna possibilità di alzare la testa e la voce.

Sono state davvero poche le fasi storiche in cui “democrazia” è stata più che un’espressione teorica.

Tra queste la più prominente è stata quella dei decenni che hanno succeduto alla Seconda Guerra Mondiale in Europa, e di cui ho percepito solo la coda in via di dissolvimento, negli anni ’80 del XX secolo. In quella breve, ma importante, fase storica non abbiamo assistito soltanto ad un miglioramento economico dei ceti popolari.

Abbiamo anche assistito ad una crescita della partecipazione, della consapevolezza politica, della capacità di comprendere i propri bisogni e l’interesse pubblico.

Senza idealizzare un periodo storico che pure aveva molti limiti, dev’essere chiaro che in quella fase storica siamo andati approssimando forme di democrazia reale. Praticamente tutti i diritti sociali e collettivi che ancora oggi ci permettono di tenere (per alcuni, e a malapena) la testa al di sopra dell’abbrutimento paraschiavistico sono stati ottenuti in quegli anni.

La democrazia è stata da sempre una scommessa complicata. Sin da Platone si sapeva che essa avrebbe avuto la tendenza a degenerare in demagogia e poi in tirannide. Perché ciò non accadesse era necessario “creare e coltivare” il popolo. E questo significava istruzione pubblica, funzione formativa dei media e stimolo costante alla partecipazione. La scommessa era che praticando la democrazia in forma partecipata il popolo sarebbe divenuto sempre più capace di esercitarla bene.

Fonte: Telegram "andreazhok"

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