Ripensare il benessere, ripartire da noi

Ripensare il benessere, ripartire da noi

Fabri

Nel corso degli ultimi due secoli, il concetto di benessere si è progressivamente identificato con quello di ricchezza, intesa come accumulo di beni materiali, comodità, opportunità economiche. È una trasformazione che ha radici profonde nella storia moderna, in particolare nella rivoluzione industriale, che ha riscritto il rapporto tra l’essere umano e il suo ambiente.


Abbiamo assistito a una vera e propria fuga dalle campagne: uomini e donne che per secoli avevano abitato la terra, curato i campi, vissuto secondo i ritmi delle stagioni, si sono spostati verso le città attratti dalla promessa di una vita migliore. Il lavoro industriale, lo stipendio fisso, l’idea di progresso hanno funzionato da calamita irresistibile. Il benessere sembrava abitare nei quartieri urbani, tra le fabbriche, le luci, i negozi, i palazzi sempre più alti.


E così, lentamente, le campagne, i villaggi di montagna, le borgate sul mare si sono svuotati. I luoghi dove la vita scorreva più lentamente, ma anche più intensamente e in contatto con la natura, sono stati abbandonati. Oggi molti di questi spazi giacciono silenziosi, dimenticati, quando non trasformati in mete turistiche fugaci e svuotate di senso.


Nel frattempo, le città — motori del nuovo “benessere” — hanno prodotto ricchezza, ma l’hanno distribuita in modo sempre più diseguale. Hanno attratto milioni di persone in cerca di fortuna, ma hanno anche generato solitudine, alienazione, stress, e inquinamento, sia ambientale che umano. L’aria si è fatta più pesante, il tempo più accelerato, le relazioni più fragili.

E tuttavia, fa parte della natura umana il desiderio di migliorarsi, di cercare una condizione più favorevole. Lo si comprende profondamente in chi ha vissuto nella fame, nella miseria vera, in condizioni di sopravvivenza difficili. In quel caso, il sogno di una vita migliore non è solo legittimo: è vitale.


Ma non per tutti è stato così. Accanto al bisogno, ha agito anche l’ambizione, la voglia di avere di più, talvolta l’ingordigia. Non sempre si è trattato di fuggire dalla povertà: per molti si è trattato di fuggire dalla semplicità.


Ora, nel nostro tempo, dove almeno in gran parte dell’Occidente i bisogni primari — cibo, cure essenziali, istruzione — sono garantiti o lo dovrebbero essere (pur con disparità evidenti), è necessario rivedere alla radice cosa intendiamo per benessere.


Oggi abbiamo di fronte una possibilità concreta: riscoprire la cultura contadina, rurale, non per nostalgia o ideologia, ma perché essa contiene valori dimenticati e un rapporto diverso con la vita, con la terra, con il tempo.


Chi è davvero ricco?

Chi ha denaro in banca ma vive di corsa, afflitto da malattie causate da uno stile di vita tossico, o chi ha il necessario per vivere, magari qualcosa in più per affrontare gli imprevisti, ma gode di una vita sana, serena, in armonia con il mondo che lo circonda?


Chi è più vicino al benessere reale: chi è stressato, isolato, costantemente insoddisfatto, o chi si sente parte del proprio ambiente, della propria comunità, della propria famiglia?


Cosa serve davvero per essere felici?

Perché l’essere umano, pur dotato di intelligenza e sensibilità, fatica così tanto a mettere le cose nella giusta prospettiva?


Sì, è nella nostra natura cercare di migliorare, ed è giusto così. Ma il miglioramento autentico è spesso più vicino e più semplice di quanto pensiamo. Non occorre diventare tutti “Bill Gates” per sentirsi realizzati. È molto più importante essere persone consapevoli, responsabili, capaci di portare benessere reale nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità.


Ecco perché tornare a una vita più naturale, più radicata nella realtà concreta e nel rispetto dell’ambiente, non è un ritorno al passato, ma una scelta moderna, etica, e soprattutto necessaria. Una forma di giustizia quotidiana, un atto d’amore verso noi stessi e verso il futuro.

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