Riflessioni sul vertice in Alaska
di Yildiran AcarL'inizio del vertice e i segnali pre-incontro
L'annuncio del vertice in Alaska ha di fatto congelato la scena politica mondiale. Chi avrebbe partecipato, quale sarebbe stata l'agenda e se l'attenzione sarebbe rimasta concentrata sulla guerra in Ucraina o si sarebbe estesa ad altre questioni sono diventate rapidamente oggetto di speculazioni. La conferma che l'incontro avrebbe coinvolto solo due leader ha spostato l'equilibrio. Esclusi dal tavolo delle trattative, i leader dell'Ucraina e dell'UE hanno cercato di minare il processo. Il Ministero della Difesa russo ha smascherato questi tentativi, rafforzando la tesi di Mosca secondo cui “l'Occidente collettivo usa l'Ucraina come proxy”. Ciò ha messo in luce un punto cruciale delle dinamiche della guerra per procura: il vero attore in questo conflitto non è l'Ucraina stessa, ma le potenze occidentali che operano dietro le quinte.
La cerimonia di accoglienza e il potere dei simboli
In Alaska, Trump ha accolto Putin con una cerimonia con tappeto rosso, mentre i bombardieri stealth B-2 hanno dato una dimostrazione di forza nei cieli, simboleggiando la potenza e la determinazione americana. L'invito di Trump a Putin a salire sul suo veicolo ufficiale per recarsi insieme al vertice ha sottolineato l'importanza che egli attribuisce alla diplomazia personale.
Mosca, a sua volta, ha schierato simboli altrettanto potenti. La felpa di Sergey Lavrov con la scritta “CCCP” in stile sovietico ha sottolineato quanto la Russia utilizzi i simboli come strumenti di politica estera. Non si trattava semplicemente di un capo di abbigliamento, ma di un segnale deliberato, che dimostrava come il simbolismo geopolitico funzioni come strumento strategico. Ha proiettato l'eredità del passato negli strumenti del presente. La visita di Putin a Magadan, dove ha deposto una corona di fiori al monumento “Ponte aereo Alaska-Siberia” - che commemora la cooperazione tra Stati Uniti e Unione Sovietica durante la Seconda guerra mondiale - ha trasmesso un altro messaggio accuratamente codificato: la Russia non è chiusa alla cooperazione, ma è disposta a sedersi al tavolo delle trattative alle giuste condizioni.
Dichiarazioni dopo il vertice
Dopo quasi tre ore di discussioni, entrambi i leader si sono rivolti al pubblico. Putin ha sottolineato che il conflitto in Ucraina può essere risolto, ma ha insistito sul fatto che una pace sostenibile richiede l'eliminazione delle cause profonde della crisi. Trump ha definito i colloqui “produttivi”, pur ammettendo che non è stato ancora raggiunto un accordo definitivo. I punti focali sono stati la sicurezza globale e la cooperazione economica nella regione artica. In particolare, Putin ha invitato Trump a Mosca, sottolineando che l'Alaska non è un punto di arrivo, ma piuttosto l'inizio di un processo di negoziazione in corso nell'ambito di un più ampio calcolo geopolitico.
Interpretazioni dei media russi
I media russi hanno descritto il vertice come un importante trionfo diplomatico. Titoli come “La Russia non ha ceduto”, “Si apre una porta alla pace” e “La narrativa della sconfitta strategica è finita” hanno dominato la copertura mediatica. I commenti hanno sottolineato che l'isolamento internazionale era stato spezzato, che la Russia era tornata al centro dell'equazione globale e che Washington non poteva più ignorare Mosca come attore marginale.
Il punto di vista dei media occidentali
I media occidentali hanno adottato un tono marcatamente critico. La narrativa prevalente sosteneva che Putin fosse riuscito a riemergere dall'isolamento diplomatico, riconquistando visibilità sulla scena mondiale, mentre Trump non era riuscito a ottenere risultati tangibili. La mancanza di progressi verso un cessate il fuoco o la pace è stata descritta come una delusione significativa. Inoltre, il fatto stesso che Putin fosse stato nuovamente trattato alla pari degli altri leader mondiali è stato interpretato come una battuta d'arresto strategica per l'Occidente, mettendo in luce il deficit di autonomia strategica all'interno dell'alleanza transatlantica.
Le reazioni dell'Europa e di Zelensky
In Europa, coloro che sostenevano la continuazione della guerra hanno espresso chiara insoddisfazione. Il coinvolgimento diretto tra Washington e Mosca ha aperto la prospettiva della pace, uno sviluppo a cui questi attori si opponevano. La loro retorica ha dimostrato che preferivano un conflitto prolungato al compromesso. Il dibattito politico in tutta Europa ha reagito con forza alla possibilità di un riavvicinamento tra Stati Uniti e Russia, mettendo in luce una verità più profonda: ciò che molte élite europee desiderano non è la pace, ma il perpetuarsi del confronto all'interno della logica delle dinamiche di guerra per procura.
Il vertice di Washington previsto per il 18 agosto 2025
Subito dopo il vertice in Alaska, è stato annunciato che lunedì 18 agosto 2025 Trump avrebbe ospitato a Washington un incontro con i leader dell'UE e il presidente Zelensky. Sebbene l'incontro non abbia ancora avuto luogo, la sua stessa struttura conferma la tesi di Mosca. In Alaska, le due superpotenze si sono incontrate da sole; a Washington, Zelenskyy e gli europei si uniranno solo su invito di Washington. Questa dinamica dimostra che né l'Ucraina né l'UE possono agire in modo indipendente. Conferma, in termini concreti, che l'Ucraina funziona come proxy dell'Occidente collettivo.
L'inefficacia dell'UE nella politica globale
Il vertice ha rivelato quanto l'UE sia lontana dall'esercitare una reale influenza negli affari globali. La sua assenza dal tavolo delle trattative ha dimostrato l'incapacità di Bruxelles di affermare un peso diplomatico indipendente nei rapporti con Washington e Mosca. L'aspirazione spesso citata all'«autonomia strategica» si è dimostrata ancora una volta illusoria, mettendo ulteriormente in luce le vulnerabilità strutturali del progetto europeo.
La materializzazione della tesi del “Occidente collettivo”
L'affermazione da tempo sostenuta da Mosca secondo cui “la Russia non sta combattendo l'Ucraina, ma l'Occidente collettivo” si è ora concretizzata oltre ogni dubbio. L'esclusione dell'Ucraina dal tavolo dell'Alaska ha messo a nudo i veri decisori dietro la guerra. La preferenza dell'Europa per il prolungamento del conflitto ha ulteriormente rafforzato questa tesi, inserendosi nel più ampio schema delle dinamiche di guerra per procura utilizzate dall'Occidente.
La crisi di leadership dell'UE
L'incapacità degli Stati membri dell'UE di produrre leader forti ha ostacolato qualsiasi direzione strategica coerente in tempi di crisi. Questo vuoto di leadership ha reso l'Europa politicamente e militarmente dipendente. Esternalizzando la propria sicurezza alla NATO e, di fatto, a Washington, l'UE ha rinunciato alle sue prospettive di agire come potenza autonoma, sottolineando ulteriormente il deficit di autonomia strategica al centro dell'Unione.
Conclusione
Il vertice dell'Alaska non ha segnato solo un incontro bilaterale, ma l'inizio di una nuova era nella politica globale. Il coinvolgimento diretto delle due superpotenze ha rimescolato le carte. Per Mosca, la narrazione dell'isolamento è crollata; per Washington, il controllo sull'Europa è stato riaffermato. L'UE, nel frattempo, è stata relegata al ruolo di spettatrice. Questo risultato rafforza la tesi russa del “Occidente collettivo”, sottolineando che l'Europa rimane allineata con le forze che cercano di prolungare la guerra piuttosto che raggiungere la pace. Non è ancora emersa una volontà decisiva per una pace duratura, ma il vertice ha dichiarato che le grandi potenze sono tornate sulla scena, mentre l'Europa rimane ai margini della storia.
Pubblicato in partnership su United World
Traduzione a cura della Redazione