Prolegomeni per un vocabolario Itanglianish-Italiano

Prolegomeni per un vocabolario Itanglianish-Italiano

Fausto di Biase


Ricordate quella canzone di Renato Carosone?


Comme te pò capi’ chi te vo’ bene

si tu le parle 'mmiezzo americano?

Quando se fa l'ammore sotto 'a luna

come te vene 'ncapa e di’: "I love you!?"


I tempi sono cambiati. Carosone poteva permettersi un tono canzonatorio verso certi atteggiamenti. Oggi le parti sono rovesciate. Chi non usa certe parole inglesi, viene considerato come degno di commiserazione. Guai a non dire “coffee break”! Mi è capitato di usare l'espressione “pausa caffè” e mi hanno guardato come a dire: ma da quale pianeta sei arrivato? Ma di fatto io, a differenza di quel mio interlocutore, sono in grado di leggere, scrivere, parlare, e pensare in inglese. Che cosa sta succedendo?

Il fatto è che da qualche anno a questa parte in Italia non si parla più italiano. Si parla in una strana mistura di italiano e parole inglesi. Eppure, secondo le statistiche, relativamente pochi sono coloro, in Italia, che veramente conoscono l'inglese, come si intuisce anche dalla pronuncia. Ad esempio, la parola performance viene pronunciata quasi sempre con l'accento sulla prima, mentre la sua pronuncia richiede l'accento sulla o. Chiameremo questa strana mistura Itang'lianish: versione parodistica di “itang'liano”, un neologismo dovuto a Roberto Vacca nel libro (scritto sotto lo pseudonimo di Giacomo Elliot) Parliamo itang'liano, ovvero, le 400 parole inglesi che deve sapere chi vuole fare carriera. Milano, Rizzoli, 1977. Il termine vuole dare l'idea di qualcosa che è ibrido in modo raffazzonato, cioè qualcosa fatto da persone che hanno una conoscenza meno che superficiale della materia.

L'itanglianish è un nuovo latinorum: chi si esprime in itanglianish esclude dalla comprensione coloro (e sono molti) che non conoscono l'inglese, un po' come Don Abbondio escludeva Renzo usando parole in latino. Per quale motivo un pastore sardo dovrebbe comprende l'espressione blue tongue? Perché non usare l'espressione (morbo della) lingua blu? Eppure, in un telegiornale locale in Sardegna intorno al 2001 il giornalista usò proprio la prima espressione invece della seconda. Mi si dirà che si tratta di uno snobismo che lascia il tempo che trova. Invece no: il morbo dilaga, e sembra essere diventato d'obbligo usare la parola location invece delle numerose parole italiane in grado di esprimere quello che si intende esprimere con la suddetta parola inglese. Il bello (si fa per dire) è che quando chiedi, a qualcuno che ha usato il termine location, per quale motivo non abbia usato l'italiano, ti senti rispondere che il termine inglese ha un’accezione speciale che non può essere resa dagli equivalenti in italiano. Il dato che mi rende perplesso è però che questa risposta mi è stata data da parlanti che non conoscono la lingua inglese. Non si tratta quindi di un arricchimento ma di un impoverimento lessicale che è in definitiva un impoverimento culturale.

Chi dice che questi sono i discorsi di un purista, accetta come un fatto scontato che solo un purista può fare questi discorsi, e che il purismo sia indifendibile. A costoro consiglio la lettura delle numerose e illuminanti pagine che Giacomo Leopardi ha scritto a questo proposito nel suo Zibaldone (e attenzione: il grande recanatese era tutt'altro che un purista!). La posizione di Leopardi, profonda come la sua erudizione, e potente come il suo ingegno, si può in parte capire leggendo in particolare, tra le numerose pagine che ha scritto sul tema, quella del 15 marzo 1821 e le pagine 784--790.  

Mi sono anche sentito dire che le lingue evolvono e che si tratta appunto di una evoluzione della lingua italiana, ma si tratta di un ragionamento basato sul seguente assioma: qualsiasi cambiamento è un’evoluzione, cioè un miglioramento. Invece credo proprio che esistano cambiamenti che sono peggioramenti, come ad esempio quello che viviamo. Si tratta infatti non di un’evoluzione ma di un impoverimento della lingua italiana. Se gli italiani parlassero inglese tanto quanto l'aristocrazia russa parlava francese ai tempi di Guerra e Pace, allora si avrebbe probabilmente un arricchimento della lingua italiana.

L'obiezione più frequente è che certe parole non si possono tradurre. L'obiezione è inconsistente, visto che viene usata come pretesto per usare parole che sono traducibilissime, come location o e-mail, e di cui anzi veniva usato il corrispondente italiano (o uno dei numerosi corrispondenti italiani) fino a pochi anni or sono. L'obiezione è inconsistente anche per un altro motivo: si dimentica che chi inventa qualcosa inventa anche il nome della cosa, e quindi è chiaro che se un italiano avesse inventato uno dei numerosi manufatti o congegni o concetti inventati altrove, gli avrebbe dato una parola italiana. Si dimentica anche che, fino a pochi decenni or sono, venivano quasi sempre trovate parole italiane per termini di importazione. Le eccezioni erano poche, e servivano in effetti ad arricchire la nostra lingua, ma senza costringerla a contorsioni fonetiche che sono incongrue con la sua fonetica così ricca di vocali, che la rendono cantabile e gradevole. Un buon esempio di “traduzione fonetica” è dato da “canederli”, che è un adattamento alla nostra fonetica della parola tedesca “Knoedel”, parola ostile alla fonetica italiana. Si noti che è stata qui evitata una “traduzione semantica”, che avrebbe potuto essere ad esempio “grumi” o “grumetti” (presumibilmente perché l'effetto sarebbe stato alquanto sinistro nel primo caso, e comico nel secondo). Si dimentica anche che chi diventa così pigro da smettere di usare la sua lingua e si abbandona a facili termini di importazioni oppure a orrendi ibridi, finisce per convincersi che la sua lingua sia di fatto povera e da quel punto in poi contribuisce all'impoverimento della lingua. In questo modo quella che Leopardi chiama la “facoltà generativa” della nostra lingua si indebolisce (ammesso che non si estingua), a favore della “facoltà adottiva” (cfr. p. 749 dello Zibaldone).

Gli italiani hanno inventato il capitalismo e le banche. Infatti, la banca si chiama così perché la parola è una forma in femminile della parola banco (è pur vero che la parola “banco” a sua volta è un termine di importazione, ma questo è un altro discorso). Perché dunque usare il termine desk (che significa appunto banco), come nell'ormai onnipresente “help desk”? Qualcuno crede seriamente che il senso dell'espressione “help desk” sia intraducibile in italiano?

E perché dunque tutta questa sicurezza che l'espressione “home banking” sia intraducibile? Rassegnati al fatto che abbiamo inventato le banche ma non l’attività di accesso telematico al conto corrente, ci siamo rassegnati all'impiego della espressione home banking, ma è chiaro che (1) se avessimo inventato anche l’attività di accesso telematico al conto corrente, le avremmo assegnato un termine italiano; (2) se non fossimo rassegnati all'idea che la suddetta espressione sia intraducibile, le daremmo una traduzione in italiano, come è stato fatto in passato per tanti termini di importazione. Ad esempio, si potrebbe chiamare telebanca. Suona strano? Non più di telefono o televisione.

Queste non sono questioni secondarie, se è vero che linguaggio e pensiero sono strettamente uniti. Infatti, dice il Saggio: Chi non sa dire quello che pensa è costretto a pensare ciò che sa dire.

Fausto di Biase, 8 febbraio 2012