Precarietà - Jacobin Italia

Precarietà - Jacobin Italia

Lorenzo Zamponi

3-4 minutes


La narrazione della flessibilità e della competitività, della necessità di adattare completamente le nostre vite alle necessità del capitale globale, ormai, non regge più neanche a destra. A invertire quel trend sono stati anni di lotte.

Nel 1997, anno in cui viene approvato il Pacchetto di riforme del mercato del lavoro che porta il nome dell’allora ministro Tiziano Treu, i contratti “atipici” entrano massicciamente nell’ordinamento italiano e la parola “precarietà” appare insieme a quella “lavoro” solo per 36 volte sulle pagine de La Repubblica. “Flessibilità”, invece, accompagna “lavoro” in ben 487 articoli. La retorica dominante è illustrata dallo stesso ministro: «con la flessibilizzazione si agevola l’occupazione». Ci vuole un decennio perché il trend si inverta: nel 2006, per la prima volta, si parla più di precarietà che di flessibilità, sull’onda della battaglia contro la legge 30, il provvedimento sul lavoro del governo Berlusconi. Il rapporto si ribalta nuovamente nel 2012: c’è da salvare l’Italia dallo spread, e la retorica della flessibilità torna a prevalere sulla realtà concreta di chi vive da precario. Nel 2015 arriva il Jobs Act di Matteo Renzi e si torna a parlare di precarietà, fino al sostanziale pareggio tra i due termini nel 2018.

Venti anni fa, il centrosinistra celebrava la flessibilità; oggi il leader del più grande movimento di destra radicale dal dopoguerra, Matteo Salvini, durante i negoziati sul governo segnala come prima urgenza per l’esecutivo il fatto che «di precarietà si muore». Una posizione strumentale al consenso, che insegue un cambiamento nel senso comune. La narrazione della flessibilità e della competitività, della necessità di adattare completamente le nostre vite alle necessità del capitale globale, ormai, non regge più neanche a destra. A invertire quel trend sono stati venti anni di battaglie sociali. L’icona di San Precario, creata dagli attivisti della manifestazione del primo maggio milanese MayDay, è arrivata a farsi evocare anche da chi un contratto di lavoro non ce l’ha ma subisce le stesse logiche di sfruttamento, come gli studenti dei movimenti dell’Onda tra il 2008 e il 2011, o da chi un contratto stabile ce l’ha ma è tutt’altro che “garantito”, come i metalmeccanici ricattati da Sergio Marchionne alla Fiat. Ed è approdata perfino nelle piazze degli albori del grillismo, come metafora dell’insieme dei ricatti economici, giuridici e perfino esistenziali a cui ognuno è sottoposto nel meccanismo della competizione individuale globale.

Il senso comune non è un dato naturale a cui adeguarsi, ma un campo di battaglia prodotto dai conflitti che attraversano la società, uno spazio da contendere costruendo meccanismi di riconoscimento collettivo in cui le persone trovino il racconto della propria vita concreta e del modo per migliorarla. Modificarlo significa spostare l’avversario a giocare sul proprio terreno. Poi, certo, bisognerebbe avere la capacità di sfidarlo.