🎙 NUOVA INTERVISTA AI TRE STORICI EDITOR DI AKIRA TORIYAMA – J-WAVE RADION STATION

🎙 NUOVA INTERVISTA AI TRE STORICI EDITOR DI AKIRA TORIYAMA – J-WAVE RADION STATION

Dragon Ball Channel AP

Nota: L'intervista è stata effettuata durante una trasmissione radiofonica di due ore sulla stazione J-WAVE, divisa in due parti, con protagonisti i tre storici editor di Akira Toriyama: Kazuhiko Torishima, Yū Kondō e Fuyuto Takeda. Durante l'intervista sono stati confermati dettagli in precedenza noti solo come rumor all'interno del fandom, oltre a vari aneddoti interessanti!

⏬ 1 – DRAGON BALL DOVEVA FINIRE CON LA SAGA DI CELL

📝 Durante la fase conclusiva della Saga di Cell, Toriyama espresse più volte la sua volontà di terminare Dragon Ball con quell'arco narrativo. Tuttavia, inizialmente, nessuno comprese fino in fondo la sua intenzione, pensando che la serie potesse comunque proseguire in un'altra direzione.

La redazione di Shonen Jump, però, esercitò forti pressioni affinché la storia continuasse, portando Toriyama a spingersi oltre. In questo contesto, Fuyuto Takeda fu sempre dalla parte dell'autore, cercando di alleggerirgli il carico di lavoro e rendere meno gravoso il proseguimento della serie. Alla fine, sia Toriyama che Takeda si imposero per chiudere definitivamente Dragon Ball con la conclusione della Saga di Majin Bu, rispettando la volontà del maestro di mettere un punto alla storia.

⏬ 2 – IL CONTRIBUTO DI TORIYAMA E DEGLI EDITOR ALLA FASE FINALE DI DRAGON BALL

📝 Durante la fase finale di Dragon Ball, venne chiesto a Toriyama se gli piacesse davvero disegnare nuovi personaggi. Lui rispose che, in realtà, preferiva creare figure più tondeggianti, carine e con un tocco buffo. Da questa riflessione nacque l’idea di realizzare un nemico con quelle caratteristiche: Majin Bu.

Quando la saga di Bu prese forma, l’editor Torishima continuava a ribadire che la serie avrebbe dovuto concludersi prima. Nonostante ciò, Toriyama sembrava divertirsi molto a lavorarci, come si notava soprattutto nelle gag assurde in stile primo Toriyama, come il Super Ghost Kamizake Attack di Gotenks, che lasciavano l’editor tra lo stupito e il perplesso. Era evidente che il sensei si stesse godendo questa parte finale, proprio perché sapeva che la storia sarebbe presto finita.

Anche Mr. Satan nacque con questo spirito: l’idea che un personaggio apparentemente inutile potesse alla fine salvare il mondo venne suggerita all’autore, che trovò il concetto divertente e lo sviluppò ulteriormente. Questo approccio dimostrava che Toriyama, consapevole dell’imminente conclusione, si sentiva più libero di sperimentare e inserire elementi che gli piacevano, senza preoccuparsi troppo della direzione della trama.

La decisione di concludere la serie gli diede quindi un senso di sollievo, permettendogli di sbizzarrirsi senza vincoli, creando personaggi e situazioni che lo divertivano fino all’ultimo. Non si trattava di un’improvvisa voglia di continuare, ma del desiderio di chiudere Dragon Ball nel modo più spensierato possibile.

⏬ 3 – DALLA COMPLESSITÀ DI CELL ALLA SPENSIERATEZZA DI MAJIN BU

📝 Verso la fine della saga di Cell, Toriyama probabilmente pensava di concludere Dragon Ball nel giro di poche settimane, forse tre o quattro. Alla fine, però, la serie si protrasse per altri due anni e mezzo. Forse immaginava di chiuderla in sei mesi, ma la storia venne portata avanti molto più a lungo del previsto.

Piuttosto che convincerlo a continuare, gli editor cercavano modi per rendere il lavoro più divertente per lui. L’approccio era più del tipo: “Proviamo a inserire qualcosa di spassoso in questo arco, così si diverte un po’.” Un esempio chiave fu Mr. Satan: l’idea di renderlo centrale e di esagerarne la stupidità nacque proprio per aggiungere un elemento comico che potesse alleggerire il tutto. E, paradossalmente, fu proprio lui a salvare il mondo.

In precedenza, sotto la gestione di Kondō, la struttura della serie era chiara: si introduceva un nuovo villain potente e si costruiva uno scontro epico contro Goku. Ma dopo aver ripetuto questo schema con Freeza e Cell, Toriyama sembrava essersi stancato di questa formula. Sentiva di aver già dato abbastanza in termini di battaglie e antagonisti spietati, e così la saga di Majin Bu prese una piega più comica, tornando a uno stile simile a Dr. Slump.

Questo cambio di registro era, in un certo senso, inevitabile. La saga di Cell si era complicata enormemente con i viaggi nel tempo e i paradossi temporali, creando una struttura narrativa difficile da gestire. Se si commette un errore nella cronologia, diventa quasi impossibile correggerlo senza creare altre incongruenze. Man mano che la storia avanzava, la situazione si aggrovigliava sempre di più.

Di conseguenza, la saga di Majin Bu divenne una sorta di reazione a quell’eccesso di complessità. Toriyama e gli editor decisero di eliminare le complicazioni narrative: “Basta paradossi, basta incastri logici.” Preferirono una struttura più semplice, leggera e ricca di gag. Una scelta che, col senno di poi, si rivelò probabilmente la più giusta per chiudere la serie in modo più libero e divertente.

⏬ 4 – LE INFLUENZE EDITORIALI SU TORIYAMA: IL CASO FREEZA E I CAMBIAMENTI NARRATIVI

📝 Durante una conversazione, venne chiesto a Toriyama se gli piacesse davvero disegnare certi personaggi. Lui rispose che Kondō gli aveva sempre detto che, se un personaggio non era “cool”, allora non andava bene.

A quel punto si arrivò alla questione di Freeza, e venne fuori che, in realtà, fu un personaggio imposto. Toriyama non voleva particolarmente crearlo, ma gli fu fatto fare. Tuttavia, quando la storia subisce cambiamenti improvvisi – come quando lo stesso Toriyama chiese di passare a un nuovo avversario perché non voleva più disegnare Freeza – la gestione della trama può diventare complicata e portare a situazioni un po’ caotiche.

Alla fine, però, la mente di Toriyama trova sempre un modo per far proseguire il racconto. Spesso, nel riorganizzare la storia, si crea l’impressione che certe idee siano venute da lui o da qualcun altro, ma in realtà si tratta solo di un processo di semplificazione e aggiustamento, proprio come suggeriva Kondō.

Bisogna quindi fare attenzione a come si interpretano certi cambiamenti narrativi: ciò che appare come una scelta creativa può essere, in realtà, il risultato di esigenze editoriali e della necessità di adattare la storia a circostanze in continua evoluzione.

⏬ 5 – IL CASO CELL: LA RIFLESSIONE DI KONDŌ SUL DESIGN DEI VILLAIN

📝 Si dice spesso che Kondō abbia “stroncato” l’idea degli androidi e di Cell, dichiarando che fosse tutto da buttare, ma in realtà le cose non andarono proprio così. Non si trattò di una bocciatura totale, ma piuttosto di una riflessione sul design dei personaggi.

All’inizio, Cell aveva un aspetto molto simile a un grosso insetto-cicala, e Kondō espresse delle perplessità: non sembrava un avversario particolarmente “figo”. Quando poi il personaggio assunse una forma più umanoide, il giudizio cambiò: quel design risultava più adatto, più carismatico e perfetto per uno scontro emozionante. L’idea era che un antagonista troppo mostruoso non avrebbe suscitato lo stesso coinvolgimento del pubblico rispetto a un avversario dall’aspetto più umano.

Questa osservazione si basava sull’esperienza diretta con Dragon Ball. Ad esempio, all’epoca della trasformazione in Ozaru, si pensava che un combattimento con un gigantesco scimmione avrebbe entusiasmato i lettori, ma in realtà i sondaggi di popolarità crollarono. La conclusione, come sottolineava Kondō, fu chiara: il pubblico trovava più appassionanti gli scontri tra avversari umanoidi di dimensioni simili, perché generavano più tensione e coinvolgimento.

(Ndt. di Simo: Paradossale, considerando che gli ultimi villain di Dragon Ball finiranno poi per essere giganti!)

⏬ 6 – LA NARRAZIONE SPONTANEA DI TORIYAMA: IMPROVVISAZIONE E COLPI DI SCENA

📝 L’idea di Freeza come mercante dello spazio e nemico galattico nacque durante un brainstorming, ma inizialmente non esisteva un personaggio ben definito. Il concetto di un commerciante malvagio intergalattico era forte e universale, perché rendeva subito chiaro il suo ruolo: un cattivo senza scrupoli. In Dragon Ball, infatti, funziona meglio se i ruoli sono netti: i buoni sono buoni, i cattivi sono cattivi. Toriyama non è mai stato incline a costruire trame intricate con doppi giochi e colpi di scena elaborati. Piuttosto, lasciava indizi senza sviluppare complessi retroscena.

Il suo stile di narrazione era semplice e diretto, mirato a un pubblico giovane, senza troppi flashback o misteri da svelare nel lungo periodo. Quando serviva una svolta nella trama, spesso introduceva nuove idee all’improvviso. Ad esempio, la rivelazione che Goku fosse un Saiyan non nacque da un’elaborata pianificazione, ma da una necessità narrativa: quando la storia si bloccava, Toriyama trovava rapidamente una soluzione. Questo metodo portava a sorprese inaspettate, come l’esplosione di Namecc. A quel punto, sorgeva un problema: se il pianeta spariva, anche le Sfere del Drago sarebbero scomparse. Ma la soluzione arrivò subito con la scoperta di un altro Namecciano in grado di ricrearle.

Questa spontaneità caratterizzava l’intero processo creativo. Non c’era una pianificazione a lungo termine: Toriyama e gli editor decidevano la direzione generale e poi, settimana dopo settimana, sviluppavano la storia. Anche l’idea di ambientare parte della storia nello spazio nacque improvvisamente: se Goku era un alieno, allora aveva senso esplorare nuovi pianeti. Elementi iconici, come la coda di Goku, non erano stati concepiti fin dall’inizio come parte della sua origine Saiyan, ma vennero ricollegati solo in un secondo momento, quando la storia lo richiedeva.

Questo approccio influenzava anche la costruzione dei tornei di arti marziali. Nella logica standard, i combattenti più forti si scontrano in finale, ma in Dragon Ball poteva capitare che il duello decisivo avvenisse già al primo turno. Questo lasciava gli editor perplessi: “E dopo cosa succede?” Ma Toriyama, con la sua filosofia, rispondeva semplicemente: “Se metto subito lo scontro più epico, poi mi inventerò qualcos’altro.” Per lui, la priorità era sorprendere il lettore, creare qualcosa di inaspettato e non preoccuparsi troppo delle conseguenze a lungo termine.

Questa capacità di ribaltare le aspettative e improvvisare soluzioni rendeva la sua narrazione fresca e imprevedibile. Il suo obiettivo non era costruire una trama perfettamente strutturata, ma stupire e divertire, lasciando sempre i lettori con la voglia di scoprire cosa sarebbe successo dopo.

⏬ 7 – L’IMPROVVISAZIONE DI TORIYAMA: DAL GREAT SAIYAMAN A TRUNKS

📝 Durante la saga di Majin Bu, ci fu un momento in cui Toriyama decise di sperimentare con un’idea diversa: il “capitolo scolastico” con Gohan al liceo e il Great Saiyaman. L’idea era quella di provare una trama leggera, con Gohan che cerca di nascondere la sua identità e vive piccole avventure quotidiane. Tuttavia, dopo qualche settimana, Toriyama si stancò e decise di abbandonarla di punto in bianco.

Come spesso accadeva, se qualcosa diventava troppo complicata o poco stimolante, lui la lasciava perdere senza troppe cerimonie. L’ambiente scolastico richiedeva molte scene affollate, piene di comparse, cosa che Toriyama trovava noiosa e laboriosa da disegnare. Così, per rendere il lavoro più semplice e divertente per sé stesso, tagliò bruscamente quella storyline e passò a qualcosa di più dinamico e assurdo.

Questa tendenza alla narrazione improvvisata si vede anche con l’introduzione di Trunks. Quando apparve per la prima volta, spazzando via Freezer in un attimo, nessuno – nemmeno Toriyama – aveva ancora deciso con precisione chi fosse. Non c’era una pianificazione a lungo termine sul fatto che fosse il figlio di Vegeta e Bulma. Solo in un secondo momento, Toriyama stabilì questa connessione e dichiarò: “Ok, Bulma sposa Vegeta.”

Per gli editor fu una sorpresa totale. Bulma, fino a quel momento, non aveva mostrato alcun interesse per Vegeta, quindi la rivelazione che avrebbero avuto un figlio li lasciò increduli. Alcuni chiesero se non fosse il caso di spiegare meglio la cosa, ma Toriyama, con il suo solito approccio spontaneo, minimizzò la questione con un “Eh, più o meno così”.

Questa era la sua filosofia: non pianificare troppo, introdurre idee all’improvviso e, se qualcosa diventava scomoda o noiosa, cambiarla sul momento. Il suo obiettivo era sempre sorprendere il lettore, ma allo stesso tempo semplificare il proprio lavoro.

⏬ 8 – A PROPOSITO DEL METODO DI LAVORO DEL SENSEI...

📝 Il processo di lavoro con Toriyama era piuttosto unico rispetto ad altri mangaka. I manoscritti arrivavano via fax, ma non come semplici storyboard da correggere—erano già quasi definitivi. Gli editor li ricevevano, davano un’occhiata e generalmente approvavano senza troppe modifiche. Se chiedevano cosa sarebbe successo nella puntata successiva, la risposta era sempre la stessa:

“Boh, lo vedremo settimana prossima.”

Toriyama non era il tipo da fare molte prove o discutere troppo sulle correzioni. A differenza di altri autori che lavoravano a stretto contatto con gli editor per aggiustare e rifinire la storia, lui si fidava del proprio processo creativo, ragionava in autonomia e poi consegnava il risultato senza volerci tornare sopra.

Torishima e Kondō, però, erano editor più severi: se qualcosa non andava, non esitavano a rimandarlo al tavolo da disegno con un deciso:

“Zenzen Dame!” (“Assolutamente no!”)

Takeda, invece, adottò un approccio diverso. Sapendo che Toriyama voleva chiudere la serie, il suo obiettivo era facilitarlo il più possibile, evitando di mettergli troppa pressione. Il problema, però, rimaneva sempre lo stesso:

“Ok, questo capitolo è andato bene, ma la prossima volta? Che succederà?”

Questa incertezza costante era la vera sfida per gli editor di Dragon Ball, perché il processo creativo di Toriyama era completamente istintivo e imprevedibile.

⏬ 9 – L’EVOLUZIONE DI DRAGON BALL IN UN BATTLE MANGA

📝 La trasformazione di Dragon Ball in un battle manga avvenne in modo graduale, ma non del tutto casuale. Nelle prime fasi, la serie aveva un equilibrio tra avventura, comicità e combattimenti, ma con l’arrivo della saga dei Saiyan, il focus si spostò sempre di più sulle battaglie, spingendo la storia verso un’azione più intensa e prolungata. Questo cambiamento fu guidato dalla risposta del pubblico: i lettori erano entusiasti degli scontri e volevano vederne sempre di più.

Toriyama, inizialmente più interessato a una commedia-avventura, non aveva progettato a priori questa svolta. Tuttavia, una volta sperimentata, trovò divertente sviluppare combattimenti sempre più spettacolari e articolati. Non era un semplice “mettiamo un nuovo nemico e facciamolo combattere con Goku”, ma ci fu un’evoluzione nella gestione dei personaggi, come dimostra il caso di Vegeta.

Da nemico principale, Vegeta finì per unirsi ai protagonisti quando emerse la minaccia di Freezer. Questo tipo di sviluppo arricchiva la narrazione e non si limitava a introdurre avversari da sconfiggere, ma creava dinamiche più complesse tra i personaggi.

In redazione si discusse se la formula dell’ex-nemico che diventa alleato potesse funzionare, e alla fine si scoprì che aggiungeva spessore alla storia. Toriyama stesso, pur non avendo previsto tutto in anticipo, si lasciava guidare dalla reazione del pubblico. Non era il tipo da ossessionarsi sui sondaggi di gradimento, ma quando gli venivano riferiti, il suo spirito competitivo lo spingeva a migliorarsi.

Nonostante la sua immagine di persona pacata, in realtà Toriyama aveva una forte attitudine competitiva (makeru-girai"odia perdere"). Questo lato del suo carattere lo portava a voler creare scene di lotta sempre più impressionanti, senza accontentarsi mai.

Così, anche se Dragon Ball non era esattamente il manga che sognava di disegnare inizialmente, una volta entrato in quella dimensione, si impegnò al massimo per renderlo il migliore possibile.

⏬ 10 – TORIYAMA SI ERA STANCATO DI DRAGON BALL?

📝 Circa dieci anni fa, quando venne proposta l’idea di fare qualcosa di nuovo con Dragon Ball, Toriyama rispose con poca convinzione, dicendo che non lo trovava più divertente. Non si sentiva obbligato a continuare, ma mancava quella motivazione che lo aveva spinto in passato.

Anche in un’intervista-tributo alla radio, ammise di non provare più lo stesso entusiasmo di una volta. Certo, si divertiva ancora con alcuni personaggi, ma il coinvolgimento non era più lo stesso.

Durante la saga di Majin Bu o anche verso la fine della saga di Freezer, si percepiva ancora quello “spirito” creativo che lo rendeva pieno di idee. Col tempo, però, si iniziarono a notare sottili differenze nella narrazione, segno che il suo approccio stava cambiando e che l’ispirazione non era più così forte.

⏬ 11 – IL RAPPORTO TRA TORIYAMA, KATSURA E TORISHIMA

📝 Il rapporto tra Toriyama, Katsura e il loro editor Torishima era caratterizzato da un’intesa costruita nel tempo, fatta di momenti di tensione, ma anche di grande rispetto reciproco. Quando Katsura raccontava episodi passati in cui Toriyama sembrava aver subito qualche “cattiveria” editoriale, lui stesso reagiva con sorpresa:

“Ah, bello, davvero?!”, rendendosi conto solo dopo di quanto potesse essere stato duro.

Le interazioni con Katsura, nel tempo, hanno portato a una comprensione reciproca sempre più profonda. Entrambi, avendo lavorato con Torishima, condividevano esperienze simili e, sebbene ogni tanto si lamentassero delle sue decisioni, lo facevano più per ricordare aneddoti che per vero risentimento. In effetti, il fatto che parlassero “male” di lui non era un segno di rancore, ma piuttosto la prova del grande impatto che aveva avuto sulle loro carriere.

Questa dinamica era chiara: quanto più si discuteva delle sue “assurde” direttive, tanto più si capiva che in realtà Torishima aveva lasciato un segno profondo nei loro percorsi artistici. Era una sorta di affetto mascherato da critica, un modo per riconoscere la sua importanza senza ammetterlo direttamente.

Dopotutto, non si trattava di sfoghi di stress, né di reali lamentele, ma piuttosto di una forma di fiducia consolidata. Katsura e Toriyama, pur avendo vissuto momenti di frustrazione, non avrebbero mai rinnegato il ruolo fondamentale di Torishima nelle loro carriere. Anzi, proprio perché ne parlavano così tanto, era evidente quanto lo rispettassero e lo stimassero.

⏬ 12 – LA SFIDA DEL COORDINAMENTO TRA REDAZIONE, MERCHANDISING E TORIYAMA

📝 In redazione a Jump, cercavamo di sincronizzare la serializzazione settimanale del manga con l’uscita dei volumetti, dell’anime, dei gadget e dei videogiochi. Ogni settimana c’erano incontri con aziende come Bandai o le software house, che ci chiedevano di pianificare le uscite dei prodotti in base ai momenti chiave della trama.

Tuttavia, Toriyama non lavorava con una scaletta precisa e spesso rispondeva con un vago “Mah, non ho deciso tutto così nel dettaglio…” (ride). Questo rendeva difficile coordinare il tutto, perché se lui decideva di cambiare improvvisamente la direzione della storia, i piani dell’anime, dei gadget e dei videogiochi andavano rivisti in fretta e furia. Capitava quindi che arrivassero chiamate allarmate del tipo:

“Ehi, come facciamo adesso?!”

Anche le copertine dei volumetti e il loro contenuto influivano sulla strategia di merchandising. Ad esempio, se si decideva di mettere un certo personaggio in copertina, Bandai poteva programmare il lancio di una figure corrispondente. Ma se Toriyama improvvisamente cambiava idea sul personaggio, tutto il calendario slittava.

Coordinare la serializzazione settimanale, l’anime, i tankōbon e i prodotti era un’impresa quasi impossibile. La popolarità di Dragon Ball era tale che si accumulavano continue richieste di collaborazioni e merchandising. A volte gli editor si chiedevano se fossero ancora editor o se fossero diventati pianificatori di videogiochi (ride).

Nonostante tutto, era una situazione felice: vedere Dragon Ball espandersi su così tanti fronti era entusiasmante. A volte, in base alle esigenze di Bandai, si discuteva se fosse il caso di dare più spazio a un certo personaggio in quel periodo o, al contrario, rimandarne l’apparizione per evitare spoiler. Ma con tutto che si sviluppava in parallelo alla serializzazione, prevedere i tempi con precisione era praticamente impossibile.

⏬ 13 – LO SPIRITO FOLLE DI JUMP E IL COINVOLGIMENTO DEI FAN

📝 In occasione di un anniversario di Jump, la redazione ebbe l’idea folle di impilare tutti i numeri della rivista fino a raggiungere i 25 metri d’altezza, utilizzando un’autoscala dei pompieri. Il vento, però, rischiava di far volare via i volumi, quindi furono costretti a incollarli con il nastro adesivo per tenerli insieme. Era un’impresa assurda, ma rappresentava perfettamente lo spirito di Jump: fare le cose in grande, con entusiasmo e un pizzico di follia.

Mentre alcuni si chiedevano quale fosse il senso di tutto ciò, la risposta era semplice: “È proprio questo il punto! La pazzia è bella!”

Questo stesso approccio si rifletteva nella volontà di coinvolgere i fan non solo nella lettura del manga, ma anche nel gioco con i personaggi. La redazione dedicava molte riunioni a capire cosa piacesse ai ragazzi al di fuori del manga, e proprio da queste discussioni nacquero idee come le carte collezionabili (Carddass) e i videogiochi. L’obiettivo era trasformare l’esperienza di Jump in qualcosa di più interattivo e divertente, espandendo l’universo dei personaggi anche al di fuori delle pagine.

🔗 FONTI

Un ringraziamento speciale a Simo per aver recuperato e tradotto l'intera intervista, oltre a fornire la trascrizione completa e a curare con attenzione il testo presente in questo articolo!

🎙 Per accedere all'intervista in giapponese, vi lasciamo il link diretto alla trasmissione radiofonica!

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