MARANZA
LIBERTÀ E DEMOCRAZIA⏹️ Il termine maranza, oggi fin troppo abusato, nasce in tono ironico a Milano negli anni ottanta. La prima traccia è del 1988 in Jovanotti, nel brano Il capo della banda: di matti di maranza e di malati di mente, fissati con le moto e coi vestiti americani.
🔘 Allora non c'entrava nulla con l'immigrazione. Voleva dire tamarro, coatto, truzzo, il tipo vistoso e un po' volgare di periferia. Era un insulto tra paninari, quasi affettuoso, originato forse da zanza, zanzara, fastidioso.
🔘 Poi succede quello che la sociologia chiama rovesciamento dello stigma. La parola nasce fuori, per deridere, e a un certo punto viene presa dentro, adottata dagli stessi giovani per dirsi.
🔘 Da insulto ironico diventa etichetta identitaria cambiando tutto. Maranza smette di descrivere uno stile e diventa un contenitore comodo dove si butta dentro seconda generazione, disagio giovanile, violenza urbana, consumo vistoso.
🔘 Per questo molti hanno parlato di emarginazione, perché è la diagnosi più semplice. Se è emarginato, la colpa è della società cattiva che non lo include, basterebbe includerlo maggiormente.
🔘 Ma l'emarginato è un'altra figura. È uno che è stato messo fuori, non ha scelto. Non ha lavoro, non ha casa, non ha lingua, la società lo spinge ai bordi e lui ci resta. Il disadattato è diverso.
🔘 Sta dentro, va a scuola, ha lo smartphone, ha i soldi per le Nike e per il giubbotto, ma non accetta le regole del posto dove sta. Non è fuori perché non può entrare, è dentro e non vuole adattarsi.
🔘 Il maranza di cui parliamo non è emarginato in senso tecnico. Molti sono di seconda generazione, nati qui, vanno a scuola in italiano, hanno documenti, stanno su TikTok, a volte sono più dentro al consumismo di un ragazzo di un centro minore.
🔘 Non è escluso dal mercato, ne è dentro fino al collo, vuole il marchio, vuole apparire, e spesso l'apparire è l'unica compensazione che gli resta. Quello che manca non è il pane, è il patto sociale.
🔘 Non crede che se studia, se rispetta le regole, se aspetta, avrà qualcosa in più. Vede che quel patto non vale nemmeno per i suoi coetanei italiani, allora se ne costruisce uno parallelo: il branco, il quartiere, l'ostentazione, la provocazione rumorosa.
🔘 Per questo chiamarli emarginati è fuorviante. La domanda scomoda non è perché non li includiamo, ma perché uno che è già dentro non vuole adattarsi a quello che c'è dentro.
🔘 Non è risentimento per carenza, è bisogno di recuperare un'identità che sente smarrita. Questo ragazzo nasce qui e va a scuola dove gli dicono che per includerlo bisogna togliere.
🔘 Togliamo il Natale per non offendere, togliamo la storia locale perché è colonialista, togliamo il merito perché esclude. Per essere gentili con chi arriva, azzeriamo la casa che ospita.
🔘 Poi torna a casa e anche lì l'identità è dimezzata. Se la famiglia viene da un'altra cultura, quella cultura qui non può essere vissuta fino in fondo, resta folclore tra le mura, fuori non è riconosciuta. Così non è né di là né di qua.
🔘 Il risultato è che non ha un'identità da ereditare e nemmeno una da conquistare. L'italiano medio gli dice sii come noi, ma se lui chiede come voi, cioè come, non trova risposta, perché per includerlo abbiamo tolto pezzi di noi.
🔘 Gli diamo regole, wifi, bonus, ma non un racconto. Il risentimento nasce lì, non dall'esclusione materiale ma da quella simbolica, dal sentirsi preso in giro. E allora cosa fa il disadattato?
🔘 Si costruisce un'identità con quello che trova: brand visibili, drill che parla di strada, branco che dà appartenenza immediata, provocazione che almeno ti fa notare. Non è cultura d'origine né cultura d'arrivo, è una cultura di reazione al vuoto.
🔘 Non è l'eccesso di identità altrui che crea il maranza, è la mancanza di un'identità comune abbastanza forte da voler essere tradita o abbracciata. Senza quella, resta solo il disadattamento come unica identità possibile. Questo giustifica anche il disadattamento di molti italiani... ⤵️
Francesco Petrone
Tratto da Articolo integrale ⤵️