L’era dei fascisti rossi

L’era dei fascisti rossi

Salvatore Clemente
Scena di una manifestazione

di Patrizia Floder Reitter, 28 ottobre 2019


Impediscono comizi politici, manifestazioni culturali, presentazioni di libri, di film, o convegni su temi scomodi come la difesa della famiglia tradizionale. Si considerano numi tutelari della democrazia, ma intellò e centri sociali ormai sono diventati censori violenti: dall'ostracismo degli editori sgraditi come Altaforte alle sedi di Lega e Fratelli d'Italia vandalizzate, dai militanti di destra malmenati ai divieti di commemorare gli infoibati. Tutta la prepotenza della Sinistra Inquisizione.


Si impongono con violenza, a parole e nei fatti. I «fascisti rossi» attaccano, censurano, silenziano voci, idee, iniziative non allineate al politicamente corretto. O semplicemente non gradite al pensiero unico. Poco gliene importa se nella volontà di criminalizzare a ogni costo prendono cantonate clamorose, come è accaduto con il boicottaggio del libro di Mario Giordano che doveva essere presentato qualche settimana fa al Comune di Sesto San Giovanni. Per l'ex consigliera comunale, Olga Talamucci, si sarebbe trattato di un grave affronto alla memoria del padre partigiano, cui è intitolata la sala. Contro l'invasore Giordano ha chiamato alla resistenza tutti i compagni antifascisti, senza sapere che L'Italia non è più italiana racconta quanto il nostro Paese sia finito nelle mani delle multinazionali, che fanno razzie di aziende lasciando a casa i lavoratori. Un tema che avrebbe infiammato anche attivisti di sinistra. 


Accade sempre più spesso. Avversari da ridurre al silenzio siamo tutti, basta pensarla diversamente. I pregiudizi ideologici riescono a impedire non solo comizi politici, ma incontri culturali, convegni sulla famiglia, spettacoli, partecipazioni a eventi culturali. 


Clamoroso esempio è la seconda esclusione in un anno della casa editrice Altaforte da una manifestazione letteraria. Dopo il no degli organizzatori del Salone internazionale del libro di Torino alla casa editrice, perché vicina a Casapound e perché avrebbe presentato il libro Io sono Matteo Salvini, intervista allo specchio di Chiara Giannini, un altro veto è arrivato per la sua partecipazione alla fiera di Roma «Più libri più liberi», in programma dal 2 al 5 dicembre prossimi. 


Gli organizzatori hanno parlato di indisponibilità di stand, mentre l'editore Francesco Polacchi assicura di aver fatto domanda «nei giusti tempi proprio per avere la sicurezza di partecipare». Il fondatore di Altaforte è convinto che l'esclusione sia per evitare nuove polemiche e lamenta che non ci sia «una formula di garanzia nei confronti di una casa editrice già oggetto di censura da parte degli organizzatori di altre fiere del libro». Se davvero uno stand non salterà fuori per la Fiera nazionale della piccola e media editoria (gli organizzatori non vogliono fornire l'elenco delle case editrici accettate), Polacchi presenterà i suoi libri all'esterno.


Restando nell'ambito editoriale, vale la pena ricordare che, a margine del Salone del libro, il consulente della kermesse, Christian Raimo, attribuì a Pietrangelo Buttafuoco, Alessandro Giuli, Francesco Borgonovo, Adriano Scianca e all'editore/scrittore Francesco Giubilei la colpa di diffondere un «razzismo esplicito». Raimo si è scusato pubblicamente, ma solo con Giuli. Peraltro, la sede della libreria Cultora di Giubilei, nel quartiere Tuscolano di Roma, è stata imbrattata a marzo scorso: sulla saracinesca è comparsa la scritta «servi di una cultura idiota e borghese», con tanto di falce e martello e firma «Partito comunista italiano, sezione Antonio Gramsci».


E come non ricordare le polemiche, le minacce di morte con le quali nel marzo 2018 venne accolto a Padova l'annuncio del fumetto Foiba rossa. Norma Cossetto, storia di un'italiana, che racconta la tremenda violenza contro una studentessa istriana, stuprata nell'ottobre del 1943 da 17 partigiani jugoslavi e poi gettata, legata mani e piedi, nell'abisso di Villa Surani, sulle pendici del monte Croce? L'Asu, il sindacato degli studenti patavini diffuse un delirante comunicato in cui si affermava: «Dietro a una patina di presunta storicità, l'incontro ha un chiaro significato politico di revisionismo neo fascista». Avanzarono dubbi sullo stupro «vero o presunto» della giovane italiana che studiava all'Università di Padova e «come antifascist* e come antisessist*» riuscirono a far annullare la presentazione del libro. 


Dodici mesi dopo, la Regione Veneto ha finanziato con 15.000 euro la diffusione del racconto a fumetti nelle scuole secondarie di primo grado. «Quella pagina di storia, colpevolmente taciuta, è ancora assente dai libri di testo e dai programmi scolastici», dichiarò Elena Donazzan, assessore regionale all'Istruzione, finita un mese fa in un fotomontaggio su Instagram. Il Coordinamento studenti medi (Csm) di Padova, ispirandosi alla scena finale di Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino, l'aveva ritratta con una svastica insanguinata sulla fronte, per protesta contro la sua annunciata partecipazione a una manifestazione di Casapound. Giorgia Meloni aveva twittato: «I partiti di sinistra prenderanno le distanze o per loro donne di destra non meritano rispetto?». Silenzio assoluto, la risposta dei dem. 


Anche un concerto diventa fascista se a organizzarlo è un'amministrazione di centrodestra. Lo scorso luglio, collettivi studenteschi irruppero nella centralissima piazza dei Cavalieri a Pisa, dove si stava esibendo Vinicio Capossela. Il suo chitarrista, Peppe Frana, su Facebook appoggiò l'operato degli antagonisti: «Non ci paga la Lega ma comunque, se ci sta un leghista talmente cretino da dare soldi a me, ai miei colleghi, a Vinicio o a voialtri, ce li dobbiamo pigliare fino all'ultimo centesimo, senza senso di colpa e senza fa' i moralisti, comprarci il cappio a cui sarà appeso quando si farà la rivoluzione e fargli vedere lo scontrino mentre si strozza». Dopo le proteste sui social, Frana aveva corretto il post: «Siccome qualcuno si è un po' impressionato per l'immagine un po' forte della forca per leghisti del post precedente volevo rassicurarvi, non lo penso davvero, è un'iperbole. Ovviamente si procederà per fucilazione, mica siamo nel Medioevo. Non si può proprio più scherzare». No infatti, c'è poco da scherzare. Bisogna preoccuparsi. 


Perfino la Congregazione degli Stimmatini, che gestisce il Teatro Stimate di Verona, si era lasciata intimidire dalle proteste antifasciste per il concerto in ricordo della morte di Jan Palach, lo studente che 50 anni fa si diede fuoco a Praga contro la dittatura sovietica. Aveva promesso di ospitare l'evento a gennaio, cambiò idea. E che dire della contestazione contro Fausto Biloslavo del Giornale, allontanato dal dipartimento di sociologia dell'Università di Trento al grido «fuori i fascisti dall'Ateneo» e con uno striscione opera del Cur, il Collettivo universitario refresh? La conferenza a cui doveva partecipare venne cancellata un'ora prima dell'orario previsto. «L'aspetto tragicomico è che a invitarmi era stato un gruppo studentesco di centrosinistra, che voleva parlare della crisi in Libia», aveva commentato il giornalista.


Bersaglio di chi predica libertà culturale, ma in realtà denigra e minaccia chi agisce fuori dal coro, sono anche le Ong che hanno il torto di non occuparsi di migranti, bensì di famiglia e diritti dei bambini. Un anno fa Sabrina Alfonsi, presidente dem del I Municipio di Roma, guidò l'assalto alla sede di Pro vita, coprendo un grande manifesto in difesa del nascituro con striscioni in difesa dell'aborto e che dichiaravano: «Sul mio corpo decido io». «Si è trattato di un atto di azione civica contro chi era già andato contro la legge, esponendo al pubblico cartelli ritenuti lesivi della libertà individuale», difende ancora quell'azione la Alfonsi. «Il nostro agire sarà stato magari poco istituzionale, ma ci sono gesti che valgono più di mille parole». Per la presidente non si trattò di violenza contro una sede che aveva diritto di esporre l'immagine di un bimbo di 11 settimane nel grembo materno. «Siamo in democrazia», ribadisce la presidente, che però rivendica solo il suo diritto di manifestare un'idea. Pro vita, invece, non poteva manifestare il suo pensiero contro l'aborto, in difesa della vita? No, per Sabrina Alfonsi, perché era una «provocazione forte. Bisogna rispettare le regole. L'associazione aveva messo anche insegne non autorizzate. Per lo stesso motivo mi muovo a togliere i tavolini abusivi dei bar». Quindi manifestare contro una legge, la 194, che si considera ingiusta, è come occupare abusivamente il demanio? E allora è vietato anche manifestare contro i decreti Sicurezza?


E perché mai doveva scendere in campo la Rete antifascista, per contestare la conferenza sui valori della famiglia dello scorso aprile a Civitanova Marche, con invitato il senatore leghista Simone Pillon? Raccolse decine di adesioni da parte delle associazioni più disparate, dal collettivo Nate intere Ancona a Giovani democratici Marche, da Antifa Macerata a Comitato love pride. Tutti uniti nel tentare di impedire un incontro pubblico, manifestando in massa fuori dalla sala del convegno. Questo accadeva poche settimane dopo il XIII Congresso mondiale delle famiglie di Verona, riuscitissimo quanto vituperato incontro perché temi quali valore e difesa della vita, della donna, del bambino risultano odiosi alla sinistra culturale. L'associazione nazionale partigiani, che si ritaglia ovunque brandelli di visibilità, aveva marciato per le vie scaligere con sindacati, femministe e gruppi Lgbt, mettendo a disposizione le proprie sedi per tavole rotonde come «Conosci il tuo nemico». 


Una Ong pro life: ecco l'avversario da abbattere cantando Bella ciao. Se poi ripercorriamo l'offensiva politica degli ultimi mesi contro «il fascismo di ritorno», che giustifica attacchi e intimidazioni perché in difesa di una democrazia in pericolo, il quadro della violenza rossa si completa. 


Lo scorso aprile, il pestaggio in un bar di Padova di un ex consigliere comunale leghista definito dagli antagonisti «un lacchè di Salvini», e di un militante di Casapound, veniva giudicato «legittima ed estemporanea reazione» dal centro sociale occupato Pedro, che ricordava: «I partigiani non si sono mai fatti scrupolo di utilizzare la violenza per combattere il nazifascismo». Pronta la giustificazione anche per il gruppo di otto epuratori che a luglio aggredirono a Pomposa un ragazzo modenese attivista della Lega: la sua colpa era aver partecipato a una manifestazione di genitori sul caso Bibbiano, lo scandalo che non fa arrossire il Pd. 


Innumerevoli gli attacchi contro le sedi della Lega in Lombardia. I «sinceri democratici» cercano di dar fuoco ai locali dopo averli imbrattati con scritte del tipo: «Razzisti e assassini dovete morire». Altre volte, come ad aprile a Fino Mornasco (Como), le sezioni vengono prese a sassate. Non si salvano, ovviamente, neppure i circoli cittadini di Fratelli d'Italia. Vernice rosso sangue sui manifesti della leader, Giorgia Meloni, aggressione al gazebo di Fdi a Milano, sfregio sulla porta della sede di Albano Laziale con una falce e martello, sono alcune delle ultime manifestazioni della violenza di sinistra.


Brutale quella di inizio ottobre contro Danilo D'Amico, esponente di Fratelli d'Italia e fondatore dell'associazione Punto di svolta, impegnata a favore dei disabili. Sfregiato al volto, ha raccontato che si trattava della seconda aggressione dopo che per mesi avevano cercato in ogni modo di fermarlo «fra calunnie, derisioni, querele e minacce contro me e la mia famiglia». «Davamo fastidio perché stavamo raccogliendo firme contro lo ius soli», racconta alla Verità la portavoce di Fdi di Treviglio, Valentina Tugnoli, che due settimane fa ha trovato sulla saracinesca della sede, in provincia di Bergamo, la scritta: «Siete solo altra merda da pulire». 


«L'hanno fatto di notte perché da vigliacchi non hanno il coraggio delle loro azioni. Non contenti, due giorni dopo si sono presentati in gruppo, insultandoci e agitando volantini scritti anche in arabo». Tugnoli non ha dubbi, c'entrano gli attivisti del collettivo Tana liberi tutti, nel quale trovano spazio studenti, sindacalisti e anche migranti. 


Il 16 novembre è prevista l'inaugurazione ufficiale della sede intitolata a Pino Rauti e la tensione sta crescendo in città. La portavoce conclude: «La nostra sola “colpa" è di fare politica dalla parte sbagliata». 

(Fonte: https://www.laverita.info/lera-dei-fascisti-rossi-2641125925.html)