L'agonia della scuola italiana.

L'agonia della scuola italiana.

Massimo Bontempelli (2000, Editrice C.R.T.)
Questo testo riproduce il capitolo sesto del libro ''L'agonia della scuola italiana'', scritto da Massimo Bontempelli e pubblicato nel 2000 dalla Editrice C.R.T. © 2000 by Editrice C.R.T. I numeri tra parentesi quadra rinviano a note del curatore, non dell'Autore. Le note si trovano in fondo al testo. I numeri tra parentesi tonda indicano in quale pagina del libro si trova il testo. I riferimenti ad altri testi, legati a questo, si trovano nel sito Temi e Reti.

La scuola del totalitarismo neoliberista.

L'attuale processo di innovazione nella scuola sostanzialmente conduce, in prospettiva, allo smantellamento del sistema statale della pubblica educazione, alla privatizzazione aziendalistica degli istituti scolastici, alla dequalificazione culturale dell'insegnamento, alla fine di ogni residua possibilità, per i ceti sociali più bassi, di avvalersi dell'istruzione pubblica come mezzo per migliorare la loro condizioni.

 

Questo processo è stato politicamente messo in movimento non già dalla destra, bensì dalla sinistra, ovvero proprio da quella parte politica, latamente intesa, nella cui tradizione complessiva stanno la difesa e l'ampliamento dei compiti delle istituzioni statali, il valore attribuito all'educazione e alla cultura, la promozione della mobilità sociale. Soltanto comprendendo questo nesso, apparentemente incongruo, tra sinistra politica e riforma antieducativa, anticulturale e aziendalistica del sistema dell'istruzione, si può arrivare a capire cosa stia realmente accadendo nella scuola.

 

Occorre però, a questo proposito, evitare due interpretazioni simmetricamente opposte, ma entrambe fuorvianti, fondate sulle categorie rispettivamente di tradimento e di continuità. I capi della sinistra, dicono alcuni, hanno tradito, per meschinità personale,

l'essenza della sinistra, facendo, sotto mentite spoglie, una politica di destra.

Secondo altri, invece, il peggio di ciò che fanno è in continuità con la tradizione della sinistra, che fin dalle sue origini ha organizzato le masse per subordinarle ai poteri costituiti.

 

Non si può spiegare l'attuale politica della sinistra con il tradimento, da parte dei suoi capi, della vera natura della sinistra stessa. Quella di tradimento, infatti, è una rispettabile categoria interpretativa, che riguarda però le scelte individuali considerate sotto il profilo morale, non i comportamenti collettivi espressivi di dinamiche sociali. Ora, le devastanti pratiche di governo della sinistra non nascono dalle iniziative di singole, per quanto influenti, personalità, ma sono l'opera condivisa di un intero ceto politico, approdato nel suo insieme alle sponde della totale complicità con i poteri economici. Ma non basta: questo ceto politico può governare perché è sostenuto dal consenso, quanto meno passivo, di una parte cospicua della popolazione, tradizionalmente di sinistra, che continua a votarlo, e che non si sente quindi evidentemente ferita dai suoi comportamenti. E non basta ancora: tutto ciò accade non soltanto in Italia, ma nell'intera Europa, dove i ceti politici di sinistra sono potuti arrivare a smantellare garanzie sociali, e ad accordarsi servilmente alle guerre americane, rimanendo uniti e non perdendo un consenso di massa. È evidente, dunque, che siamo in presenza non di scelte individuali, bollabili come tradimenti, ma di tendenze sociali impetuose, fortemente radicate, e di carattere generale.

 

Se non si può spiegare l'attuale politica della sinistra con la categoria di tradimento, non la si può spiegare neppure con quella di continuità. È certamente vero che se la sinistra può operare in totale complicità con i poteri economici, su scala generalmente europea e senza perdere il suo elettorato tradizionale, ciò indica che c'era nel

suo originario codice genetico qualcosa che rendeva possibile questo approdo. Ma è anche vero che la sinistra in altre epoche ha difeso con forza l'intervento statale nell'economia anche a favore dei ceti più svantaggiati, ha promosso con convinzione la creazione di una rete di garanzie sociali, ha inteso l'educazione come grande compito collettivo ed emancipatorio. Una sinistra che non vede più la società se non nell'ottica dell'azienda, e che intende ridurre ad aziende persino ospedali e scuola, ha quindi rotto la continuità con una parte significativa della propria scuola.

 

La questione di come la sinistra politica abbia potuto farsi promotrice di una riforma in chiave aziendalistica del sistema dell'istruzione è dunque storicamente complessa. Si può iniziare a chiarirla comprendendo come, storicamente, nel codice genetico della sinistra vi sono stati due caratteri fondamentali, vale a dire quello di essere emancipatrice, e quello di essere modernizzatrice.

 

La sinistra è nata come parte politicamente emancipatrice dei ceti socialmente subordinati della popolazione. Emancipatrice non vuol dire né liberatrice né eguagliatrice. Nel corso della sua storia la sinistra, sia nella sua versione comunista che in quella socialdemocratica e in quella radicalborghese, ha molte volte contribuito ad aprire spazi di libertà civile e di liberazione umana. Ma ha anche tante volte, in tutte le sue versioni, espresso una prassi negatrice della libertà. E, quando ha contribuito ad ampliare i diritti di libertà e ad attivare processi di liberazione, ha ottenuto questi risultati come effetto secondario di un'azione politica volta ad altri obiettivi. La sinistra, inoltre, non è mai stata, se non in ambienti e momenti circoscritti della sua storia, realmente egualitaria, Nella sua versione socialdemocratica e radicalborghese ha accettato la diseguaglianza fondamentale tra capitalisti e

lavoratori. Nella sua versione comunista ha accettato la diseguaglianza fondamentale tra burocrati dell'apparato partitico e statuale e i lavoratori. In ogni sua versione ha mantenuto una diseguaglianza di status tra i ceti di cui intendeva rappresentare gli interessi e i rappresentanti professionali di tali interessi. Ma la sinistra è stata realmente emancipatrice delle classi socialmente più basse. Organizzandole e rappresentandole, le ha sottratte all'esclusione sociale. Attraverso le leve delle istituzioni statuali, ha promosso in alcune epoche una redistribuzione del reddito a loro favore, contribuendo così ad attenuare le diseguaglianze sociali. Ha ampliato l'accesso dei ceti inferiori alla previdenza, alla sanità e all'istruzione, attenuando anche per questa via le diseguaglianze sociali. La sua azione emancipatrice, quindi, evitando un allargamente delle diseguaglianze, ed anzi restringendole, sia pure in maniera limitata, ha potuto sembrare, anche senza esserlo, frutto di un'ispirazione egualitaria.

 

La sinistra è nata anche come parte politicamente modernizzatrice di tutti gli aspetti della vita sociale. È su questo terreno che essa si è originariamente contrapposta politicamente alla parte avversa: nelle assemblee rappresentative successive alla rivoluzione francese invalse l'uso che sedessero sui banchi di destra coloro che volevano mantenere le tradizioni del passato, e che cercavano di contrastare tutti i processi di innovazione, e che sedessero sui banchi di sinistra coloro che favorivano il distacco delle società dal loro passato, e che intendevano promuovere i mutamenti. Essere di sinistra ha sempre significato essere, per così dire, dalla parte del futuro, e guardare con ottimismo a tutte le tendenze di trasformazione sociale, di sviluppo economico, di sovvertimento dei costumi tradizionali e di innovazione tecnica. Ciò è stato tanto vero che la modernizzazione capitalistica è stata

storicamente auspicata e promossa persino dalla sinistra anticapitalistica, convinta, in quanto sinistra, che l'avvento dei rapporti sociali più adatti al genere umano passasse comunque attraverso la rottura delle tradizioni ed il distacco dal passato che solo il capitalismo sapeva realizzare.

 

I due caratteri fondamentali originari della sinistra si sono per una lunga fase storica compenetrati a meraviglia. La sinistra ha potuto, in tutte le sue versioni, sentirsi emancipatrice in quanto modernizzatrice, perché sembrava che la direzione della storia fosse appunto quella di emancipare cerchie sempre più ampie della società, che cioè le trasformazioni storiche fossero di per se stesse emancipatrici. Per gran parte del nostro secolo, ad esempio, le politiche keynesiane di redistribuzione del reddito, gli interventi regolatori delle istituzioni statali nella vita economica, e le garanzie sociali accordate alle classi lavoratrici, sono stati elementi che hanno favorito il progresso tecnico, la realizzazione del plusvalore, e la modernizzazione capitalistica. Il cosiddetto compromesso fordista è stato così definito appunto perché ha soddisfatto non soltanto le richieste sociali delle classi lavoratrici, ma anche le esigenze accumulatrici e modernizzatrici delle classi capitalistiche.

 

L'emancipazione intesa come funzione della modernizzazione ha dato fin dalle origini alla cultura della sinistra, in tutte le sue espressioni, un'impronta irrimediabilmente nichilistica. La necessità di riscattare gli strati inferiori della società dalla miseria materiale e culturale è stata infatti sottratta ad ogni fondamento ontologico, ad ogni giustificazione metafisica, ad ogni imperativo etico. L'obiettivo dell'emancipazione è stato considerato valido in quanto richiesto dal processo di modernizzazione, e, di conseguenza, indicato dalla direzione della storia e

socialmente vincente. Sulla base, quindi, di un nulla. Ciò che è socialmente vincente oggi, infatti, può diventare socialmente perdente domani. La direzione della storia cambia in ogni epoca. Il processo di modernizzazione non richiede sempre le medesime configurazioni sociali.

 

A questo punto abbiamo tutti gli elementi per spiegare l'attuale politica della sinistra, compresa quella sulla scuola, al di fuori delle categorie fuorvianti di tradimento e continuità. La sinistra è stata ad un tempo emancipatrice e modernizzatrice, concependo nichilisticamente l'emancipazione come funzione della modernizzazione, ma potendo egualmente perseguire con forza l'emancipazione in ragione dell'effettivo nesso che essa ha mantenuto, per diverse fasi storiche, con la modernizzazione.

 

Questo nesso si è spezzato all'incirca ai tre quarti del secolo appena concluso. Da allora in poi il capitalismo si è ristrutturato e rimondializzato lungo una linea di sviluppo che esige la deemancipazione di cerchie sempre più ampie della società. Da allora in poi, quindi, la sinistra configurata secondo le sue tradizioni storiche non ha avuto più la possibilità di esistere. Molti non lo hanno capito, perché sono rimasti ipnotizzati dalla fine rapida e impressionante del comunismo storico novecentesco. In realtà, però, insieme con il comunismo è giunta alla fine, come effetto della medesima dinamica storica, un'esperienza politica molto più ampia. Hanno cessato di esistere, infatti, sia pure in maniera meno appariscente, anche la democrazia progressista borghese e la socialdemocrazia. L'unica differenza tra gli ex-comunisti e gli ex-socialdemocratici nel loro essere ex è che i primi hanno rinnegato il comunismo e cambiato nome, mentre i secondi non solo non hanno rinnegato la socialdemocrazia, ma continuano a militare in partiti che sono organizzativamente

e nominalmente gli stessi partiti socialdemocratici del passato. Un socialdemocratico di nome oggi è infatti nella realtà un ex socialdemocratico, in quanto una socialdemocrazia che nella sua pratica di governo privatizza anziché nazionalizzare, restringe le garanzie sociali anziché ampliarle, ed accetta la crescita spontanea delle diseguaglianze economiche anziché promuovere una redistribuzione del reddito, come oggi normalmente accade, non è più la socialdemocrazia esistita fino a ieri.

 

La sinistra dell'epoca attuale è dunque, nel suo insieme, un'altra da quella del passato fino a trent'anni fa. Per questo la categoria di continuità non è in grado di spiegarla. Tuttavia quel che di diverso essa è ora nasce dai suoi stessi caratteri d'origine. Era emancipatrice e modernizzatrice: l'epoca attuale, però, non consente più in assoluto di essere simultaneamente l'una e l'altra cosa. Era nichilista, perché non fondava l'obiettivo dell'emancipazione su alcunché di ontologico: quando perciò è stata posta nell'alternativa tra essere emancipatrice oppure modernizzatrice, ha scelto senza rimorsi di essere soltanto e solamente modernizzatrice. I comunisti e i socialdemocratici erano tali non su autentiche basi metafiche ed etiche, ma nella convinzione che il vento della storia soffiasse nelle loro vele. Perciò, quando il vento è cambiato, è sembrato loro naturale cambiare la direzione di viaggio, per continuare ad averlo nelle loro vele.

 

La sinistra, insomma, ha rinnegato la propria storia, ma sulla base di caratteri originari della propria storia: la sua fortissima istanza modernizzatrice, il suo mito del progresso, il suo radicale nichilismo, il suo voler procedere sempre nella direzione ritenuta storicamente vincente. Questi caratteri, che in altre epoche hanno alimentato la sua prassi emancipatrice, si sono rivelati nella

nostra epoca particolarmente idonei a fare di essa lo strumento politico d'elezione di una modernizzazione deemancipatrice, e di un inedito totalitarismo planetario insito in tale modernizzazione.

 

L'odierna stupidità crede che l'epoca dei totalitarismi sia ormai trascorsa, in quanto dà per scontato che i totalitarismi siano soltanto fascismo, nazismo, comunismo. Ma cosa significa totalitarismo? Significa che i diversi ambiti e livelli della vita collettiva hanno perduto la loro specifica autonomia, ed obbediscono ad una medesima ed unica logica di potere. Questa logica di potere è rappresentata nel totalitarismo politico dallo Stato e dal partito unico variamente intrecciati (nell'Italia fascista, ad esempio, il totalitarismo, peraltro assai incompleto, faceva perno sullo Stato, mentre nella Germania nazista soprattutto sul partito). Ma quello politico non è l'unico totalitarismo concepibile,  e neanche quello compiuto. Noi oggi viviamo dentro un totalitarismo economico, gradualmente impostosi da un quarto di secolo, rispetto al quale quello di un qualsiasi Stato fascista è un totalitarismo all'acqua di rose. Certo, un totalitarismo economico non appare visibile come tale alla stessa stregua di un totalitarismo politico, e risulta anzi del tutto invisibile ai più, ma, proprio in ragione di questo suo rimanere ben nascosto, esso penetra molto più profondamente nelle anime, instupidendole ed anestetizzandole spiritualmente come nessun dittatore avrebbe mai potuto fare, e diventando così totalitario al massimo grado.[1]

 

Il mondo in cui oggi viviamo è compiutamente, esasperatamente totalitario.[2] Questo è semplicemente un fatto. Si è detto, infatti, che il totalitarismo indica, nella sua nozione, la mancanza di autonomia dei diversi ambiti e livelli della vita collettiva, subordinati tutti ad una medesima ed unica logica di potere. Ed oggi non c'è ambito e

livello della vita collettiva che non sia assoggettato alla logica esclusiva dell'economia, ridotta a sua volta a pura logica mercantile del profitto aziendale. Il sindacalismo? Non deve rispondere più alla sua logica specifica di perseguire il miglioramente progressivo delle condizioni di vita delle classi lavoratrici, ma è spinto, attraverso l'imposizione del monopolio della rappresentanza sindacale di sindacati di regime, ad adattare il lavoro alle esigenze del profitto aziendale. La sanità? Non deve rispondere più alla sua logica specifica di tutelare il diritto alla salute degli essere umani, ma le prestazioni sanitarie devono venire considerate merci con il cui pagamento assicurare il buono stato dei conti degli enti erogatori, organizzati come aziende. La previdenza? Non deve rispondere più alla sua logica specifica di costituire il tramite attraverso cui la soceità garantisce un reddito dignitoso a quanti non possono più trarlo dal lavoro, ma deve operare solo nei limiti in cui può venire finanziata per via mercantile. L'alimentazione? Non deve rispondere più alla sua logica specifica di fornire un sano nutrimento agli organismi, ma deve assicurare uno sbocco mercantile alla produzione capitalistica di cibo, al punto che i divieti di importazione di alimenti di supposta nocività sono ormai condannati dalle istituzioni internazionali come violazioni della libertà commerciale. La logica del mercato, dell'azienda e del profitto pervade insomma tutti gli ambiti, anche quelli che per loro originaria costituzione dovrebbero essere più lontani da una natura mercantile, della vita collettiva.

 

Questo totalitarismo estremo della politica si rivela in forma chiarissima nella sfera politica. Dovunque, in Europa, gli schieramenti politici che si contendono, talvolta con grande asprezza e senza esclusione di colpi, il governo dei vari paesi, governano poi tutti accettando gli

esiti dei giuochi dei mercati, e considerando ineludibili le esigenze delle aziende. Lo svilupo della società è determinato esclusivamente dai poteri economici, in maniera non diversa se il governo politico è in mano ad un partito oppure ad un altro.

 

Il totalitarismo dell'economia che domina il mondo può essere correttamente definito totalitarismo neoliberista. Totalitarismo, perché non ammette, in nessun settore della società, alcun funzionamento delle istituzioni che non corrisponda a criteri aziendalistici, privatistici, e di accumulazione di profitti. Neoliberista, perché si basa, secondo l'ideologia liberista, sull'assenza di regole politiche limitatrici del libero giuoco mercantile, promuovendo, però, a differenza del liberismo tradizionale, incisivi interventi pubblici nella sfera economica. Questi interventi, che vengono rigorosamente esclusi per porre qualche limite ai poteri economici, sono invece ammessi e sollecitati, pur essendo a rigor di termini non liberisti, per favorire l'accumulazione capitalistica, creare situazioni conformi alle esigenze aziendali, e spazzare via dalla società ogni luogo istituzionale ancora dotato di finalità sue proprie estranee alla logica aziendalistica.

 

Il totalitarismo neoliberista è in grado di riprodursi con il governo dei più diversi schieramenti politici, perché quello che ancora chiamiamo governo è in realtà semplice amministrazione delle pratiche di favore ai poteri economici, e degli esiti sociali dello sviluppo da loro imposto, e le forze che ancora chiamiamo politiche sono in realtà gruppi professionali che si contendono il controllo dei poteri amministrativi di supporto ai poteri economici.

 

Non c'è dubbio, tuttavia, che il totalitarismo neoliberista, pur potendo facilmente convivere con qualsiasi tipo di governo tra quelli oggi in grado di imporsi, trova un

più efficiente aiuto al finanziamento autoriproduttivo del proprio meccanismo economico in governi di sinistra. La sinistra, cioè, è più funzionale al totalitarismo neoliberista di quanto non lo sia la destra, e ciò proprio in virtù di caratteri che le sono stati costitutivi fin dalle origini della sua storia. La destra, con la quale comunque i poteri economici possono vantaggiosamente convivere (in quanto quel che ancora si chiama politica è, nell'ambito delle forze che contano, serva dell'economia), si propone bensì come più coerentemente liberista della sinistra, ma la sinistra ha nel suo codice genetico una natura completamente e convintamente modernizzatrice, mentre la destra conserva sempre almeno qualche tratto arcaicizzante. La sinistra, quindi, può più facilmente della destra eliminare quelle sopravvivenze di epoche passate che intralciano la sfrenatezza dell'accumulazione capitalistica. Si pensi, ad esempio, a come la sinistra abbia diffuso una cultura promotrice della modernizzazione del costume sociale che, sottraendo i comportamenti individuali ai condizionamenti premoderni dell'etica familiare, delle inibizioni religiose, e delle tradizioni comunitarie, ha reso l'individuo un perfetto consumatore di merci. La sinistra, inoltre, porta in dote al totalitarismo neoliberista la capacità, inscritta nel suo codice genetico, di tradurre in pratica le sue direttive attraverso una rete di seguaci capillarmente diffusi nel corpo sociale, e di amministrare il consenso ricevuto con un'abilità sufficiente a conservarlo. La destra ha seguaci che le sono legati sul piano delle opinioni. La sinistra ha invece, per effetto della sua storia, un seguito che non è solo di opinione, ma è formato da moti individui capaci di dare concreta attuazione a ciò che i loro capi vogliono nei diversi settori nei quali sono professionalmente inseriti. La dinamica sociale di progressiva deemancipazione delle classi subalterne, e di definitiva

disarticolazione privatistica delle istituzioni pubbliche, che il totalitarismo neoliberista impone, può dunque venire amministrata in maniera più convincente per i poteri economici dalla sinistra piuttosto che dalla destra. Gestita dalla destra, infatti, tale dinamica crea maggiore disorganizzazione e incontra più forti resistenze di quanto non accada con la gestione della sinistra, che è in grado, attraverso le sue cinghie di trasmissione nei diversi settori della società, di mettere in moto tutte le mediazioni, tutti gli ammortizzatori e tutti i compensi clientelari capaci di scoraggiare, confondere e corrompere i potenziali oppositori. La sinistra, infine, incarna un nichilismo radicale e di massa che olia, per così dire, i meccanismi di funzionamento del totalitarismo neoliberista. Se infatti la destra esprime correnti di opinione che hanno come loro riferimento valori rozzi e distorti, la sinistra, dopo aver abbandonato con la massima disinvoltura le sue originarie ideologie, non ha valori affatto, è del tutto priva di un'anima. Il suo nichilismo radicale e di massa è manifesto nel comportamento di milioni di persone che accettano, gestiscono, amministrano, promuovono sordide clientele, meschini interessi, cinici giuochi di potere, in totale sottomissione ad una logica sistemica di cui un tempo, quando era molto meno devastante di oggi, si dicevano irriducibili nemici. Il giovane sessantottino rivoluzionario arrabbiato, oggi amministratore o pubblicista diessino, ovvero giornalista o politicante berlusconiano, è una delle figure antropologicamente più squallide e spiritualmente più aride che sia stato dato di vedere. Figure di tal genere, che quando militano nella destra non fanno che servire le loro sfrenate ambizioni personali, svolgono invece una funzione di ben ampia portata se sono rimaste nel loro campo originario, cioè nella sinistra. Esse contribuiscono infatti in maniera decisiva ad

alimentare il nichilismo radicale diffuso in quel campo. Un elettore della destra cesserebbe di votarle se essa diventasse poniamo, da severa e poliziesca a lassista sull'ordine pubblico, oppure se non esaltasse più le forze armate, e si presentasse come antimilitarista e pacifista. Il nichilismo diffuso nella sinistra è invece tale che essa segue i suoi capi su qualsiasi strada. Li votata quando esaltavano l'Unione Sovietica, ed ha continuato a votarli quando hanno definito il comunismo nemico di ogni libertà. Li votata quando invocavano un maggior intervento pubblico nell'economia, ed ha continuato a votarli quando sono diventati promotori delle privatizzazioni. E gli esempi potrebbero continuare all'infinito. Per chi si sente appartenenete al cosiddetto popolo della sinistra, i valori, gli ideali, i progetti sulla società contano zero. Quel che conta è l'identità, è il ruolo, è la rete di relazioni che l'appartenenza a certi ambienti assicura. Questo nichilismo radicale, è bene ribadirlo, non è comparso oggi, bensì ha caratterizzato la sinistra anche nei tempi in cui essa aveva grande dignità politica. Il grigio amministratore diessino di oggi, che gestisce le sue clientele di potere senza un minimo raggio di eticità, senza neanche saper immaginare una deviazione della società dalla linea di sviluppo impostale dai poteri economici, e senza più alcun riferimento culturale, non è diventato un nichilista senz'anima da quando è diventato diessino. Se alcuni decenni fa era un sessantottino che urlava le sue frasi rivoluzionarie, che faceva militanza realmente politica, e non gestione amministrativa dell'esistente, che coltivava utopie anticapitalistiche, senza neppur sospettare di poter un giorno accettare ogni decisione dei poteri economici, e che citava i classici del marxismo come testi sacri, tuttavia già allora era il nichilista senz'anima che è oggi. Bastava avere capacità di osservazione psicologicea per

poter vedere chiaramente come il suo rivoluzionarismo era narcisismo giovanilistico, il suo attivismo militante prorompente impulso autoaffermatorio, il suo linguaggio anticapitalistico un codice culturale di identità e appartenenza, il suo spirito rabbiosamente contestatario una spasmodica e violenta ricerca di successo personale. Tutto questo, in mancanza di veri punti di riferimento ontologici, di serietà morale, e di radicamento antropologico, non poteva che esser fatto scivolar via senza traccia dalla storia, man mano che l'epoca cambiava, le fiammate sociali interpretabili come rivoluzionarie si spengevano, ed alla ricerca di un'identità personale di successo si aprivano, per il giovane borghese di talento di allora, più concrete vie di realizzazione nell'ambito dell'ordine sociale dato. Certo, non proprio tutti i rivoluzionari sessantottini erano come li abbiamo descritti. Non tutti, infatti, sono poi diventati membri fissi delle cerchie associative, sindacali e partitiche della sinistra maggioritaria, digerendone ogni giravolta. C'è, non soltanto in Italia, ma in tutta Europa, per quanto ovunque molto minoritaria, anche una sinistra che non ha partecipato ai governi che si sono accodati alle guerre americane ed hanno lasciato carta bianca ai poteri economici. Giudicheremmo senza giustizia questa sinistra se la assimilassimo a quella di cui abbiamo fin qui parlato. Tuttavia, nonostante ogni differenza, anche questa sinistra si esprime attraverso un ceto politico professionale che non è riuscito a ripensare su nuove basi non nichilistiche la sua cultura d'origine, e che di conseguenza non sa pensare la sua prassi politica al di fuori delle istituzioni del potere, dalle quali teme come un male da evitare a tutti i costi di rimanere estromesso. Questa sinistra non ha quindi sciolto tutta una serie di residui legami con la sinistra governativa, e non ha valori così ben fondati da farle capire che la sinistra

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governativa non è neanche un po' meno cattiva e meno nociva della peggiore destra.

 

Il nichilismo è dunque coestensivo dell'intera sinistra. Esso rende il corpo maggioritario della sinistra così straordinariamente duttile rispetto a qualsiasi innovazione accettata dai suoi capi, e così capace di amministrarne l'esecuzione concreta, da farne l'ideale cinghia di trasmissione del totalitarismo neoliberista. Non c'è infatti schifezza così schifosa che chi appartiene al popolo della sinistra non riesca agevolemente a mandar giù, purché naturalmente provenga dalla sinistra stessa, perché se essa proviene invece dalla destra vi si oppone virtuosamente. E non c'è prassi sociale abbastanza insensata perché l'appartenente alla sinistra non sappia gestirne l'esecuzione, purché naturalmente nell'ambito di un ruolo connesso a tale appartenenza. Così, tutto ciò che il totalitarismo neoliberista genera, la sinistra agevola e fa accettare. Se ha bisogno di una giustificazione, sceglie la più imbecille, quella cioè che l'adesione alla sinistra è obbligata per scongiurare il pericolo della destra. La sinistra è così ridotta a mera appartenenza priva di ogni valore, incapace di suscitare nel suo popolo nichilista altra motivazione che quella di vincere, in una partita da cui è scomparsa ogni posta relativa all'effettivo stato della società, l'opposta appartenenza della destra.

 

L'innovazione nella scuola diventa ora chiara. Il totalitarismo neoliberista non può accettare una scuola ancorata alla sua specifica finalità educativa, in quanto non ammette alcun compito sociale autonomo dal meccanismo economico. Esso esige che tutte le finalità estranee alla logica aziendalistica, rispetto alla quale non sono che costi improduttivi, siano spazzate via da ogni luogo istituzionale, e quindi anche dalla scuola. Non può tuttavia ottenere questo risultato, per quanto riguarda la scuola,

imponendolo direttamente ed esplicitamente come in altri campi, ma ha bisogno, per raggiungerlo, di una mediazione politica. Ha bisogno di una forza sufficientemente modernizzatrice da essere capace di liquidare senza rimpianto le tradizioni della scuola italiana. Ha bisogno di una forza sufficientemente nichilista da non tener conto, nel pensare la scuola, della necessità di assicurare la trasmissione di fondamentali valori cognitivi ed etici. Ha bisogno di una forza sufficientemente conquistata dalle illusioni ideologhe del nostro tempo da non esitare a inondare la scuola delle ultime novità sociali, facendone un luogo di semplice apprendimento dell'uso delle tecniche, di semplice orientamento ai consumi, di semplice acquisizione di una certa gamma di nozioni praticamente utili, senza alcuna base culturale. Ha bisogno di una forza dotata di sufficiente radicamento nel mondo accademico, nel personale burocratico, e nell'ambito stesso degli insegnanti della scuola secondaria, da poter effettivamente adattare gli istituti scolastici a nuovi modelli organizzativi e a nuovi dispositivi didattici, capaci di cancellarvi ogni carattere culturalmente disinteressato e liberamente educativo. Una simile forza corrisponde perfettamente a quello che è la sinistra.

La sinistra politica era dunque destinata, nell'attuale fase storica, a porsi al servizio del totalitarismo neoliberista anche per quanto riguarda la scuola. La scuola italiana che sta emergendo dalle innovazioni promosse da governi di sinistra, è infatti la scuola del totalitarismo neoliberista. È, cioè, una scuola da cui va progressivamente scomparendo la trasmissione di una cultura disinteressata, fondata su valori stabili ed organizzata in maniera sistematica e razionale, secondo quando richiesto da una regolazione puramente mercantile della società, per la quale non esiste se non quello che è

immediatamente utile, continuamente modificabile, e del tutto convenzionale. È una scuola che sta gradualmente perdendo la sua fisionomia unitaria, pubblica e nazionale, sostituita dalla concorrenza reciproca, sul terreno dell'immagine, tra istituti scolastici sempre più legati ad interessi particolaristici, in conformità ad una logica totalitaria che esige dappertutto frantumazione invece che unità, concorrenza invece che organicità, immagine invece che sostanza. È una scuola in cui si vanno sempre più determinando gerarchie arbitrarie e poco sensate competizioni tra gli insegnanti, in base al modello organizzativo aziendalistico, con la sua moltiplicazione delle differenziazioni e la sua esasperazione delle rivalità, che il totalitarismo neoliberista ha già trasferito dalle aziende private agli uffici pubblici, e tende ora a trasferire anche nel sistema dell'istruzione. È una scuola orientata non più all'educazione, bensì all'acquisizione di abilità prive di finalizzazione educativa, in quanto l'educazione è un momento che trascende l'interesse economico e l'utilità immediata, e che quindi, apparendo economicamente superfluo, tende ad essere eliminato.

 

Non è necessario immaginare, per tutto questo, un disegno consapevole dei promotori della riforma. Bastano i loro vuoti culturali e le loro idee fasulle perché il totalitarismo neoliberista possa imporsi attraverso di loro.


[1]

Aggiungo un collegamento ipertestuale a un intervento di Pasolini---riferimento che non è presente nello scritto di Bontempelli---perché mi sembra interessante far notare certe concordanze di vedute tra i due autori.

Bontempelli scrive, a pagina 98:

 

Pasolini dice, nel documentario della Rai ''La forma della città'':

Naturalmente questo brano di Pasolini andrebbe integrato da tutto il corpus delle sue riflessioni in merito alla società: Scritti Corsari, Lettere luterane, Descrizioni di descrizioni, Il volgar eloquio, Il caos, Il sogno del Centauro, e Le belle bandiere.


[2]

Cfr. Massimo Bontempelli, Quale asse culturale per il sistema della scuola italiana? 2000, Koiné, nn.1/2 Gennaio/Giugno 2000, Editrice C.R.T.