La violenza e il sacro

La violenza e il sacro

Silvio Della Torre (Facebook)



L’anno scorso ipotizzai, sulla scorta di un libro di Mircea Eliade, che l’epidemia (o, per meglio dire, il modo con cui veniva affrontata e combattuta) rappresentasse per i popoli una sorta di iniziazione.

Come nei riti di passaggio delle società primitive era richiesto il superamento di alcune prove quali la reclusione in un luogo determinato, l’espulsione dalla comunità, la sottrazione del respiro ed infine l’accettazione di un evento traumatico, così, durante la pandemia, la risposta delle autorità si era basata sul confinamento, sul distanziamento sociale, sulla mascherina ed infine su un evento in qualche modo cruento come il vaccino. Quest’ultimo,al pari del tatuaggio, della ferita o dell’escissione di un dente presso le tribù primitive, rappresentava il momento in cui si sarebbe entrati a far parte a pieno titolo della comunità, acquisendo una nuova condizione. Questa trasformazione sarebbe poi stata ritualizzata attraverso i successivi richiami in forme anch’esse riscontrabili nelle religioni precristiane.

 Queste impressionanti coincidenze potevano naturalmente essere casuali, ma è pure possibile – e questa è l’ipotesi che ritenevo e ritengo più probabile – che dietro di esse vi sia un attento lavoro di comunicatori, psicologi del profondo e antropologi.

In fondo, l’idea che gli intellettuali di riferimento della narrazione pandemica siano i gazzettieri del terrore o i televirologi di regime risulta alquanto limitativa.

 I think tank che hanno organizzato questo sconvolgimento sono sicuramente composti da persone sofisticate, non certo dai volgari cialtroni che abbiamo imparato a conoscere in questi mesi per la loro invadenza mediatica.

L’ipotesi così formulata mi ha naturalmente attirato le solite accuse di complottismo. Io me ne faccio una ragione e, avendo poco da perdere, rilancio.

Sono convinto che anche la creazione di capri espiatori, che è una delle caratteristiche tipiche di questi due anni, sia stata attentamente pianificata.

In questi diciotto mesi diverse categorie di cittadini sono state poste sulla graticola. Si è incominciato con i meridionali che se ne sono tornati a casa all’inizio del lockdown, per poi continuare con i runners, i trasgressori delle regole di distanziamento, i discotecari. Ora è il turno dei non vaccinati, accomunati dallo sprezzante epiteto di no vax, e fatti oggetto di una violenta campagna d’odio, che assume ogni giorno che passa le forme ignobili della persecuzione.

Tutto questo, come dicevo, non è casuale, ma risponde a una tendenza ben radicata nelle società umane e certo nota ai cervelli che hanno ideato questo piano perverso, per quanto sconosciuta all’italiano semi colto e semi scemo che costruisce la sua cultura ingurgitando serial televisivi e talk show.

Il grande studioso francese Renè Girard scrisse negli anni Sessanta del secolo scorso un testo fondamentale dal titolo : La violenza e il sacro.

Secondo l’autore tutti i riti , ivi compresi quelli di passaggio, avrebbero un’origine comune.

Le società arcaiche, nei momenti di crisi, durante le quali le differenze tendono ad appiattirsi ( io, legato alla tradizione marxista, direi: nel momento in cui le vecchie strutture sociali, culturali e religiose entrano in crisi) rischiano seriamente la dissoluzione.

La possibilità che un’epidemia o una carestia o un qualche altro evento avverso, alimentando i contrasti latenti nel gruppo, scatenino una violenza generalizzata e disgregatrice è molto alta. Ecco allora che viene individuato un capro espiatorio, appartenente ai vertici (un re) o, più facilmente, ai livelli bassi della gerarchia sociale ( uno straniero, un vagabondo o un disabile), cui si attribuisce la responsabilità delle disgrazie che affliggono la comunità.

Il successivo linciaggio di cui questa figura è fatta oggetto ristabilisce l’ordine culturale, sociale e religioso. La violenza collettiva di tutti contro uno ricrea l’unità del gruppo, impedendo la violenza indifferenziata e distruttiva di tutti contro tutti.

 I vari riti altro non fanno che rievocare questo evento fondativo e tendono a preservare il nuovo ordine costituito.

Nelle società moderne, dove il diritto svolge una funzione regolatrice, questo processo in genere non si presenta o non si presenta in queste forme brutali.

L’esperienza del nazismo, con la creazione del grande capro espiatorio rappresentato dagli ebrei, sta però a dimostrare che questo rischio può manifestarsi in qualsiasi momento e oggi ci troviamo, per l’appunto, in uno di quei momenti.

Il potere alimenta la divisione e individua dei responsabili immaginari dei disastri che esso stesso ha provocato, indirizzando contro di loro la rabbia della maggioranza.

Vedremo nei prossimi mesi se questo tentativo andrà a buon fine o se si riuscirà a fermare questa brusca virata in direzione della barbarie.



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