Il Viaggio.

Il Viaggio.

India 1parte


Asia, questo tempo, in Bangla è passato come la neve su di un ramo a primavera, lente gocce che scivolano, finalmente toccano terra, una terra umida ma che ancora ha bisogno di acqua. È passato lento. Come il tempo che avevo aspettato per raggiungere l’Asia, ancora. Nomi che non ricordo e strade come tante ne ho viste , ne più brutte ne più belle, risaie, e contro ogni aspettativa poca pochissima acqua. Ma ovviamente non è di questo che stiamo parlando, parliamo dell’inizio di un viaggio cominciato in un telefono che non mi sta dietro, parliamo di aspettative per un cammino che, spero sia ancora lungo, molto lungo, fino alle montagne e verso i grandi fiumi. Parliamo di Asia di Filippo. Non so quante sigarette ho fumato cercando un tramonto, cercando un colore , credendo già qui di trovare il piacere. No, questo è stata solo una prova di resistenza, resistenza al caldo, che ti mozza il fiato, agli uomini che sempre sono pieni di de stessi, hai mezzi che cercano in ogni maniera di ucciderti. Ma io sono ancora qui, col giallo sulle dita e gli occhi sgranati per vedere meglio. Facile dire Asia quando sono le valli della giungla a farti compagnia, impegnativo quando il sorriso non c’è , non c’è l’acqua e niente di verde ti dice speranza, ma anche questo è il viaggio. Anzi forse è proprio questo che mi serviva per poter partire più tranquillo, nella follia adesso sono pronto, pronto al peggio e spugna al meglio,Dacca non molla il suo delirio di traffico e c’è chi dice che l’India non è da meno. Mi faccio forte allora dell’esperienza altrui e cercherò di stare il più lontano possibile da tutto questo. Necessito di silenzio. Sì. Silenzio nella mente e nel cuore. È passato troppo tempo da quando viaggiare non aveva termine, da quando potevo decidere quale barca prendere e lasciarmi andare,treno o bus non è la differenza, l’ADIFFERENZA è non doverci pensare. Come le righe che amico Word correggerà. La differenza è andare come un fiume, guardando la cartina e puntare un altro dito. Domani potrei essere lì.

Così sta finendo questo pezzo di Asia, il più triste che mi sia capitato, il più mussulmano devo dire dei paesi mussulmani dove sono stato, brutto dirlo ma non mi vengono parole diverse: 28 giorni senza uscire, nemmeno nelle Filippine dove potevano rubarmi mi è capitato tanto, nemmeno in Thailandia dove mi arrabbiavo per non aver il tempo di capire dove ero, il tempo per un angolo lo avevo, qui se ti siedi in un angolo sei circondato, circondato da facce, nemmeno parole. Nemmeno quello stupido inglese che conosco, occhi che ti guardano e vorrebbero ma non possono , occhi che ti guardano e si domandano chi sei e che vuoi. Io non voglio niente, io vorrei solo stare seduto a respirare e vedere quello che passa. Difficile se non impossibile. O magari mi manca ancora una parte di zen che oltrepassi gli sguardi, non sono capace. Così 28 giorni li ho passati in cella con il mio lavoro con i miei trip guardando mappe ma anche no, per non aspettarmi nulla, notti insonni come nemmeno la peggiore delle astinenze, perché astinenza non c’è se non di vita. Come adesso che è il 1 e il soffitto è il mio migliore amico, non è bello, sarei uscito, in ogni dove sarei andato a fare 2 passi. Fermo ad un bar o in giro con moto taxi o un taxi 3-4 euro per vedere la città. Anche quella peggiore. Non c’è stato modo. Ricordo villaggi in Africa dove passeggiavo vedendo topi che avrei mangiato a cena sedendomi di fianco a vecchi che nemmeno mi guardavano non per cattiveria ma perché cechi di cataratta senza misura, ma sapevano che ero lì, e io li salutavo alzandomi perché era giusto farlo, invisibile ma presente. Adesso voglio partire, per le montagne e vedere quanto l’uomo mi può ostacolare , quanto queste linee di frontiera possono fermarmi e quanto io ho la forza di resistere, di andare avanti. Adesso inizia il viaggio in Asia senza preti, senza case, così arrivando per non pensare a dover partire, si parte, quando è tempo.


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