IL CIELO CHE NON CI RACCONTANO

IL CIELO CHE NON CI RACCONTANO

@CodexOfSecrets

Modificazione meteorologica, geoingegneria e costruzione della percezione collettiva


Negli ultimi anni siamo stati progressivamente abituati a interpretare quasi ogni anomalia atmosferica attraverso una sola chiave di lettura: il cambiamento climatico. Le estati più calde, le grandinate violente, le siccità prolungate, le precipitazioni improvvise e concentrate, così come gli eventi estremi che colpiscono aree sempre più vaste, vengono presentati come manifestazioni di un sistema climatico ormai alterato dall’attività umana.

Che il clima stia cambiando è un tema che merita certamente di essere studiato con serietà. Il problema nasce, però, quando questa spiegazione diventa così totalizzante da impedire qualsiasi altra domanda. Esiste infatti un aspetto della realtà atmosferica di cui si parla molto meno e che, invece, dovrebbe essere considerato con altrettanta attenzione: da decenni l’uomo possiede tecnologie capaci di intervenire artificialmente su alcuni processi meteorologici. Non si tratta di ipotesi prive di fondamento, né di teorie nate ai margini della rete. La modificazione meteorologica esiste, è documentata, è stata utilizzata in passato per finalità civili e militari e continua ancora oggi a essere oggetto di ricerca, finanziamenti e applicazioni operative. La questione, quindi, non dovrebbe essere semplicemente se sia possibile modificare il tempo atmosferico. Sappiamo già che, entro determinati limiti, è possibile. La vera domanda è un’altra: quanto sappiamo realmente di ciò che viene sperimentato, sviluppato e utilizzato sopra le nostre teste?


Quando la modificazione del tempo diventò uno strumento militare

Uno dei precedenti storici più significativi è rappresentato da Project Popeye, il programma statunitense di modificazione meteorologica utilizzato durante la guerra del Vietnam.

Un memorandum del Dipartimento di Stato americano del 13 gennaio 1967 descriveva l’obiettivo dell’operazione con estrema chiarezza: aumentare artificialmente le precipitazioni attraverso tecniche di cloud seeding, in modo da rendere più difficili gli spostamenti e le operazioni logistiche lungo alcune vie di rifornimento utilizzate dalle forze nordvietnamite. Il documento definiva il progetto come un “non-publicized effort”, vale a dire un’attività che non avrebbe dovuto essere resa pubblica. Oggi possiamo ricostruire ciò che avvenne perché quella documentazione è stata successivamente declassificata.

Questo episodio non dimostra, naturalmente, che un programma analogo esista oggi in Europa. Dimostra però qualcosa di estremamente importante: l’idea secondo cui un governo non potrebbe utilizzare tecniche di modificazione meteorologica senza informare la popolazione è storicamente falsa. È già accaduto, ed è accaduto in un contesto nel quale il controllo delle precipitazioni veniva considerato uno strumento strategico.

La questione assunse una rilevanza tale da portare, nel 1977, alla firma della Convenzione ENMOD delle Nazioni Unite, entrata in vigore l’anno successivo, con la quale veniva vietato l’uso militare o comunque ostile di tecniche capaci di modificare deliberatamente i processi naturali dell’ambiente.

È difficile non porsi una domanda. Perché elaborare un trattato internazionale destinato a regolamentare l’uso ostile di tecnologie che, secondo la percezione comune, dovrebbero appartenere al campo della fantascienza?


La modificazione meteorologica esiste ed è già operativa

La World Meteorological Organization definisce la weather modification come un intervento deliberato sull’atmosfera finalizzato a modificare determinate condizioni meteorologiche locali. Tra le tecniche più note rientrano il cloud seeding, utilizzato per favorire pioggia o neve, i programmi destinati alla riduzione della grandine e alcune forme di dispersione della nebbia. Non si tratta soltanto di sperimentazioni. In diversi Paesi esistono programmi operativi veri e propri.

La Grecia, ad esempio, dispone di un sistema nazionale antigrandine basato sull’utilizzo di radar meteorologici, aeromobili e ioduro d’argento. I velivoli vengono indirizzati verso le celle temporalesche e rilasciano sostanze con l’obiettivo di modificare i processi di formazione del ghiaccio all’interno delle nubi. In altre parole, esistono governi europei che intervengono deliberatamente sui processi fisici delle tempeste. Questo non significa che siano in grado di controllare perfettamente il tempo atmosferico, né che tali interventi producano sempre gli effetti desiderati. Significa però che la tecnologia esiste, viene utilizzata e dispone di infrastrutture dedicate. Eppure tutto ciò rimane quasi completamente estraneo alla percezione comune.


Anche l’Italia ha già modificato artificialmente le precipitazioni

La storia italiana è particolarmente interessante proprio perché mostra quanto possa essere sottile il confine tra informazione pubblica e conoscenza reale.


Il 28 ottobre 2003 la Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana pubblicò un bando relativo a un “servizio di stimolazione artificiale della pioggia e monitoraggio da effettuare sull’intero territorio della Regione Puglia”. L’importo previsto era di tre milioni di euro, IVA esclusa. Il progetto comprendeva attività operative di volo, monitoraggio radar e pluviometrico, raccolta dati e supporto alle infrastrutture terrestri e agli aeromobili.

Non si trattava, quindi, di una semplice ricerca teorica. Le istituzioni italiane hanno effettivamente finanziato attività finalizzate alla stimolazione artificiale delle precipitazioni. Eppure quanti cittadini ne sono consapevoli? È proprio qui che il discorso diventa più sottile. Non tutto ciò che rimane sconosciuto deve necessariamente essere segreto. Un’informazione può essere formalmente pubblica e, nello stesso tempo, completamente assente dalla coscienza collettiva. È sufficiente che rimanga confinata in documenti tecnici, bandi amministrativi, bollettini regionali e pubblicazioni specialistiche. La trasparenza formale, quindi, non coincide necessariamente con la trasparenza reale.


Dai velivoli ai droni

Negli ultimi anni il settore ha compiuto un ulteriore salto tecnologico.

Il progetto europeo CLOUDLAB, coordinato dall’ETH Zürich e finanziato con circa 3,5 milioni di euro, ha utilizzato droni per introdurre artificialmente particelle nucleanti all’interno di nubi superraffreddate, allo scopo di studiare i processi di formazione del ghiaccio e delle precipitazioni.

Il dato è significativo perché dimostra come la tecnologia stia diventando progressivamente più precisa, autonoma e flessibile. Non è più necessario immaginare soltanto grandi aeromobili impegnati in operazioni facilmente visibili. Esistono ormai droni, generatori terrestri, flare, palloni e sistemi automatici capaci di disperdere sostanze nell’atmosfera. Di conseguenza, anche la nostra percezione del fenomeno dovrebbe cambiare. Pensare alla modificazione meteorologica esclusivamente come a una grande operazione aerea appartiene ormai a una concezione superata.


Le definizioni contano più di quanto sembri

Nel 2023 la Commissione europea, rispondendo a un’interrogazione parlamentare, dichiarò di non finanziare progetti finalizzati alla modificazione del tempo o del clima.

Nella stessa risposta, però, riconobbe di non monitorare sistematicamente i programmi di weather modification portati avanti dagli Stati membri. Nel frattempo, CLOUDLAB era già operativo. La contraddizione può essere spiegata, almeno in parte, attraverso il modo in cui vengono classificate le diverse attività. Se introduco particelle in una nube per studiarne il comportamento, posso definire l’attività come ricerca atmosferica. Se utilizzo la stessa tecnica con lo scopo di aumentare le precipitazioni, si parla di weather modification. Se l’intervento viene esteso su scala più ampia allo scopo di alterare la quantità di radiazione solare, entriamo nel campo della geoingegneria. In pratica diventa una questione semantica. La tecnologia può appartenere allo stesso continuum, ma a cambiare è soprattutto la finalità dichiarata. Questo dovrebbe renderci molto più prudenti quando interpretiamo formule istituzionali apparentemente rassicuranti.


Dai sali d’argento ai nuovi materiali

Anche i materiali utilizzati stanno evolvendo. Il brevetto statunitense US11958748B2, concesso nel 2024, descrive particelle composte da reduced graphene oxide e nanoparticelle di biossido di silicio, indicate tra le possibili applicazioni proprio per il cloud seeding. Secondo il brevetto, il materiale favorirebbe la nucleazione del ghiaccio a temperature relativamente elevate. Naturalmente, è difficile dimostrare che l’esistenza di un brevetto provi che quel materiale venga oggi utilizzato nei cieli europei. Esso dimostra però che la ricerca non si è fermata e che nuovi composti vengono sviluppati, testati e brevettati con l’obiettivo di rendere sempre più efficace l’interazione artificiale con i processi delle nubi. E qui nasce una domanda che non dovrebbe essere liquidata con leggerezza: se il settore fosse davvero marginale e privo di prospettive concrete, perché continuare a investire denaro, tempo e ricerca nello sviluppo di materiali sempre più sofisticati?


Grandine e conseguenze impreviste

Un altro elemento particolarmente interessante riguarda la grandine. Nel 2026 alcuni ricercatori dell’ETH Zürich hanno simulato gli effetti dell’introduzione di ioduro d’argento in otto tempeste osservate tra Svizzera e Germania. In molte simulazioni, mentre diminuiva l’area complessivamente colpita dalla grandine, aumentava la dimensione media dei chicchi. Il risultato assume un interesse particolare alla luce delle violente grandinate osservate recentemente anche nel Nord Italia.


Ciò che viene disperso non scompare

Un altro aspetto riguarda il destino delle sostanze utilizzate. Uno studio condotto in Aragona, in Spagna, ha rilevato concentrazioni di argento più elevate nelle precipitazioni e nei terreni prossimi alle aree interessate da programmi basati sull’utilizzo di ioduro d’argento. E questo dimostra che ciò che viene disperso nell’atmosfera può successivamente essere rintracciato nell’ambiente. Le sostanze non scompaiono. Ricadono, si depositano e possono essere misurate. E, in determinate condizioni, possono accumularsi. Di conseguenza, la questione non dovrebbe essere soltanto se tali sostanze siano utilizzate, ma chi ne controlli gli effetti nel lungo periodo e con quale livello di indipendenza.


Quando modificare una nube non basta più

A questo punto il passaggio dalla modificazione meteorologica alla geoingegneria appare quasi naturale. Non si tratta più di intervenire su una singola nube, ma di modificare la quantità di radiazione solare che raggiunge la superficie terrestre.

È il campo della Solar Radiation Modification. Tra le tecniche maggiormente discusse vi è la Stratospheric Aerosol Injection, che prevede l’introduzione di particelle nella stratosfera con lo scopo di riflettere una parte della radiazione solare. Nel 2024 i consulenti scientifici della Commissione europea hanno raccomandato una moratoria sul suo utilizzo operativo, pur sostenendo la prosecuzione della ricerca. Tra i rischi presi in considerazione figurano possibili alterazioni delle precipitazioni, effetti sugli ecosistemi, conseguenze sull’agricoltura e tensioni geopolitiche. Anche questo dovrebbe far riflettere.

Se queste tecnologie fossero irrilevanti, perché studiarle?

Se fossero impossibili, perché regolamentarle?

Se fossero prive di rischi, perché proporre una moratoria?


Il vero terreno di battaglia è la percezione

È però quando si passa dalla meteorologia alla comunicazione che il discorso diventa ancora più delicato. Il cittadino medio non interpreta il clima attraverso serie storiche, modelli complessi o analisi statistiche. Lo interpreta attraverso ciò che vede e ciò che gli viene raccontato.

Una grandinata diventa un titolo.

Una siccità diventa un’emergenza.

Un’alluvione diventa una prova.

Una temperatura eccezionale diventa un simbolo.

La ricerca sulla percezione del rischio mostra che l’esperienza di eventi meteorologici estremi può influenzare il modo in cui le persone valutano il cambiamento climatico e, soprattutto, la loro disponibilità a sostenere determinate politiche. Un ruolo decisivo viene svolto dall’attribuzione causale: non conta soltanto vivere un evento estremo, ma anche convincersi che quell’evento sia stato prodotto dal cambiamento climatico. È un meccanismo estremamente potente. Perché quando una popolazione viene abituata a interpretare ogni fenomeno atmosferico attraverso la stessa chiave, quella spiegazione finisce per diventare automatica. Così, la grandine diventa cambiamento climatico, la siccità diventa cambiamento climatico, l’alluvione diventa cambiamento climatico, il caldo diventa cambiamento climatico. E, a quel punto, il confine tra informazione, costruzione della percezione e propaganda diventa sempre più sottile.


Dalla paura al consenso

Una popolazione convinta di vivere in una condizione permanente di emergenza tende ad accettare misure che, in condizioni normali, potrebbe considerare eccessive.

Nuove tasse possono essere presentate come necessarie.

Limitazioni alla mobilità diventano sacrifici responsabili.

Cambiamenti nelle abitudini alimentari diventano sostenibilità.

Trasformazioni profonde dell’agricoltura vengono presentate come inevitabili.

Nuovi sistemi di controllo dei consumi vengono giustificati dall’emergenza. Con questo è difficile dimostrare che tutti gli eventi meteorologici vengano artificialmente prodotti allo scopo di ottenere consenso. Dimostra, però, quanto possa essere potente il controllo della loro interpretazione. Non è sempre necessario creare un fenomeno: può essere sufficiente stabilire quale significato debba assumere nella percezione collettiva.


Nonostante negli ultimi anni stiamo assistendo a continui scombussolamenti meteorologici, non possediamo prove sufficienti per confermare che tutto ciò che accade sia dovuto all'opera dell'uomo attraverso la manipolazione meteorologica, ma non abbiamo nemmeno ragioni per trattare come irrilevante un settore che, da decenni, sviluppa strumenti proprio per intervenire sui processi atmosferici.

Per questo la domanda più corretta che dovremmo porci dovrebbe essere quanto sappiamo realmente di ciò che viene fatto nel cielo, chi decide di farlo, chi ne controlla gli effetti e quanto di tutto questo viene davvero comunicato alla popolazione.

Perché forse il punto non è che tutto venga nascosto. Forse è che quasi nessuno sappia dove guardare.


Fonti

https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1964-68v28/d274

https://disarmament.unoda.org/en/our-work/weapons-mass-destruction/convention-prohibition-military-or-any-other-hostile-use-environmental-modification-techniques

https://wmo.int/content/wmo-statement-weather-modification

https://elga.gr/en/greek-national-hail-suppression-program/

https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2003/10/28/C-29742/p2

https://cordis.europa.eu/project/id/101021272

https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/E-9-2023-002709-ASW_EN.html

https://patents.google.com/patent/US11958748B2/en

https://acp.copernicus.org/articles/26/9393/2026/

https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0048969721022919

https://research-and-innovation.ec.europa.eu/news/all-research-and-innovation-news/solar-radiation-modification-technologies-cannot-fully-address-climate-change-and-responsible-2024-12-09_en

https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2212420924002735












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