HENTEN HITTI - PANDORA
Bob AccioLa copertina di Pandora non è un semplice involucro, piuttosto si concretizza come un disegno propiziatorio. Una figura umana sospesa a una liana-albero, immersa in un herbier psychédélique di foglie verdi e frutti viola, annuncia che non ci sarà caduta, ma ascensione. Questa freschezza ancestrale domina l'immaginario e promette un viaggio in cui la ritualità colta si fonde con il rigore professionale. Registi severi dirigono un film al crocevia tra l'Antonioni filosofico di Zabriskie Point e il Visconti de Il Gattopardo, svuotati però dai barocchismi della decadenza per far respirare l'essenza nuda e vibrante del suono.
Gli Enten Hitti, guidati da Pierangelo Pandiscia e Gino Ape insieme al veterano Antonio Testa, scolpiscono il tempo. Per capire la profondità di questo scavo è fondamentale guardare chi c'è dietro ogni strumento, laddove i musicisti si trasformano nei personaggi attivi di un vero dramma sonoro.
Il sipario si alza con “Archaic”, un incipit che proietta l’ascoltatore lungo l'asse del tempo con un impatto fisico immediato. La voce di Valentina Buroni urla la preistoria, tagliando il mix sonoro come una lama. Sotto di lei, Riccardo Sinigaglia crea il ritmo con le shamanic drums e i flauti arcaici, mentre Antonio Testa – percussionista e musicoterapeuta che dagli anni Novanta studia il suono come cura nelle carceri e negli ospedali – tiene il centro con gravità tellurica. L'elettronica di Gino Ape e i soundscape di Pierangelo Pandiscia completano il quadro, fondendo i circuiti moderni con la materia primordiale di gusci e metalli. Il risultato è una psichedelia magica, immersa in panorami tribali e medievali, capace di far accapponare la pelle nel suo apice sonoro come nella celebre scena delle scimmie di Kubrick.
Questa tensione evolve in “Tribalia”, dove l’ago della bilancia si sposta su piani eco-centrici. Qui Testa è il cuore pulsante, nel senso che le sue percussioni incarnano il battito di una storia scritta nella primitività dell'avventura umana. Pandiscia risponde con lo shell horn, il richiamo ancestrale delle conchiglie, mentre Ape intreccia un oboe antico con sequenze elettroniche. È un'epopea alla scoperta di Madre Natura, in cui il selvaggio si incunea in pattern immaginativi preistorici privi di ornamento. Ogni suono è un passo concreto nella foresta sonora.
Il film cambia registro con “Night Train to Lisbon”, disciogliendo ogni tensione in una navigazione pura. La natura silente diventa protagonista di una rinascita epiteliale e neuronale. È qui che entra in gioco la maestria di Alio Die (Stefano Musso), gigante dell'ambient italiano; qui il suo drone e la sua cetra aggiungono una risonanza floristica che tramuta il brano in un organismo pre-umano. Insieme al trio fondatore, Musso crea tappeti sonori che accarezzano l'ascoltatore, immaginando i miracoli della vita prima dell'avvento dell'uomo. È il momento più "viscontiano" dell'album, denso e rigoroso, un manifesto del mai eccessivo che sperimenta una simbiosi sonora capace di radicare il battito cardiaco al terrestre.
Il tratto finale dell’opera ricalca la forma letteraria di un soliloquio chimico tra spirito e materia. In “Become Wind”, la texture si fa sospingente attraverso un'orchestrazione di vibrafoni, echi e synth deputati a magnificare un vero rapimento dell’anima. Sara Pennacchio – poetessa e danzatrice formata alla Scala – non si limita a recitare haiku, ma li scolpisce nel vento, fondendo parola e respiro. Il metallofono di Pandiscia imita la pioggia, mentre l'elettronica di Ape spinge la corrente, dando corpo alla preghiera laica del disco, dove la tecnica si fa aria pura.
Chiude il disco la title-track, “Pandora”, enunciando il mito attraverso una vera e propria transustanziazione sonora, a dire che la carne e la voce si fanno spirito grazie a Cristina Nemeth, terapeuta vocale ed esperta di frequenze di guarigione. Il suo canto folk improvvisato (Elindultam szép hazámból) supera il semplice folklore; il suo è un atto di resistenza spirituale, un dialogo misterioso con ere lontane che porta alla luce quella "têtu espérance" (ostinata speranza) rimasta sul fondo del vaso. Testa, Ape e Pandiscia creano lo spazio sacro in cui questa materia vocale si muta in divino, risuonando tra percussioni costanti, un oboe piangente e metallofoni luminosi.
Unire pancia e tecnica era l'unica via possibile e Pandora è un disco che prende per la collottola e obbliga all'ascolto, ma lo fa con la grazia di chi sa che la tecnica è solo un mezzo per toccare l'anima. Come in un grande film, i registi (gli Enten Hitti e Testa) hanno valorizzato ogni attore senza lasciare che l'ego prendesse il sopravvento. Il risultato è un'opera che unisce il rito alla professionalità, il tagliente al fluttuante, in un equilibrio perfetto in cui tutto si trasforma in spiritualità. In un'epoca di musica liquida, Pandora è solida come la roccia e vitale come la copertina che la racchiude, come un racconto in cui l'anima incontra la tecnica, offrendo una totale verità sonora.
Probabilmente un disco necessario. Da ascoltare ad occhi chiusi, preferibilmente di notte, lasciandosi sospendere a quella liana-albero che conduce verso la luce.

https://entenhitti.bandcamp.com/album/pandora-by-antonio-testa-enten-hitti