Donne, matrimonio e questione sessuale
Parte IIILenin si alzò bruscamente, batté la mano sul tavolo e fece qualche passo nella camera. «La rivoluzione esige concentrazione, tensione delle forze. Dalle masse e dagli individui. Essa non può tollerare stati orgiastici, del genere di quelli propri delle eroine e degli eroi decadenti di DʼAnnunzio. Gli eccessi nella vita sessuale sono un segno di decadenza borghese. Il proletariato è una classe che sale. Non ha bisogno di inebriarsi, di stordirsi, di eccitarsi. Non chiede di ubriacarsi né con eccessi sessuali né con alcool. Non deve dimenticare e non dimenticherà la bassezza, il fango e la barbarie del capitalismo. Attinge i suoi maggiori impulsi alla lotta dalla situazione della sua classe e dallʼideale comunista. Ciò che gli è necessario è la chiarezza ed ancora una volta la chiarezza. Così, lo ripeto, niente debolezza, niente sciupio o distruzione di forze. Dominarsi, disciplinare i propri atti non è schiavitù, neanche in amore. Ma scusami, Clara, mi sono molto allontanato dal punto di partenza della nostra conversazione. Perché non mi hai richiamato allʼordine? Mi sono lasciato trasportare dalla foga. Lʼavvenire della nostra gioventù mi preoccupa molto. La gioventù è una parte della rivoluzione. Ora, se le influenze nocive della società borghese cominciano a raggiungere anche il mondo della rivoluzione, come le radici largamente ramificate di certe erbacce, è meglio reagire in tempo. Tanto più che tali questioni fanno anche parte del problema femminile».
Lenin aveva parlato con molta vivacità e convinzione. Sentivo che ognuna delle sue parole gli veniva dal fondo del cuore; lʼespressione del suo viso ne era la prova. Un movimento energico della mano sottolineava talvolta il suo pensiero. Ciò che mi colpiva era di vedere Lenin porre una così grande attenzione, oltre che ai problemi politici più urgenti e gravi, alle questioni secondarie e analizzarle con tanta cura, non limitandosi a ciò che riguardava la Russia sovietica, ma occupandosi anche dei Paesi capitalistici. Da perfetto marxista, Lenin affrontava il problema con spirito pratico, sotto qualsiasi forma si manifestasse, e ne valutava lʼimportanza in rapporto al generale, al tutto. La sua volontà, la sua aspirazione vitale, la sua energia, irresistibile come una forza della natura, erano tutte dirette ad accelerare lʼattività delle masse per la rivoluzione. Lenin valutava ogni fenomeno dal punto di vista dellʼinfluenza che può esercitare sulle forze, nazionali ed internazionali, con una coscienza sviluppata, capace di dirigere la rivoluzione, poiché vedeva sempre davanti a sé, tenendo pienamente conto della particolarità storica nei differenti Paesi e delle diverse tappe nel loro sviluppo, una sola ed indivisibile rivoluzione proletaria mondiale.
«Come rimpiango, compagno Lenin – esclamai – che centinaia e migliaia di persone non abbiano sentito le tue parole. Per me, lo sai bene, non hai bisogno di convincermi. Ma sarebbe estremamente importante che la tua opinione fosse conosciuta dai tuoi amici come dai tuoi nemici».
Lenin sorrise.
«Un giorno forse pronuncerò un discorso o scriverò su questo argomento. Non ora, più tardi. Oggi dobbiamo concentrare tutto il nostro tempo e tutte le nostre forze su altre questioni. Per ora abbiamo altri problemi più gravi e più ardui. La lotta per il mantenimento e il consolidamento del potere sovietico è ancora molto lontana dallʼessere terminata. Dobbiamo ancora trarre i migliori vantaggi possibili dalla guerra con la Polonia. Vrangelʼ¹ è sempre nel Sud. Ho la ferma convinzione, è vero, che la spunteremo; il che darà da riflettere agli imperialisti francesi e inglesi e ai loro piccoli vassalli. Ma la parte più difficile del nostro lavoro, la ricostruzione, resta ancora da compiere. Attraverso questo processo acquisteranno importanza la questione dei rapporti tra i sessi e la questione del matrimonio e della famiglia diverranno problemi correnti. Nellʼattesa, bisogna lottare sempre e dovunque. Non si deve permettere che tali questioni siano trattate non marxisticamente, che creino un terreno favorevole per deviazioni e deformazioni dannose. Ed ora vengo al tuo lavoro».
Lenin guardò lʼora. «Il tempo di cui disponevo – egli disse – è passato per metà. Ho parlato troppo. Metti per iscritto le tue proposte per il lavoro comunista tra le donne. Conoscono i tuoi principi e la tua esperienza: la nostra conversazione perciò sarà breve. Al lavoro dunque!… Quali sono i progetti?».
Glieli esposi. Mentre parlavo Lenin fece più volte cenni di approvazione. Quando terminai lo guardai con aria interrogativa.
«Dʼaccordo – disse Lenin. – Discutine con Zinovʼev. Sarebbe bene se potessi discuterne anche in una riunione di dirigenti comuniste. Peccato, peccato veramente che la compagna Ines² non sia qui. È malata è dovuta andare nel Caucaso. Dopo la discussione mettete le proposte per iscritto. Una commissione le esaminerà e quindi lʼEsecutivo deciderà. Desidero solo chiarire alcuni punti su cui condivido la vostra opinione. Mi sembrano importanti per il nostro attuale lavoro di agitazione e propaganda, se questo lavoro deve veramente portarci allʼazione e a una lotta coronata da successo. Le tesi devono mettere bene in luce che soltanto attraverso il comunismo si realizzerà la vera libertà della donna. Bisogna sottolineare i legami indissolubili che esistono tra la posizione sociale e quella umana della donna: questo servirà a tracciare una linea chiara e indelebile di distinzione tra la nostra politica e il femminismo. Questo punto sarà anche la base su cui trattare il problema della donna come parte della questione sociale, come problema che tocca i lavoratori, per collegarlo solidamente con la lotta di classe del proletariato. Il movimento comunista femminile deve essere un movimento di massa, una parte del movimento generale di massa, non solo del proletariato, ma di tutti gli sfruttati e di tutti gli oppressi, di tutte le vittime del capitalismo e di ogni altra forma di schiavitù. In ciò sta il suo significato nel quadro delle lotte di classe del proletariato e della sua creazione storica: la società comunista.
Noi possiamo a buon diritto essere fieri di avere nel partito e nellʼInternazionale il fiore delle donne rivoluzionarie. Ma non basta. Noi dobbiamo attrarre nel nostro campo i milioni di donne lavoratrici delle città e dei villaggi. Dobbiamo attrarle dalla nostra parte perché contribuiscano alle nostre lotte e particolarmente alla trasformazione comunista della società. Senza le donne non può esistere un vero movimento di massa. Le nostre concezioni ideologiche comportano problemi organizzativi specifici. Nessuna organizzazione particolare per le donne. Una donna comunista è membro del partito non meno di un uomo comunista. Non deve esserci al riguardo unʼimpostazione particolare. Tuttavia non dobbiamo nasconderci che il partito deve avere enti, gruppi di lavoro, commissioni, comitati, uffici o quel che più piacerà, con il compito specifico di risvegliare le masse femminili, di mantenere con esse i contatti e di influenzarle. Il che, è ovvio, esige un lavoro sistematico.
Noi dobbiamo educare le donne che guadagneremo alla nostra causa e renderle capaci di partecipare alla lotta di classe del proletariato sotto la guida del partito comunista. Non mi riferisco soltanto alle donne proletarie che lavorano in fabbrica o in casa. Anche le contadine povere, le piccole borghesi sono vittime del capitalismo e lo sono in misura ancora maggiore dallo scoppio della guerra. La mentalità antipolitica, antisociale, retriva di queste donne, lʼisolamento a cui le costringe la loro attività, tutto il loro modo di vivere: questi sono i fatti che sarebbe assurdo, assolutamente assurdo, trascurare. Abbiamo bisogno di organismi appropriati per condurre il lavoro tra le donne. Questo non è femminismo: è la via pratica, rivoluzionaria».
Dissi a Lenin che le sue parole mi davano coraggio: molti compagni, e buoni compagni per giunta, si opponevano decisivamente allʼidea che il partito costituisse organizzazioni particolari per il lavoro tra le donne. Essi la scartavano come femminismo e come ritorno alle tradizioni socialdemocratiche e sostenevano che i partiti comunisti, accordando per principio parità di diritti a uomini e donne, dovessero lavorare senza far differenze di sorta tra le masse lavoratrici. Le donne devono essere ammesse nelle nostre organizzazioni come gli uomini e senza alcuna distinzione. Ogni discriminazione nellʼagitazione come nellʼorganizzazione, dettata dalle circostanze descritte da Lenin, era bollata di opportunismo, considerata da coloro che si opponevano come una capitolazione e un tradimento.
«Questa non è né una novità né una prova – disse Lenin – e tu non devi lasciarti sviare. Perché non abbiamo mai avuto nel partito un numero eguale di uomini e donne, neanche nella repubblica sovietica? Perché è cosi esiguo il numero delle donne lavoratrici iscritte nei sindacati? I fatti debbono indurci a riflettere. Riconoscere la necessità di organizzazioni differenziate per il nostro lavoro tra le masse femminili significa avere una concezione non diversa da quella dei nostri più radicali e altamente morali amici del Partito comunista operaio secondo i quali dovrebbe esistere unʼunica forma organizzativa: i sindacati operai. Li conosco. Molti rivoluzionari affetti da confusionismo si richiamano ai principi “quando mancano dʼidee”, cioè quando la loro intelligenza è chiusa ai fatti puri e semplici, ai fatti che vanno tenuti in considerazione. Ma come possono i custodi del “principio puro” adattare le loro idee alle esigenze della politica rivoluzionaria che il momento storico comporta? Tutte quelle chiacchiere vanno in fumo di fronte alle necessità inesorabili. Soltanto se milioni di donne sono con noi possiamo esercitare la dittatura del proletariato, possiamo costruire seguendo direttrici comuniste. Dobbiamo trovare la maniera di raggiungerle, dobbiamo studiare per trovare questa maniera. Perciò è giusto formulare rivendicazioni a favore delle donne: non si tratta già di un programma minimo, di un programma di riforme nel senso dei socialdemocratici della Seconda Internazionale. Non è un riconoscimento dellʼeternità o per lo meno della lunga durata del potere della borghesia e della sua forma statale. Non è un tentativo di appagare le donne con delle riforme e fuorviarle dal cammino della lotta rivoluzionaria. Non si tratta né di questo né di altri trucchi riformisti. Le nostre esigenze si spiegano con le conclusioni pratiche che abbiamo tirato dalle necessità pressanti, dalla vergognosa umiliazione della donna e dai privilegi dellʼuomo.
Noi odiamo, sì, odiamo tutto ciò che tortura e opprime la donna lavoratrice, la massaia, la contadina, la moglie del piccolo commerciante e, in molti casi, la donna delle classi possidenti. Noi rivendichiamo dalla società borghese una legislazione sociale a favore della donna perché della donna noi comprendiamo la situazione e gli interessi ai quali dedicheremo le nostre cure durante la dittatura del proletariato. Naturalmente non come fanno i riformisti, non facendo uso di blande parole per convincere le donne a starsene inattive, non tenendole alla briglia. No, naturalmente no, ma, come si conviene a rivoluzionari, chiamandole a lavorare da pari a pari per trasformare la vecchia economia e la vecchia ideologia».
Assicurai Lenin che condividevo le sue idee, le quali, però, avrebbero certamente incontrato resistenza e sarebbero state giudicate come opportunismo pericoloso da elementi incerti e pavidi. Né si poteva dʼaltronde negare che le nostre rivendicazioni immediate in favore delle donne avrebbero potuto essere interpretate ed espresse male.
«Sciocchezze! – rispose Lenin quasi in collera. – Questo pericolo è insito in tutto ciò che diciamo e facciamo. Se questo timore dovesse distoglierci dal fare quel che è giusto e necessario, tanto varrebbe diventare stiliti indiani. Non muovetevi, non muovetevi! Contempliamo i nostri principi dallʼalto di una colonna! Naturalmente, ci preoccupiamo non solo del contenuto delle nostre rivendicazioni, ma anche del modo come le formuliamo. Naturalmente non formuleremo le nostre rivendicazioni per le donne come se contassimo meccanicamente i grani del nostro rosario. No, secondo le esigenze del momento, lotteremo ora per questo obiettivo ora per quello. E, naturalmente, tenendo sempre presenti gli interessi generali del proletariato.
Ciascuna di queste lotte ci schiera contro i rispettabili rapporti borghesi e i loro non meno rispettabili ammiratori riformisti, che noi costringeremo a lottare al nostro fianco, sotto la nostra bandiera, il che essi non vogliono, o denunceremo per quello che sono. In altri termini, la lotta mette in luce le differenze tra noi e gli altri partiti, mette in luce il nostro comunismo. Ci assicura la fiducia delle masse femminili che si sentono sfruttate, asservite, oppresse dallʼuomo, dal datore di lavoro, da tutta la società borghese. Tradite e abbandonate da tutti, le lavoratrici riconosceranno che devono lottare al nostro fianco. Occorre che rammenti di nuovo che le lotte per le nostre rivendicazioni a favore delle donne devono essere legate alla finalità di impadronirsi del potere e di realizzare la dittatura del proletariato? Questo è oggi il nostro obiettivo fondamentale. Ma non basta semplicemente formularlo di continuo, come se suonassimo le trombe di Gerico, perché le donne si sentano attratte irresistibilmente alla nostra lotta per il potere statale. No, no! Le donne devono acquistare coscienza del legame politico che esiste tra le nostre rivendicazioni e le loro sofferenze, i loro bisogni, le loro aspirazioni. Devono comprendere quello che vuol dire per loro la dittatura del proletariato: completa eguaglianza con lʼuomo di fronte alla legge e nella pratica, nella famiglia, nello Stato, nella società; la fine del potere della borghesia».
«La Russia sovietica ne è una prova», interruppi.
«Questo grande esempio ci servirà per insegnare – continuò Lenin. – La Russia sovietica pone le nostre rivendicazioni a favore delle donne in una nuova luce. Sotto la dittatura del proletariato queste rivendicazioni non sono oggetto di lotta tra il proletariato e la borghesia. Esse appartengono alla struttura della società comunista, esse indicano alle donne degli altri paesi lʼimportanza decisiva della presa del potere da parte del proletariato. Bisogna che la differenza sia decisamente sottolineata affinché alla lotta di classe del proletariato partecipino le donne.
Legarle alla nostra causa per mezzo di una chiara comprensione e di una solida base organizzativa è essenziale per i partiti comunisti e per il loro trionfo. Ma non lasciamoci ingannare. Le nostre sezioni nazionali non hanno ancora una visione chiara del problema. Se ne stanno inerti mentre incombe il compito di creare un movimento di massa sotto la direzione dei comunisti. Non comprendono che lo sviluppo e lʼorganizzazione di un movimento di massa è una parte importante di tutta lʼattività del partito, è, in realtà, una Buona metà dellʼintero lavoro del partito. Il riconoscimento occasionale della necessità e del valore di un movimento comunista forte e ben diretto è un riconoscimento a parole, platonico, non un impegno e una preoccupazione costante del partito.
Il lavoro di agitazione e propaganda tra le donne, la diffusione dello spirito rivoluzionario tra di loro, vengono considerati come questioni occasionali, come faccende che riguardano unicamente le compagne. Soltanto alle compagne si rivolgono i rimproveri se il lavoro in questa direzione non procede più speditamente ed energicamente. Ciò è male, assai male. É separatismo bello e buono, è femminismo à rebours, come dicono i francesi, femminismo alla rovescia! Cosa cʼè alla base di questo atteggiamento sbagliato delle nostre sezioni nazionali? In ultima analisi non si tratta altro che di una sottovalutazione della donna e del suo lavoro. Proprio così! Disgraziatamente si può ancora dire di molti compagni: “Gratta un comunista e troverai un filisteo!”. Evidentemente bisogna grattare il punto sensibile: la loro concezione della donna. Può esserci prova più riprovevole della calma acquiescenza degli uomini di fronte al fatto che le donne si consumano nel lavoro umiliante, monotono della casa, sciupano, sperperano energia e tempo, acquistano una mentalità meschina e ristretta, perdono ogni sensibilità, ogni volontà? Naturalmente non alludo alle donne della borghesia che scaricano sulla servitù la responsabilità di tutto il lavoro della casa, compreso lʼallevamento dei bambini. Mi riferisco alla schiacciante maggioranza delle donne, alle mogli dei lavoratori e a quelle che passano le giornate in unʼofficina. Pochissimi uomini – anche tra i proletari – si rendono conto della fatica e della pena che potrebbero risparmiare alla donna se dessero una mano “al lavoro della donna”. Ma no, ciò è contrario ai “diritti e alla dignità dellʼuomo”: essi vogliono pace e comodità. La vita domestica di una donna costituisce un sacrificio quotidiano fatto di mille nonnulla. La vecchia supremazia dellʼuomo sopravvive in segreto. La gioia dellʼuomo e la sua tenacia nella lotta diminuiscono di fronte allʼarretratezza della donna, di fronte alta sua incomprensione degli ideali rivoluzionari: arretratezza e incomprensione che come tarli, nascostamente, lentamente ma senza scampo rodono e corrodono. Conosco la vita dei lavoratori non dai libri soltanto. Il nostro lavoro di comunisti tra le donne, il nostro lavoro politico, comporta una buona dose di lavoro educativo tra gli uomini. Dobbiamo sradicarla del tutto la vecchia idea del “padrone”! Nel partito e tra le masse. È un nostro compito politico non meno importante del compito urgente e necessario di creare un nucleo direttivo di uomini e donne, ben preparati teoricamente e praticamente per svolgere tra le donne unʼattività di partito».
- Pëtr Nikolaevič Vrangelʼ, (1878-1928): generale zarista e ufficiale dellʼesercito contro-rivoluzionario del Don.
- Ines Armand (1875-1920): bolscevica e collaboratrice di Lenin, si occupò dellʼorganizzazione delle operaie.