Difendere l’Italia - 3 di 3
Salvatore Clemente
Prima di tutto il concetto che il territorio dove risiede un popolo è di sua proprietà: è la sua casa. Così come la casa di un individuo è inviolabile e lo Stato è tenuto a difenderne la privatezza, così è inviolabile la casa degli italiani e lo Stato è tenuto a difenderla. In questi ultimi anni, quindi, lo Stato è venuto meno al suo compito principale: difendere la casa e i beni degli italiani e tutti i governi che hanno reso sempre più facile l’immigrazione, sia con normative lassiste sia chiudendo tutti e due gli occhi davanti a quelli che non le rispettavano, debbono essere considerati dagli italiani come governi illegittimi e traditori. Naturalmente il concetto di «casa di un popolo» riguarda il territorio dove risiede un determinato popolo e quindi anche quello dal quale provengono gli immigrati. Se vengono dall’Africa, se vengono dalla Somalia, la loro casa è l’Africa, la loro casa è la Somalia, ed esse hanno diritto allo stesso rispetto che richiediamo per la nostra.
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L’Europa pietra d’inciampo
Sono passati circa settant’anni da quando è stata progettata l’unificazione europea e le conseguenze sono state catastrofiche per tutti gli Stati che vi hanno aderito. Le Nazioni hanno perso la libertà e l’indipendenza, quella libertà e quell’indipendenza che erano state conquistate con le durissime lotte, con l’eroismo e la morte dei patrioti dell’Ottocento e della Prima guerra mondiale. Ma è davvero incredibile e senza senso che abbia potuto perdere l’indipendenza e la libertà proprio quell’Italia che le aveva inseguite disperatamente attraverso i secoli e che le aveva conquistate, cosa che non è successa a nessun popolo al mondo, combattendo, oltre che contro tanti nemici e tante Nazioni immensamente più forti, anche contro i Papi, i «rappresentanti di Dio» in terra.
Dopo settanta anni di tentativi falliti, dopo le tragiche vicende di una crisi che è tutt’altro che una crisi ma una catastrofe economica, politica, culturale, morale quale le Nazioni europee non avevano mai vissuto,(24) si sentono risuonare per l’ennesima volta in questi giorni, le parole dei piccoli dittatori che governano (che fingono di governare) la Grecia, l’Italia, la Francia e che affermano, come ha fatto François Hollande nel suo discorso alla Nazione del 16 maggio 2013: «Nei prossimi due anni faremo l’unione politica europea». Non ha ripetuto le stesse parole il capo del governo italiano Enrico Letta, visitando la Grecia due mesi dopo (26-27 luglio), ma ha detto qualcosa di ancora più cinico, nel più assoluto disprezzo per un popolo ridotto in condizioni miserrime a causa dell’euro. Si è infatti rivolto ai greci incitandoli a riconciliarsi con l’Europa, a disperdere i sentimenti euroscettici e ad affrontare «con entusiasmo» nel prossimo anno le elezioni per il Parlamento europeo. Se non fosse assodato già da molti anni quali siano le caratteristiche indispensabili per far parte del ristrettissimo gruppo degli operatori euromondialisti, potremmo forse stupirci di una tale atonia affettiva, o almeno di una tale apparente atonia affettiva. Ma il comportamento e il linguaggio corrispondono alla fredda maschera dei volti che si somigliano tutti in modo impressionante, quasi fossero stati plasmati in un unico calco: Trichet, Duisenberg, Barroso, Draghi, Strauss- Kahn, Monti, Lagarde, Ashton, Letta…
L’aspetto più grottesco di questa situazione già così tragica sono le vuote chiacchiere dei difensori dell’Europa. Chi non ha sentito ripetere innumerevoli volte il ritornello che, senza l’adesione all’euro, l’inflazione sarebbe stata gravissima portando alla svalutazione della dracma? Ritornello che del resto viene ripetuto anche negli altri Paesi, come la Spagna, il Portogallo, l’Italia (tutti riuniti dalla finanza mondiale nel nefando recinto dei «maiali» o pigs), che soffrono più o meno quanto la Grecia per le conseguenze della crisi economica. Il prelievo forzoso del 20 per cento sui conti correnti, deciso dai banchieri d’Europa per Cipro, agli effetti pratici è forse diverso da una fortissima svalutazione? Lo è per la sua gravità come espropriazione diretta dei risparmi dei cittadini; lo è perché ha scavalcato i governanti ciprioti costringendoli ad ubbidire alla «troika», barbara istituzione di sorveglianza-giudizio-condanna-esecuzione, copiata da quella creata dal governo sovietico per controllare e punire qualsiasi «disobbedienza». Non hanno fatto neanche lo sforzo di cambiare il termine che identificava soltanto con il nome «troika» (tre) il terribile Tribunale costituito per legge da persone di cui doveva rimanere segreta l’identità. Anche di questi manovratori della finanza euromondiale non ci dicono mai i nomi, sebbene si finga di vivere in democrazia.
«Un’idea orribile»
Come ci si può difendere dalla volontà truffaldina con la quale è stata imposta l’unificazione europea e la sua moneta, visto che politici e giornalisti, in combutta fra loro, favoriscono la circolazione degli pseudoragionamenti che il Laboratorio per la Distruzione inventa appositamente? Tutti sanno che il passaggio all’euro ha comportato quasi ovunque un’immediata, gravosissima svalutazione, dovuta all’insieme dei fattori negativi del progetto europeista, ma in particolare dovuta all’idea stessa di una moneta comune fra Paesi con produzioni molto diverse e al tempo stesso legati ai parametri fissati nel Trattato di Maastricht. È stato Amartya Sen, premio Nobel per l’economia, ad affermare in una intervista al «Corriere della Sera» che «l’euro è stata un’idea orribile» e che «i parametri di Maastricht sono arbitrari ed economicamente insensati». Affermazioni quasi incredibili per la loro gravità e per la competenza della persona che le ha pronunciate. Ebbene, nessuno ha risposto, né i politici, né i ministri, né i banchieri: insomma, nessuno. Amartya Sen poi non è il solo. Sono molto numerosi gli economisti che hanno espresso opinioni simili lungo il corso degli anni, mai ascoltati però dai politici.
Strani errori dei banchieri più bravi
Per quanto riguarda l’Italia, si è aggiunto all’errore di partenza compiuto con l’adesione all’euro il folle rapporto di cambio fissato da Ciampi e da Prodi, insieme agli altri governanti e ministri dell’Economia dell’area euro, un errore così madornale che ha comportato l’immediata svalutazione della metà del suo valore. Ma si è trattato davvero di un errore? Il cambio è stato deciso in modo assolutamente consapevole, come del resto è avvenuto per tutte le altre norme riguardanti l’unificazione; è stato il comune buon senso a giudicarle come «errori», essendo impossibile per dei cittadini «normali», supporre che si sia trattato di decisioni prese volutamente allo scopo di distruggere l’economia dei singoli Stati.
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Proposta molto dettagliata in tal senso si trova, per esempio, nel saggio Europa Kaputt dell’economista Antonio Maria Rinaldi,(25) un autore che non esita nella sua analisi a mettere in luce gli enormi errori compiuti da politici ed economisti nella costruzione di un’area di mercato e di moneta comune in Europa. Non esita ad affermare i gravissimi errori compiuti pure un noto economista e politico tedesco quale Thilo Sarrazin, il quale esce anche dallo stretto ridotto in cui si sono asserragliati economisti e banchieri, per accennare a ciò che tutti sanno ma che nessuno dice esplicitamente, ossia che la Germania ha dovuto espiare, e non finirà mai di espiare, i crimini nazisti accollandosi, con la rinuncia al marco, la parte più pesante dell’unificazione.(26) Il fatto che abbia finito poi col guadagnarci economicamente non cambia nulla alla motivazione di partenza, per la quale non può neanche oggi sottrarsi all’Europa, anche se molti tedeschi lo vorrebbero.
Stiamo parlando in ogni caso di riflessioni e di libri che hanno cominciato a circolare soltanto in questi ultimi anni, quelli della crisi. Ma per degli studiosi seri e competenti quali quelli cui abbiamo accennato, il progetto del mercato unico e della moneta unica avrebbe dovuto apparire del tutto errato fin dall’inizio, ossia dagli anni del Mercato comune, della distruzione delle colture agricole, delle quote latte, e al più tardi dalla firma di Maastricht, ossia dal 1992. A che servirebbero gli scienziati se non fossero in grado di valutare gli errori a livello di progetto? Come mai nessuno ha parlato prima? Non avevano capito quale fine avrebbe fatto l’Europa? Avevano paura? Ma paura di chi? Non sono in grado di rispondere a questi interrogativi. È certo che sull’unificazione europea è stata stesa fin dall’inizio una strettissima rete di protezione e di censura: non se ne doveva parlare affatto, oppure si doveva elogiarla al massimo.
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La conclusione è inevitabile: non si tratta di «errori», ma di una loro precisa volontà. Per quanto sia difficile convincersi che i governanti abbiano voluto distruggere i propri Stati, è ancora più difficile credere che siano stati compiuti gli enormi errori tecnici che hanno portato l’Europa fino alla crisi attuale senza che almeno qualcuno fra i politici, gli economisti e i banchieri in campo ne fosse consapevole.
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Nel frattempo Berlusconi si dibatte fra il desiderio di vendicarsi della condanna subita togliendo il proprio appoggio al governo e la speranza, invece, che stare al governo gli serva per sfuggire alle conseguenze della condanna. Dopo essere «sceso in campo», come ha affermato per vent’anni, allo scopo di non far cadere l’Italia nelle mani dei comunisti, ha portato lui stesso i comunisti al governo. Ha contribuito così a rendere più facile la guerra di distruzione rafforzando i poteri mondialisti e omogeneizzatori che, tramite l’Europa, dirigono i governi nazionali. Una fine ignominiosa anche per lui. Forse gli sarebbe stato d’esempio e di aiuto ricordare che la tortura, i processi inquisitoriali per eliminare le persone scomode sono una costante della storia degli italiani e che nessun potere, da quello dei Dogi a quello dei Duchi, dei Principi, degli Imperatori, dei Papi, ne ha mai fatto a meno. Eppure, i ribelli ci sono sempre stati e fra le tante menzogne sul carattere degli italiani che sono state tramandate come ovvie, quella della loro vigliaccheria è la più falsa e la più ingiusta.
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Credo, però, che Berlusconi non abbia capito nulla neanche della storia e della politica cui ha partecipato, altrimenti oggi potrebbe forse almeno ritardare la distruzione finale organizzando con tutti i mezzi che possiede la «resistenza» agli ordini dell’Europa, facendo uscire l’Italia dall’euro e dando così anche alle altre Nazioni europee quella scossa, quel sussulto di vitalità che è indispensabile per combattere gli strateghi della distruzione. Sarebbe l’unico modo, per lui, di rimanere nella storia. Non può illudersi, infatti, di rimanerci comunque: quello che rimane nella storia è ciò che vi ha impresso un’orma, un cambiamento, anche piccolo, che ha influito sul suo evolversi, nel bene o nel male. I circa vent’anni di presenza berlusconiana nella politica italiana, invece, sono stati una pausa inutile perché hanno «accompagnato» senza la più piccola incertezza e senza scosse la consegna dell’indipendenza e della sovranità dell’Italia all’Ue, ossia l’unica cosa importante per la storia dell’Italia in questo periodo. Ha inoltre acconsentito a tutte le guerre che con il nome di «missioni» l’America ha imposto, guerre che erano soltanto di danno all’Italia, come quella in Afghanistan e ultima quella contro la Libia, vero e proprio tradimento non soltanto degli interessi italiani in quel Paese per gli investimenti industriali e per gli accordi riguardanti il freno all’immigrazione, ma anche nei confronti di Gheddafi al quale aveva fatto credere in una sua personale amicizia. Fallimento finale e sconcertante, poi, del berlusconismo, l’aver affermato fin dall’inizio che scendeva in campo per impedire l’avvento dei comunisti al potere e averceli, invece, portati lui stesso.
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Il «moderatismo» è una sciocchezza quando si tratta di scelte politiche. Per questo Berlusconi non ha lasciato traccia di sé, sebbene sia sulla piazza politica italiana da vent’anni. Di fronte alla scelta di rinunciare alla sovranità monetaria firmando il Trattato di Maastricht o di rinunciare ai confini dell’Italia firmando il Trattato di Schengen, il «moderatismo» non serve a nulla. È servito esclusivamente a far credere che in Italia ci fosse una normale dialettica democratica fra chi governa e chi sta all’opposizione, e Berlusconi da questo punto di vista era necessario che esistesse. Finta democrazia, finta opposizione. Oggi che finalmente ha portato i comunisti al governo e il totalitarismo del governo euromondiale, impersonato da Letta, è stato pienamente accettato, di lui non c’è più bisogno.
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Sogni! Sogni di chi cerca ancora la libertà, di chi spera ancora di poter combattere contro un mondo che ci vuole morti. L’ho già scritto molte volte e ne sono ogni giorno più convinta: gli italiani danno fastidio a tutti, sono troppo imprevedibili. Sono proprio quello che il Laboratorio per la Distruzione non vuole, non sopporta: una «disuguaglianza» nell’immenso mare dell’omogeneità.
Sto scrivendo le ultime righe di questo libro. Sento le notizie: Obama non se la passa tanto bene neanche lui, alle prese con il Congresso, Putin fa arrabbiare tutti andando d’amore e d’accordo con la Siria, Napolitano sta escogitando l’ennesima manovra dittatoriale per evitare le elezioni e rimanere arbitro assoluto del potere in Italia, i soliti emissari del prossimo governo mondiale ammoniscono i discoli italiani sventolando la bandiera dello spread. Insomma, siamo nel pieno della Terza guerra mondiale, quella contro di noi.
Questa è la realtà.
Note:
(1) Gaston Bachelard, Epistemologia, Laterza, Bari 1975.
(2) Ida Magli, Dopo l’Occidente, Rizzoli, Milano 2012.
(3) Edmund Husserl, L’idea di Europa, Cortina, Milano 1999.
(4) Anu Sharma – Amy A. Nash – Michael Dorman, Cortical development, plasticity and reorganization in children with cochlear implants, «Journal of Communication Disorders», luglio-agosto 2009, 42, luglio-agosto 2009, pp. 272-279.
(5) Franz Boas, Race, Language and Culture, Macmillan, New York 1887; Alfred Kroeber, Classificatory Systems of Relationship, «Journal of the Royal Anthropological Institute», XXXIX, pp. 77-84; Dell Hymes, A Perspective for Linguistic Anthropology, in Sol Tax (a cura di), Horizons of Anthropology, Aldine Publishing Company, Chicago 1964, pp. 92-107.
(6) Edward B. Tylor, Primitive Culture, Murray, London 1871; Alfred Kroeber – Clyde Kluckhohn, Il concetto di cultura, il Mulino, Bologna 1972.
(7) Ida Magli, «Introduzione» in Onorate il grande spirito: testi e testimonianze degli indiani d’America, a cura di Franco Garnero, Rizzoli, Milano 1999, dove si troverà una spiegazione particolareggiata di questa impossibilità.
(8) Giulio Magli, Mysteries and Discoveries of Archaeoastronomy: from Giza to Easter Island, Copernicus Books, New York 2009.
(9) Hans-Georg Gadamer, Il problema della coscienza storica, Guida, Napoli 1974.
(10) Il Codacons ha fatto un esposto contro lo Stato per istigazione al suicidio. La Confedercontribuenti ha chiesto una commissione d’inchiesta internazionale alla Corte di giustizia dell’Aia sui suicidi di Stato. È stata presentata anche una querela contro il governo Monti presso il Tribunale di Roma il 17 aprile 2012 dall’avvocato Marco Bravaccini (testo visibile sul sito www.difendiamoci.org). Attualmente ancora senza risposte.
(11) Georges Devereux, Saggi di etnopsichiatria generale, Armando, Roma 1978.
(12) Si ottiene quello che già nel 1997 definivo un «popolo crema». Vedi Ida Magli, Contro l’Europa, Bompiani, Milano 1997, pp. 72-76.
(13) Heinrich Rogge, Intese con l’Inghilterra tentate da Hitler, Garzanti, Milano 1941.
(14) Ida Magli, La dittatura europea, Rizzoli, Milano 2010.
(15) Jean Babelon, Numismatique, in «L’histoire et ses méthodes», Encyclopédie de la Pléiade, Gallimard, Paris 1961, vol. XI, pp. 329-389.
(16) Claude Lévi-Strauss, Le strutture elementari della parentela, Feltrinelli, Milano 1969.
(17) Georg Trakl, «Grodek», Poesie, Garzanti, Milano 1983.
(18) Dictatus Papae, assiomi contenuti in due lettere del 1075.
(19) Ufficialmente non arrivano a mille, ma il via vai di persone, anche non stabili, è molto superiore.
(20) Ida Magli, La dittatura europea, Rizzoli, Milano 2010; Ida Magli, Dopo l’Occidente, Rizzoli, Milano 2012.
(21) Ida Magli, Dopo l’Occidente, op. cit., pp. 175ss.
(22) Ne ho pesato qualcuno sulla bilancina di cucina: vanno da un minimo di 1,2 chili ad un massimo di 3,1 chili.
(23) Penso che possano dipendere anche da questa imposta uccisione dell’attività intellettuale le frequenti e gravi patologie psichiatriche riscontrate nel personale insegnante. Cfr. Vittorio Lodola D’Oria, Pazzi per la scuola, Alpes Italia, Roma 2013.
(24) L’Europa è un bluff: in morte di un’ideologia; Alla guerra dell’euro, Quanto ci costa quest’agonia, in «Limes», 1 (2006) e 6 (2011).
(25) Antonio Maria Rinaldi, Europa Kaputt: (S)venduti all’euro, Piscopo editore, Roma 2013.
(26) Thilo Sarrazin, L’Europa non ha bisogno dell’euro, RX Castelvecchi, Roma 2013.
Fonte:
Ida Magli, Difendere l’Italia, Rizzoli, Milano 2013.