Conversazioni sulla Transcaucasia
di Maxim MedovarovUna raccolta di interviste con Valery Korovin, uno dei rappresentanti più importanti del Movimento Eurasiatico Internazionale, intitolata “La conversazione imperiale sul Karabakh: geopolitica ed etnosociologia del conflitto” è stata pubblicata proprio nel momento di una forte escalation di tensione nella Transcaucasia, principalmente intorno al Karabakh. Negli ultimi mesi e settimane le autorità dell’Azerbaigian e dell’Armenia hanno adottato una serie di misure che hanno peggiorato le loro relazioni con la Russia in modi senza precedenti. Sono stati arrestati i leader del Movimento Eurasiatico in Azerbaigian e alcuni giornalisti filo-russi in Armenia. Dichiarazioni apertamente anti-russe e iniziative di Nikol Pashinyan e Ilham Aliyev si sono susseguite. I vecchi accordi di alleanza tra Mosca, Yerevan e Baku sono stati calpestati in modo cinico e dimostrativo. Il Ministero degli Esteri russo è passato dalla consueta moderazione a note verbali di protesta e molto più aspre delle solite dichiarazioni. Infine, Vladimir Putin e Sergei Lavrov hanno parlato dell’aggravamento della situazione.
In un momento così teso, quando la minaccia di una nuova grande guerra in Transcaucasia può realizzarsi nel giro di poche settimane, e finora è stata prevenuta solo dagli sforzi titanici della diplomazia russa e iraniana, per persuadere le teste calde e gli agenti occidentali a Yerevan e Baku a tornare in sé e fermarsi, l’emergere di un’analisi teoricamente ricca, profonda e allo stesso tempo pratica della situazione nella regione da parte di Valery Korovin è diventata estremamente attuale. Il suo nuovo piccolo libro, oltre ad una nuova prefazione, comprende 19 interviste rilasciate a vari media su argomenti armeni e azeri. Di questi, cinque sono stati dati durante la rivoluzione colorata in Armenia nella primavera del 2018, quattro durante la guerra del Karabakh nell’autunno del 2020, i restanti dieci appartengono al 2011, 2015, 2016, 2017, 2021, giugno 2022 e maggio 2023. Una caratteristica comune della maggior parte delle interviste sono le domande piuttosto aggressive dei giornalisti ossessionati dal nazionalismo e dallo sciovinismo, e le convincenti obiezioni di Valery Korovin, che passo dopo passo rivela la visione eurasiatica del conflitto armeno-azerbaigiano e i modi per risolverlo. In relazione a ogni nuovo evento specifico nella regione, il pensatore dimostra la salvezza della ricetta della soluzione eurasiatica, che rifiuta il concetto stesso di Stati nazionali unitari, e la disastrosità delle esche atlantiste degli Stati Uniti e dell’Europa, sventolando la fantastica carota dell’adesione all’UE e alla NATO a dispetto di Yerevan e Baku.
La tesi di Valery Korovin attraversa l’intero libro: i conflitti interetnici in tutto lo spazio post-sovietico non hanno soluzioni sotto forma di “stati nazionali”. I tentativi di seguire questa strada portano inevitabilmente le repubbliche post-sovietiche al collasso, all’impoverimento, alla distruzione delle infrastrutture, alla rottura dei tradizionali legami economici e culturali, al completo asservimento della loro politica ai dettami dell’Occidente e, infine, a guerre, genocidi, e pulizia etnica. La vera autodeterminazione dei popoli non richiede la loro divisione in diversi Stati, ma presuppone la conservazione della propria identità etnica nel quadro di quanto N. S. Trubetskoj quasi cento anni fa lo chiamava “nazionalismo pan-eurasiatico”. Di fronte a questo programma di integrazione volto a unire tutta l’Eurasia interna attorno a Mosca, Intorno alla Russia, tutti i tipi di nazionalismi privati e sciovinismi che impediscono l’integrazione, sia essa russa, azera, armena o georgiana, dovrebbero essere risolutamente respinti. Allo stesso tempo, sul piano esterno, il programma eurasiatico di Valery Korovin consente l’inclusione sia dell’Iran che della Turchia nei processi di integrazione se le sue autorità sono pronte per una rottura con l’Occidente e una simile svolta. In realtà questo non è ancora avvenuto.
La risposta alla domanda su chi trae vantaggio dalla rottura dell’integrazione eurasiatica, dall’incitamento a guerre e conflitti etnici, dal desiderio maniacale di conquistare territori contro la volontà dell’autodeterminazione etnica del suo popolo è semplice: in primo luogo, l’Occidente globalista, soprattutto Gran Bretagna e Stati Uniti; in secondo luogo, a quelle élite locali post-sovietiche per le quali, dopo il 1991, l’“indipendenza” è diventata un valore intrinseco per l’arricchimento personale a causa del degrado socio-economico delle repubbliche sotto il loro controllo, ottenuto a scapito dell’orientamento verso l’Occidente e ostilità verso Russia, Iran e Cina. Questa è una ricetta per il disastro. Valery Korovin sta cercando di fermare Armenia e Azerbaigian su questa strada, avvertendoli che la Russia non tollererà il crollo del suo programma geopolitico nella Transcaucasia. Le sue convinzioni di ripristinare un unico spazio strategico e di civiltà dei popoli della Transcaucasia tra loro e con la Russia saranno senza dubbio ascoltate da tutte le persone ragionevoli che hanno a cuore la sopravvivenza dei loro popoli, e saranno furiosamente respinte dagli atlantisti filo-occidentali. Il tempo dirà presto se lo schema di tutte le principali guerre dei secoli XVIII e XX si ripeterà. tra Russia ed Europa (settentrionale, patriottica, di Crimea, prima guerra mondiale, civile, grande guerra patriottica), in cui il secondo fronte transcaucasico meridionale si rivelò invariabilmente aperto.
Traduzione a cura di Alessandro Napoli
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