Botros 21 - L’omosessualità e la filosofia

Botros 21 - L’omosessualità e la filosofia

Jessica Mauro (https://t.me/BotrosGiornale) [Art. 7 Febbraio 2024]

L’omosessualità dal punto di vista della filosofia

Spesso sentiamo dire che l’omosessualità nell’Antica Grecia era considerata assolutamente normale. Tuttavia dobbiamo attenerci alle notizie che abbiamo sulla realtà storica greca. Infatti l’omosessualità nell’Antica Grecia non era considerata un’alternativa all’eterosessualità, ma era ammessa in determinate fasi della vita e in determinati contesti sociali e rituali.

Le fonti letterarie e iconografiche che abbiamo sull’omosessualità nell’Antica Grecia ci parlano soprattutto di rapporti tra due uomini. Questi rientrano nella pederastia, una relazione non solo erotica, ma anche dal forte valore educativo tra un adulto ed un ragazzo. Il più anziano, definito erastès (amante) rivestiva il ruolo attivo nel rapporto, mentre il più giovane (eròmenos, cioè amato) quello passivo.

Ciò rientrava nell’ordine delle cose in una società come quella greca in cui i cittadini erano spesso divisi per classi di età. Un’inversione di ruoli tra adulto e giovane oppure l’amore tra due coetanei, invece, non erano concepiti. Soprattutto in età arcaica l’omosessualità nell’Antica Grecia rivestiva una funzione rituale. L’amore tra erastès ed eròmenos era un vero e proprio rito di passaggio per il giovane.

Strabone ci informa che a Creta gli erastài rapivano i loro giovani eròmenoi e li portavano fuori città per un periodo di due mesi. Questo era considerato un periodo di formazione per il giovane ed era necessario che erastès ed eròmenos assolvessero a dei doveri reciproci. Al termine di questo periodo di segregazione dalla comunità l’amante regalava all’amato un equipaggiamento militare: ciò segnava l’ingresso del giovane nell’età adulta.

Plutarco invece ci informa su un uso spartano. Gli adolescenti di Sparta erano affidati agli adulti scelti tra gli uomini migliori della città, da cui avrebbero dovuto imparare ad essere dei veri spartiati. L’omosessualità nell’Antica Grecia aveva dunque un valore culturale molto forte. Platone si sofferma varie volte sulla questione dell’omosessualità nelle sue opere. Nel Fedro afferma che l’amore di un uomo per un altro uomo è un sentimento più nobile di quello per una donna. Platone intende dire che l’amore omosessuale non è finalizzato alla riproduzione o all’adempimento di un compito sociale, quindi si basa su un sentimento disinteressato.

Molta importanza è data anche alla funzione educativa svolta dall’erastès, che deve fare da maestro al giovane eròmenos. Non è un caso che nel Simposio sia rappresentato l’amore tra Socrate, il maestro di Platone, e Alcibiade. Ed è proprio nel Simposio che Platone fa pronunciare ad Aristofane il famoso mito delle metà. Il comico narra che in origine gli esseri umani erano di tre diversi generi: uno maschile, uno femminile e uno che possedeva caratteristiche di entrambi.


Tutti erano di forma circolare e avevano due teste, quattro braccia e quattro gambe. Zeus, invidioso della loro felicità, li tagliò a metà, così che nella nostra vita tutti gli esseri umani cercano di ricongiungersi con la loro metà perduta. Ne derivano coppie di due uomini, due donne o di un uomo e una donna. Tuttavia nei dialoghi di Platone è sempre difficile stabilire da che parte sia schierato davvero il filosofo. Per di più nelle Leggi, un’opera tarda, i rapporti omosessuali sono giudicati contro natura.

Sembra probabile, però, che il filosofo abbia dovuto cambiare il suo punto di vista ufficiale in un momento di cambiamento dei costumi ad Atene, in cui l’omosessualità non era più vista di buon occhio. Questo clima sembra riflettersi anche nell’Etica Nicomachea di Aristotele, il quale sostiene che le uniche unioni legittime sono quelle eterosessuali. Sull’omosessualità femminile e più in generale sulla vita delle donne nell’Antica Grecia abbiamo informazioni ridotte, poiché la maggior parte della letteratura a noi pervenuta è scritta da uomini per uomini.

Tuttavia per la descrizione di amori tra donne disponiamo di una fonte d’eccezione: i frammenti di Saffo, poetessa di Lesbo vissuta nel VI secolo a.C. Saffo era a capo del tiaso di Lesbo, un’istituzione che aveva lo scopo di preparare le giovani aristocratiche al matrimonio, insegnando loro le arti legate alla musica, i lavori tipicamente femminili e anche iniziandole all’amore. È probabile che vi fossero altre istituzioni simili, almeno a Sparta, come risulta anche da alcuni brani di Alcmane. 


I filosofi greci
, in più occasioni dunque cercarono di individuare le differenze tra l’amore omosessuale e quello eterosessuale, tentando di stabilire quale fra i due fosse superiore all’altro. Il primo teorico dell’amore fu Socrate, la cui aspirazione fu quella di stabilire con i ragazzi dei rapporti esclusivamente spirituali. Ciò risulta non solo dalle testimonianze del suo allievo, Platone, ma anche da altri testimoni, come Senofonte.

Per Socrate la continenza sessuale era indispensabile per poter aspirare al dominio della mente sul corpo, ma ciò non implicava l’assenza dell’amore verso i pais. Ad essere rifiutati dal filosofo erano gli amori carnali. Per comprendere il pensiero di Platone, invece, un primo indizio ci viene fornito dalla distinzione che egli farà fra due tipi d’amore. L’amore ispirato da Afrodite Urania portava verso i ragazzi, mentre chi era ispirato da Afrodite Volgare amava indifferentemente sia uomini che donne.

Platone, sosterrà la superiorità dell’amore fra uomini. Una convinzione che emerge nel celebre mito sull’origine dei sessi, narrato da Aristofane nel Simposio. Nel mito si racconterà che in origine i sessi erano tre. Vi erano gli uomini che avevano due sessi maschili, le donne che avevano due sessi femminili e gli androgini dotati di entrambi i sessi. La forma dell’essere umano era profondamente diversa: schiena e fianchi a cerchio, quattro braccia, quattro gambe, quattro orecchie, due sessi e una sola testa. Erano felici, ma arroganti.

Per questo, Zeus decise di punirli: li divise a metà, condannandoli alla ricerca eterna di quella che era stata la propria metà. Aristofane nel suo racconto non avrà esitazioni. Chiarirà subito che tra i tre sessi gli uomini che amano gli altri uomini sono migliori, poiché discendono da un essere totalmente virile e amano ciò che è loro simile. Attenzione, però: questo vale solo per i maschi.

Le donne che amavano altre donne (le tribadi) erano considerate dai greci donne pericolose, selvagge, difficili da tenere sotto controllo e di cui la storia ha restituito poche tracce. In Platone, interessante sarà anche la contrapposizione fra ciò che definirà secondo natura (kata physin) e ciò che, invece, verrà definito contro natura (para physin) nel primo libro delle Leggi.

Platone definirà secondo natura i rapporti uomo-donna, mentre chiamerà contro natura i rapporti omosessuali. Ma non è ciò che sembra. Per Platone, contro natura era qualunque rapporto non fosse destinato alla procreazione, anche eterosessuale. Un atteggiamento di condanna verso l’omosessualità, lo si troverà nella Politica di Aristotele. Proprio perché non utile alla procreazione, l’omosessualità verrà additata come inutile. Non è, tuttavia, una condanna morale.

Il giudizio del filosofo dipenderà fortemente dal contesto in cui l’omosessualità verrà praticata. Ad esempio, se in una città vi fosse stato un problema di sovrappopolazione, l’omosessualità avrebbe avuto una forte valenza sociale e non sarebbe stata in alcun caso condannata e additata come inutile. Tutto quello che si conosce sull’omosessualità femminile nell’antica Grecia, lo si deve a Saffo.

Nata a Mitilene attorno al 612 A.C., fu a capo di una delle particolari associazioni di giovani donne chiamate thiasoi. Difatti, seppur l’amore fra donne fu, almeno in gran parte, invisibile all’interno della cultura greca, tra il VII e VI secolo A.C., riuscì a conquistarsi un proprio spazio.I thiasoi furono comunità di donne la cui esistenza sarà documentata, oltre che a Lesbo, anche in altre zone della Grecia, in particolar modo a Sparta.

Dotati di divinità e cerimonie proprie, accoglievano le ragazze prima che si sposassero, cosicché potessero vivere un’esperienza di vita concreta e il più completa possibile. All’interno dei thiasoi, le fanciulle ricevevano un’educazione, impartita da una maestra. Di uno di questi thiasoi, Saffo fu la maestra. Una maestra non solo d’intelletto: oltre alla musica, alla danza e al canto, si apprendeva l’arte della bellezza, della grazia, della seduzione. E ci si innamorava.

Le donne desideravano altre donne, amavano altre donne con passione, trasporto, emozione. E lo stesso farà Saffo, innamorandosi delle proprie allieve, vivendo amori struggenti destinati fatalmente a finire: il rapporto omosessuale presente nei thiasoi segnava il passaggio dallo stato di verginità a quello di donne sposate. Un rito destinato a scomparire. Tra il VII e il VI secolo A.C. infatti i thiasoi scomparvero e con essi morì la possibilità offerta alle donne di coltivare il proprio intelletto e di scegliere, anche se per breve tempo, chi amare.

Destinate al matrimonio sin da tenera età, allontanate da ogni tipo di educazione, le donne impareranno a conoscere un solo tipo d’amore, l’unico consentito: quello per un marito scelto da altri. Dell’omosessualità femminile nell’antica Grecia, dopo le parole di Saffo, si saprà ben poco. 


Più tardi Nel 1935 il Sigmund Freud scrisse una lettera di risposta a una madre che gli aveva chiesto aiuto per il figlio gay. Nonostante le percezioni più ampie sull’omosessualità a quel tempo Freud aveva un approccio diverso:

“Non c’è nulla di cui vergognarsi”, scriveva alla donna. “Deduco dalla tua lettera che tuo figlio è omosessuale. Sono molto colpito dal fatto che non utilizzi questo termine quando dai informazioni su di lui. Posso chiedere perché lo eviti?” scrive Freud. “L’omosessualità non è di certo un vantaggio, ma non c’è nulla di cui vergognarsi, non è un vizio, non è degradante, non può essere classificata come una malattia, riteniamo che sia una variazione della funzione sessuale, prodotta da un arresto dello sviluppo sessuale. Molti individui altamente rispettabili di tempi antichi e moderni sono stati omosessuali, molti dei quali sono stati grandi uomini”.

Questa corrispondenza getta una luce sulle opinioni personali di Freud: è noto da tempo che non considerava l’omosessualità come una patologia. Credeva che tutti nascessero bisessuali e più tardi si orientassero verso l’etero o l’omosessualità. Nella lettera, Freud suggerisce che una “terapia” per trattare l’omosessualità può essere possibile, ma dice che il risultato “non può essere previsto”. La lettera è attualmente esposta a Londra nell’ambito della mostra alla Wellcome Collection. È interessante notare come il concetto di normalità sappia mutare forma e carattere, nel corso del tempo. Oggi, si dibatte ancora molto su cosa possa definirsi amore, normalità o famiglia.

Nell’antichità dunque l’omosessualità era riconosciuta socialmente, al pari dell’eterosessualità. I preconcetti, a parer mio, che possono esserci dietro qualsivoglia argomento, dipendono per gran parte dal contesto in cui si nasce, cresce e da cosa si ascolta sin da bambini. Quel che viene considerato normale, l’educazione che viene impartita per essere considerati tali, nasce e fa radici, imponendo standard che di moralmente giusto non hanno nulla. Se molti passi avanti sono stati fatti in considerevoli aspetti, rispetto al passato è importante tener conto anche dei passi indietro. Solo guardando in entrambe le direzioni, sarà possibile attraversare la strada e andare oltre.   

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