Una discendenza spirituale

Una discendenza spirituale

Paolo Castellina

Essere membri di un’istituzione antica e ben strutturata (una chiesa o un partito politico) per molti fornisce le sicurezze di cui hanno bisogno. Le istituzioni, però, spesso frustrano e soffocano gli ideali che le hanno ispirate e lo Spirito, indubbiamente, nelle istituzioni, “ci sta stretto”, così come ci stanno stretti “gli spiriti liberi”. Dinamico e flessibile nella sua “provvisorietà”, il movimento e non la chiesa-istituzione è molto più compatibile con il carattere del Cristianesimo. Vero “figlio di Abraamo” sono coloro che ne seguono l’esempio.

“Infatti la promessa di essere erede del mondo non fu fatta ad Abraamo o alla sua discendenza in base alla legge, ma in base alla giustizia che viene dalla fede. Perché, se diventano eredi quelli che si fondano sulla legge, la fede è resa vana e la promessa è annullata; poiché la legge produce ira; ma dove non c'è legge, non c'è neppure trasgressione. Perciò l'eredità è per fede, affinché sia per grazia; in modo che la promessa sia sicura per tutta la discendenza; non soltanto per quella che è sotto la legge, ma anche per quella che discende dalla fede d'Abramo. Egli è padre di noi tutti (com'è scritto: «Io ti ho costituito padre di molte nazioni») davanti a colui nel quale credette, Dio, che fa rivivere i morti, e chiama all'esistenza le cose che non sono. Egli, sperando contro speranza, credette, per diventare padre di molte nazioni, secondo quello che gli era stato detto: «Così sarà la tua discendenza». Senza venir meno nella fede, egli vide che il suo corpo era svigorito (aveva quasi cent'anni) e che Sara non era più in grado di essere madre; davanti alla promessa di Dio non vacillò per incredulità, ma fu fortificato nella sua fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli ha promesso, è anche in grado di compierlo. Perciò gli fu messo in conto come giustizia. Or non per lui soltanto sta scritto che questo gli fu messo in conto come giustizia, ma anche per noi, ai quali sarà pure messo in conto; per noi che crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù, nostro Signore, il quale è stato dato a causa delle nostre offese ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione” (Romani 4:13-24).

Attraverso la storia Dio realizza i Suoi propositi in modo libero, dinamico, fluido: questo non può essere tanto contenuto in istituzioni statiche, in religioni organizzate, gerarchiche, monolitiche... Può senz'altro avvalersene, ma prima o poi esse “esplodono” (con grande smacco dei suoi gestori), perché l'opera di Dio è incontenibile e, nessuno, neanche un'istituzione religiosa come il Giudaismo di allora o il Cattolicesimo di oggi (fra gli altri) può pensare di gestirla in proprio senza sfigurare, alienare, compromettere, alterare la verità, corrompendone la natura. L'opera di Dio è meglio rappresentata, infatti, da un movimento, da un popolo in cammino, come quello di cui Abraamo è il leader e prototipo, come Israele durante l'esodo e, naturalmente, come coloro che seguono il Gesù itinerante che non aveva “dove posare il capo” (Matteo 8:20). Si potrebbe così dire che Paolo, attraverso le argomentazioni di questa sua epistola, ristruttura, riforma la fede del popolo di Dio, “presa in ostaggio” ed alterata dal Giudaismo del suo tempo, per riportarla al suo significato originale (cosa che ricorre ancora oggi anche con le istituzioni “cristiane” o quando qualcuno ritiene di dover gestire e strutturare il cristianesimo). Paolo è il riformatore, il “riformulatore”. Non è quindi un caso che proprio dalla lettera ai Romani siano scaturiti movimenti anti-istituzionali di riforma e risveglio.

Così, proprio quando si sente affermare come la giustizia sia il risultato dell'osservanza meritoria della legge (morale o cerimoniale che sia) oppure che essa abbia un carattere esclusivamente nazionale (la nazione dei circoncisi nella terra promessa di Israele), che risuona potente il messaggio di una giustificazione che passa esclusivamente attraverso la fede e che si estende a tutto il mondo. Abraamo, allora, non è più (perché non era stato veramente inteso essere così) il capostipite “secondo la carne” di una nazione particolare (l'Israele storico), ma “l'antenato”, l'antesignano, di coloro che seguono le sue orme in quanto similmente credenti nei progetti ed opere di Dio, vale a dire gente disposta a fidarsi completamente di Dio incamminandosi (spesso alla cieca e senza umane certezze) su sentieri non tracciati.

È questa mancanza di umane certezze che dà un valore unico nel suo genere alla fede, a questa fede. È una fede in ciò che umanamente non è né gestibile né possibile. È una fede nel Dio che “fa rivivere i morti” (17b), una fede nel Dio che “chiama all'esistenza le cose che non sono” (17b), la fede nella capacità generativa di coloro che oggettivamente non ne sarebbero capaci (19). È la fede che davanti alle promesse di Dio “non vacilla per l'incredulità” (20a), la fede “che dà gloria a Dio” e non all'uomo (20b), la fede pienamente convinta che ciò che Dio sia in grado di compiere quanto promette anche quando tutto sembra giocargli a sfavore. Questa è la sfida di quella fede che ci è “messa in conto come giustizia” (22). Non è la fede di chi vorrebbe avere certezze terrene, di chi crede solo quando vede, la fede di chi vuole prima “toccare”, la fede che un'istituzione vorrebbe “concretizzare”, “razionalizzare” e poi gestire d'autorità perché, a suo dire, è “pericolosa”.

Ci sarà “messa in conto” come giustizia questa fede in Dio “in colui che ha risuscitato dai morti Gesù, nostro Signore, il quale è stato dato a causa delle nostre offese ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione” (24-25).

PREGHIERA

Signore Iddio, mi affido a Te con tutto me stesso per essere da Te condotto nel cammino cristiano. Aiutami nelle difficoltà ed incertezze, affinché come Abraamo, pur quando sul momento non comprendo il senso di ciò che mi accade o non vedo chiare indicazioni, io abbia la certezza che i Tuoi propositi sempre buoni e giusti saranno realizzati senza ritardo. Amen.

11 Marzo 2018 - Quarta domenica di Quaresima

Numeri 21:4-9; Efesini 2:1-10; Giovanni 3:14-21; Salmi 107:1-3, 17-22

Padre di grazia, il cui Figlio benedetto Gesù Cristo è disceso dal cielo per essere il vero pane che dà la vita al mondo; dacci sempre di questo pane, affinché Egli possa vivere in noi e noi in Lui; che vive e regna con te e con lo Spirito Santo, un solo Dio, ora e per sempre. Amen.